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Gli omicidi bianchi del terremoto

31 maggio 2012 • opinioni • di

capannoni-emilia-terremotoVentiquattro morti hanno causato i due terremoti del 20 e del 29 maggio. Quattordici sono stati uccisi dai capannoni industriali. Sono omicidi bianchi, non vittime di una calamità naturale. Erano nel posto che doveva dargli da vivere e quel posto gli ha invece dato la morte: operai schiacciati dalle travi delle loro aziende e dal menefreghismo di uno Stato che si affretta a piangere i suoi caduti, a dichiarare lutti nazionali, ma non fa niente per ridurre il rischio, per la prevenzione, per mettere in sicurezza il territorio.

C’è ora un’inchiesta sui capannoni della morte. E non porterà da nessuna parte. Perché le norme imposte dal 2005 obbligavano i costruttori a realizzare in quest’area i nuovi manufatti con criteri antisismici, ma non imponevano le stesse misure di prevenzione a quelli vecchi, tirati su con le travi in appoggio le une sulle altre. Come dire: quello che è fatto è fatto, lasciamo al caso il suo destino.

Anche venisse accertata la responsabilità di un geometra, di un ingegnere o di un costruttore che se n’è infischiato della stabilità di tetti e pareti per risparmiare qualche euro io non penso comunque che il peso principale della colpa vada addossato a loro. I veri colpevoli, quelli che non hanno nessuna attenuante e nessuna giustificazione, sono gli amministratori pubblici. Hanno insegnato ai singoli e alle imprese che si possono tirare su case abusive, che si può riempire la pianura padana di capannoni industriali senza un minimo di pianificazione e attenzione al territorio, hanno permesso che si costruissero edifici nelle aree golenale dei fiumi e si piantassero fondamenta su terreni franosi o sui fianchi del Vesuvio dove è prevista da tempo un’eruzione distruttiva. O ancora favoriscono, con la scarsità di controlli, che imprenditori senza scrupoli possano realizzare trappole pronte a collassare su se stesse come la scuola di San Giuliano di Puglia o la Casa dello studente dell’Aquila.

In molte attività, assai più inoffensive della guida di un Paese, chi sbaglia viene fermato, magari non al primo errore, ma al secondo, al terzo. Viene fermato il tenore che stecca ad ogni rappresentazione, viene fermato il commercialista che sbaglia ripetutamente i calcoli, viene fermato il calciatore che sbaglia tre rigori di fila. Perché solo in politica chi sbaglia tutti i rigori torna sempre sul dischetto a battere anche il successivo?

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