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Bike to Work, cresce la febbre dei 25 centesimi

Senza categoria • di 15 febbraio 2016

L’idea è buona, green e promuove la mobilità non motorizzata: tutto bene, dunque? Non proprio, perché il fatto di erogare rimborsi chilometrici ai lavoratori che decidono di raggiungere in bicicletta il posto di lavoro qui in Italia si sta trasformando in una passerella per molte amministrazioni comunali che, guarda un po’, a pochi mesi dalla prossima tornata elettorale si scoprono paladine dell’ecologismo e promuovono la bicicletta come mezzo di trasporto quotidiano. E magari sono le stesse che negli ultimi anni hanno fatto ben poco per chi si sposta a pedali in città.

L’idea del rimborso di 25 centesimi al chilometro per incentivare il bike to work viene dalla Francia, dove il provvedimento non riguarda tutti i lavoratori ma soltanto chi svolge la propria attività in un’azienda (spesso di dimensioni medio-grandi, ndr) che partecipa al progetto e cofinanzia i rimborsi. D’altra parte, Oltralpe, la presenza di buone infrastrutture ciclabili e un’attenzione reale per chi pedala costituiscono un terreno fertile per rendere fecondo questo provvedimento e incrementare la quota di cittadini in bicicletta, decongestionando ulteriormente il traffico motorizzato nelle ore di punta.

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In Italia la prima città a sposare il modello transalpino è stata Massarosa, un piccolo centro toscano che nell’autunno del 2015 ha dato il via a un progetto pilota rivolto a 50 partecipanti con una soglia mensile di rimborso massimo erogabile: un esperimento sociale, ben accolto anche dai mass media e dall’opinione pubblica, che se darà i risultati sperati sicuramente sarà riproposto.

Ora però la febbre dei 25 centesimi sembra aver contagiato anche i grandi centri, che sono invasi dallo smog e cercano soluzioni pratiche e a basso costo per arginare il problema. Il Ministero dell’Ambiente ha messo a disposizione fondi specifici per incentivare queste azioni: ma si tratta di risorse limitate che appaiono esigue se rapportate alle reali esigenze di mobilità nuova delle città soffocate dalle emissioni inquinanti dei motori.

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L’assessore alla Mobilità del Comune di Milano Piefrancesco Maran pochi giorni fa ha manifestato l’intenzione di sposare il finanziamento del bike to work, probabilmente lo farà in tandem con il suo omologo di Torino Enzo Lavolta che dichiara di credere nel progetto: però l’associazione torinese Bike Pride, composta da centinaia di persone che pedalano ogni giorno, ha accolto la disponibilità con un prudente scetticismo. E forse, visti i precedenti, non ha tutti i torti.

Visto e considerato che i fondi a disposizione sono limitati, la platea di coloro che potranno accedere al rimborso sarà giocoforza ristretta: è lecito dunque domandarsi quale sarà la reale portata del provvedimento nelle grandi città (ultimamente alla lista si è aggiunta anche Bari, ndr) oltre ai titoli sui giornali, soprattutto in mancanza di politiche amministrative attive nei confronti di chi pedala.

Provvedimenti sottofinanziati non danno, storicamente, grandi risultati: la sensazione è che, in Italia, l’operazione “rimborso di 25 centesimi al km per chi pedala” servirà molto di più a chi l’ha proposta che non a chi la utilizzerà davvero. Con buona pace delle politiche antismog.

I ciclisti urbani che pedalano ogni giorno in città, nonostante tutto, non hanno davvero bisogno di una mancia preelettorale: chiedono che le amministrazioni pongano fine alla quotidiana strage sulle strade, garantendo maggiore sicurezza agli utenti fragili che oggi sono messi ai margini della carreggiata e continuano a essere investiti e uccisi. E la loro vita non ha prezzo: altro che 25 centesimi.

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Una risposta a Bike to Work, cresce la febbre dei 25 centesimi

  1. […] è ormai endemica in Italia. Se ne parla dalle Alpi (Milano) alle piramidi (Bari); se ne scrive un po’ dappertutto. Io stesso avevo analizzato la questione ab ovo (quando, cioè, era ancora nel guscio) dallo stesso […]

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