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Il casco, ovvero strategie di distrazione di massa

1 agosto 2012 • news • di

informazionePotrebbe sembrare che il mensile Quattroruote, pubblicando un articolo in cui addebita quasi esclusivamente al mancato uso del casco l’elevata mortalità di ciclisti in incidenti stradali, abbia peccato solo di incompetenza e superficialità. In parte è così, dal momento che i redattori di quella rivista non sono giornalisti, ma agiografi e pubblicitari dell’automobile, come ben evidenziato dal fatto che descrivono tutti i modelli (anche la mitica Duna!) solo in base ai loro pregi e mai per i loro difetti.

Tuttavia qui non si tratta solo di incompetenza. In realtà quella di puntare l’attenzione sul caschetto è soprattutto una stantia tecnica di distrazione di massa utilizzata dagli organi di (dis)informazione. Dal momento che #salvaiciclisti è riuscita come non mai a mettere al centro del dibattito il tema della sicurezza di chi usa la bicicletta come mezzo di trasporto, le truppe mercenarie al soldo dell’industria dell’auto passano al contrattacco e cercano di cambiare discorso. #salvaiciclisti propone i 30 all’ora nei centri urbani? #salvaiciclisti propone la chiusura al traffico motorizzato di aree vaste all’interno delle città? Bene, Quattroruote replica, non entrando nel merito (ché per loro sarebbe pericoloso), ma cambiando discorso, distraendo, dicendo che il problema è un altro e che le priorità sono altre ancora.

Politici e giornalisti sono maestri in questa tecnica dell’altrismo. Il problema è sempre un altro. Le priorità sono sempre altre. Le responsabilità vanno addebitate sempre a qualcun altro. Ricordo ad esempio un Totò Cuffaro (vasa vasa) ospite da Santoro quand’era ancora governatore siciliano. Travaglio gli chiede come mai abbia così tanti amici mafiosi. E vasa vasa risponde: Santoro guadagna troppo. Non c’entra niente con la domanda, è ovvio, ma in una parte dei telespettatori stimola una sinapsi che li porta ad accantonare la domanda sulle sue frequentazioni con la criminalità organizzata e a ragionare sulla retribuzione di Santoro. Ora, per rimanere all’esempio, magari è vero che Santoro guadagna troppo, ma l’elemento centrale resta quello che vasa vasa è un mafioso, come ha riconosciuto il tribunale condannando Totò Cuffaro definitivamente a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a cosa nostra.

Il caso del caschetto segue lo stesso schema. Limitando la velocità dei veicoli a 20 o a 30 all’ora si potrebbero evitare circa mille morti l’anno tra ciclisti e pedoni, ma Quattroruote svia l’attenzione da questa misura (ovviamente invisa ai produttori di quattroruote) e replica: “bisogna rendere obbligatorio il caschetto“.

In conclusione credo la vicenda Quattroruote confermi che #salvaiciclisti ha colto nel segno, che diamo fastidio e che cercano di metterci la sordina perché cominciano ad avere paura (industria dell’auto, giornalisti dell’indotto e amministratori incapaci e desiderosi di non modificare lo statu quo) che qualcosa possa cambiare davvero, che qualche altro sindaco (lo ha già fatto Saronno) possa davvero imporre il limite di 30 all’ora in tutto il centro abitato e che magari qualcuno si spinga ancora più in là rendendosi conto che in centri urbano che hanno un diametro massimo di 4 o 5 chilometri (si tratta del 75% dei capoluoghi) si possa fare completamente a meno dell’auto.

Quindi sta a noi: non dobbiamo dividerci sull’uso del caschetto, ma continuare compatti la marcia verso città a misura di bicicletta.

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