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L’eterno ritorno del 28 aprile

23 aprile 2012 • opinioni • di

Ci sono delle date che si ripresentano costantemente nella vita delle persone.
Per me il 28 aprile è una di queste.
Il 28 aprile 2011 è stato il giorno in cui io e mia moglie siamo saliti su un aereo per lasciarci alle spalle le amarezze di un paese lanciato a tutta velocità verso il fondo del barile.

Perché?

Perché l’Italia è quel paese in cui ti trattano come un ragazzino anche se hai più di 30 anni e devi pregare in ginocchio che ti venga offerta l’opportunità di dimostrare quello che vali. Ti dicono che sei troppo giovane, “che cosa ne vuoi sapere tu?”, che si è sempre fatto così, “e tu chi ti credi di essere per cambiare le cose?”. L’Italia è quel paese in cui per portare qualcosa di nuovo devi dimostrare di essere abbastanza vecchio da aver maturato l’esperienza necessaria per aver dimenticato qualunque forma di creatività. Oppure devi avere le conoscenze giuste.

Io di conoscenze giuste non ne ho mai avute. Mio padre non è mai stato presidente di nessuna azienda, i suoi amici non hanno mai ricoperto posizioni influenti, politici in famiglia non ce ne sono mai stati.

A un certo punto io e mia moglie abbiamo deciso di smettere di farci andare bene una situazione che non andava bene e abbiamo deciso di emigrare. Coi soldi della liquidazione siamo partiti per un viaggio in bicicletta attraverso il Sud America: Cile, Argentina, Bolivia, Perù. Tre mesi e mezzo di tenda e cucina da campo, vita vera senza filtro, insomma.

Il rientro non è stato in Italia, ma in Turchia, a Smirne, la città originaria di mia moglie. Qui lei ha trovato immediatamente lavoro, una buona posizione, io mi sono iscritto a un corso intensivo di Turco per riuscire a integrarmi il più velocemente possibile nel mio nuovo paese. Giunto al momento di cercare un lavoro, è capitato l’inaspettato: il 2 febbraio ho scorto la notizia del lancio della campagna cities fit for cycling del Times e, contattati una trentina di blogger che si occupano di ciclismi, ho proposto loro di replicare l’iniziativa. ”Chiamiamola #salvaiciclisti, pubblichiamo tutti insieme alle 12 dell’8 febbraio”.

Abbiamo stupito tutti.
Tra 4 giorni ai Fori Imperiali a Roma si terrà la bicifestazione a supporto di quello che nel frattempo è diventato un movimento. Sarà di nuovo il 28 aprile.

Nei 12 mesi che vanno da un 28 aprile all’altro ho imparato che per cambiare le cose ci vuole coraggio, ma che forse ce ne vuole ancora di più per non cambiarle facendosi andare bene il cappio attorno al collo che si stringe sempre di più e a me quel coraggio manca. Ho capito che si dovrebbe prendere a calci in culo pubblicamente tutti coloro che si permettono di dire “abbiamo sempre fatto così” e che per portare novità e innovazione servono inesperienza ed entusiasmo. Ho scoperto che a 33 anni (facciamocene tutti una ragione) non sei più un giovane, ma un adulto e dovresti essere trattato come tale.

Voglio dire una cosa alle aziende che non mi hanno voluto assumere o non mi hanno voluto dare fiducia perché troppo inesperto, troppo giovane o troppo spregiudicato: avrei potuto lanciare una campagna della portata di #salvaiciclisti per conto vostro, ma non me ne avete offerto l’opportunità per non interrompere la vostra corsa a rotta di collo verso il baratro.

Bel colpo ;)

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