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Coast to coast del Centro Italia

Diari • di 8 dicembre 2016

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Procediamo indomiti “coast to coast”,
nessuna parodia è possibile visto che i cabasisi infiammano,
il sudore allarga la percezione, noi manteniamo l’equilibrio
come condizione necessaria al proseguire perché,
in bicicletta siam giunti,
ed è implicito il proseguire.
Da Teramo a Civitanova Marche in treno…
poi tre bici, tre cuori, lungo un’Italia che ci ignora,
piantiamo il coltello vitale
per affermare il sacrosanto diritto alla nostra fottutissima lentezza…

(Libr’Osteria Le Sorgenti, Bolsena, 11 luglio 2013)

Dal Protocollo dei Savi della Bici e/o Convenzione di Anversa, 1964, May

“Il ciclista che si avventuri per le contrade italiche o per l’Europa dall’occhio circolare, rammenti che, nel suo vagabondare, egli rappresenta la dignità dei Savi della Bici, e come tale il suo comportamento, pur ammettendo accidentali devianze e/o conati creativi, andrà strutturato secondo la vigile coperta morale che tutto ammanta della sua rassicurante ricerca di elevazione. In particolare vanno evitati come sconvenienti comportamenti quali ruberìe, raggiri, tradimenti, crapule, atteggiamenti viziosi, sodomìe, cene pantagrueliche, eccessi etilici, promiscuità sessuali, e tutto quanto possa alterare il regolare e giusto cammino, che è sempre e comunque un cammino verso la leggerezza dell’espiazione.
Il comportamento del ciclista sia dunque temperato, consapevole dell’alto valore etico del suo vagabondare, fiducioso dell’uomo anche quando si mostri in tutto il suo irrazionale non sense, attento al valore del reale, mai succube di esso, orgoglioso del suo andare, dall’alba al tramonto, sotto qualsiasi tempo e condizione stagionale, scudiero di un’idea, slancio vitale che risplende di se stesso, incarnazione della fatica universale che tutto smuove e incessantemente dispone, in un equilibrio continuamente da rinnovare.
Il ciclista sia umile, prossimo alla terra che cicla continuamente, perché nella condizione dello sforzo costante all’umiltà sta la lentezza di un miracolo, perché nell’andar è implicita la salvezza di chi va, bipede o velocipide che sia, camminare il mondo come un cavaliere errante di fine millennio, oppure pedalarlo e quindi renderlo più prossimo nelle sue contrade varie e multiformi, diversi gradi di lentezza lo catturano e rendono il viaggiatore degno dell’amore di un Dio, quel Dio che impaziente ordisce l’infinita trama del vivere”.

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Coast to coast

Va bene, scendi dal treno, ti guardi intorno, magari vai in bagno, fai colazione, e poi sali sulla bici e via con le prime pedalate, ti senti euforico, godi di quel momento e, invulnerabile, dribbli il traffico con lo sguardo fiero, te ne vai per sempre lungo una delle infinite strade del mondo. Primo giorno: Civitanova Marche – Foligno, ti sembra così facile, così giusto solo nel dirlo, invece…. Sei attento ad evitare la superstrada ma ti ritrovi con dei lavori in corso giganteschi, decine di cantieri aperti con degli accattivanti nomi americani, tanti camion che ti passano accanto lasciando polvere e rumore, l’Italia sventrata nel terzo millennio, niente pace. Superi Tolentino, pausa pranzo, comune di Serrapetrona, lago di Caccamo, primo errore della giornata, 24 euro di antipasti e 11 di bevande, cioè birra in prevalenza.

Ci spiaggiamo su due panchine, ai bordi del lago che laggiù è abitato da mostruose carpe, animali che a me sembrano così preistoricamente brutti, ma pure noi tre non scherziamo, con l’abbigliamento da ciclisti, alla disperata ricerca di un pane di oblìo, mentre sappiamo che lassù ci aspetta Colfiorito e poi la discesa a Foligno, ma abbiamo pure appreso che di giorno niente pranzo e niente alcool. Ci alziamo dopo un tempo variabile con gli occhi spiritati e l’incedere incerto, risaliamo sui nostri destrieri e scopriamo, prima di abbandonarla, che Caccamo deve il nome ad una lontana penetrazione di Siculi tanto tempo fa; commossi dagli intrighi fascinosi della Storia ci allontaniamo per divenire puntini all’orizzonte mentre laggiù le carpe brontolano un incomprensibile refrain di quotidiana omertà e il tempo comincia un pianto sottile.

Su questo tratto di strada ci siamo solo noi tre, uno si chiama Andrea e diventerà il Capitano, e tanti camion che come operose api prendono o scaricano becchime edilizio nei cantieri dai nomi americani che pullulano nell’intera zona, pioviggina, superato il Castello di Serravalle, comincia la salita di Colfiorito, agevole, arriviamo al valico, una fontana affollata, acqua fresca, uomini che riempiono bottiglie e damigiane, beviamo lieti, pure Enrico beve, Enrico il Calvo, colui che disdegna in genere le acque sorgive a meno che non siano certificate dall’U.E o da un B.I.M. transnazionale, il cultore della minerale ad ogni costo, pure Enrico beve, per l’ultima volta.

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La strada rimpiana e poco più tardi comincia la discesa e dietro una curva appare Foligno in tutta la sua seduzione medievale. Infatti, pur essendoci ripromessi durante questi primi 115 kilometri di evitarla e di tirare oltre, qualcuno disse fino a Bevagna decantandone le innumerevoli virtù, Foligno ci incanta perché è raccolta e soprattutto perché stiamo scendendo vertiginosamente per abbracciarla, siamo stanchi, tiriamo dritti e così ci ritroviamo in pieno centro storico con dei lavori in corso. Ci scoliamo tre Peroncini a quindici euro e cominciamo la cerca di un albergo dove riposare le nostre membra. Scopriamo ben presto che un evento inatteso ha sconvolto la tranquilla vita della cittadina umbra, un concorso del corpo militare l’ha improvvisamente popolata, riempito hotel, pensioni e ostelli, eppure l’avevamo detto di volerla evitare e di tirare oltre, ma la Casa Mancia, alla fine, ci accoglie come cavalieri erranti, mentre la notte abbassa i toni e porta sollievo al nostro andare.

Sistemati in hotel comincio a proporre ottime scaglie del buon sapone di marsiglia, sapone che precedentemente Maria, la mia compagna, aveva sezionato con un coltello atto allo scopo. L’indifferenza dei due compagni di viaggio offende la mia generosa offerta di 2 euro e 50 a scaglia, si arrangiano con il sapone dell’albergo, loro, mentre io insapono i panni per poi stenderli all’esterno diffondendo un profumo struggente tutto intorno.

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Cena in pizzeria e le birre non fanno altro che accrescere il desiderio di un sonno profondo, vista la levataccia della mattina per prendere il treno e cominciare la nostra avventura. Alfine dormiamo, la fatica della nostra prima giornata si stempera, qualcuno russa, tutti. Al mattino pensiamo di stabilire dei turni al russare, una ricca colazione, le abluzioni rituali e si va, naturalmente dopo aver pagato 99 euro per l’alloggio per cui una persona media consuma 33 euro per occupare uno spazio notturno.

I cavalieri escono dalla Casa Mancia in cerca di nuove avventure, direzione Roma, bivio per Bevagna, si comincia a salire, indicazioni per Bastardo e San Terenziano, sale pure il caldo, un viadotto e dietro una curva Todi in lontananza, non ci saliremo, oggi ci sono tanti kilometri fino al lago di Bolsena, si scende fino al bivio per Todi, la mia Lee Cougan raggiunge velocità futuriste, Enrico supera tutti con la sua Protex a cui ha applicato due ruotini da strada che certo sminuiscono la plastica e robusta bontà della sua bici, facendola assomigliare ad un gigante con i piedi di argilla, mentre il capitano Andrea, a cavallo della sua Bianchi Kuma, non mostra alcun segno di cedimento.

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Pausa sotto Todi, prendiamo dal Web una lirica di Jacopone, così, per rendere omaggio, e compunti e sudati, prima di pranzo leggiamo:

“Quando t’aliegre, omo d’altura
va’ poni mente a la sepoltura
e loco pone lo tuo contemplare
e pensa bene che tu dii tornare
en quella forma che tu vide stare
l’omo che iace en la fossa scura”

… Enrico piange sul memento mori, forse è un po’ esagerato e allora leggo:

“O iubelo del core
che fai cantar d’amore!
Quanno iubel se scalda
si fa l’omo cantare
e la lengua barbaglia
e non sa che parlare:
dentro non po’ celare
tant’è granne ‘l dolzore”

Così, come se fossimo stati tutti assolti da Jacopone, pieni d’amore e di afflato mistico, consumiamo un frugale pranzo e tanti litri di acqua mentre il tempo, come previsto da copione, è già avanti nel suo turbamento. Ripartiti alla volta di Orvieto, ci immettiamo su una strada molto super, comincia a piovere! Primo ponte sul Tevere, vorrei fermarmi per cercare qualcosa ad hoc sul fiume sacro ma gli altri mi guardano in cagnesco intimandomi di proseguire. Si sale per viadotti, il fiume scava un solco profondo e ampio laggiù, indossiamo i copripioggia e così, leggeri, costeggiamo il lago di Corbara e i suoi vigneti per poi ritrovarci sotto la rupe di Orvieto, saliamo, non saliamo, faccio valere le mie ragioni e si prosegue, aggiriamo la rupe e ci fermiamo per una foto con Orvieto alle spalle, quando è già cominciata una salita che si rivelerà estenuante verso Bolsena.

Distribuisco caramelle ai miei compagni e si prosegue il viaggio. La pioggia si attenua e lentamente ci lascia con la sensazione che il suo ricamo ha reso ancora più magico il nostro vagabondare in bici. Intanto si sale, maledizione, non si arriva mai, non sono quelle salite coi tornanti, sono salite con rettilinei, stancanti, scendo e vado a piedi quando subito si presenta un messaggero a chiedermi – “Come va?” Domanda del cazzo visto che mi sono scassato i cabasisi di questa salita e rivendico il diritto di andare a piedi, cammino per venti minuti abbondanti, risalgo, bivio per Bolsena, si rimpiana e poco dopo, ragazzi, si scende a rotta di collo fino al centro del paese, ci accampiamo al bar per il rituale delle birre e per tastare il polso a questa gradevole, ci sembra, e sicuramente fresca località visto che porta ancora i segni del temporale di poco tempo addietro. Troviamo l’albergo a due passi dal bar e ci prepariamo per quella che sarà una serata etilica e non solo.

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Rinfrancati dalle sacre abluzioni, ci facciamo belli per l’uscita. Più tardi percorriamo il corso Cavour e troviamo posto alla Tavernetta, all’aperto. Comincia così una cena un tantino esagerata a base di spaghetti alla carbonara, pennette alla boscaiola, patate fritte, bistecche rucola e grana, il tutto innaffiato da ben tre litri di bianco della casa, un bianco dall’incerta qualità e che certo contribuirà al malessere successivo; tre litri di vino sono però sufficienti ad innescare un meccanismo di abbandono confidenziale rinforzato dai cento chilometri percorsi e allora di cosa parlano tre maschietti alla deriva per l’Italia se non del lato oscuro della luna e di se stessi, delle donne naturalmente!

Ci alziamo tra lo stordito e l’euforico, gironzoliamo per il Corso, quando al numero 75, veniamo incuriositi da un caffè libreria, Le Sorgenti, vi entriamo, consumiamo due giri di amaro, attacchiamo discorso con le proprietarie, spulciamo tra i libri, ci attardiamo nella notte quando, ispirato dal Nume, chiedo se c’è una chitarra. Ci troviamo, quindi, intorno ad un tavolo piuttosto ubriachi e si sente, anche se di tanto in tanto la tromba vocale di Andrea e il mio pizzicare le corde trovano convergenze ben oltre la decenza, e così tra musica e amenità varie ci intratteniamo con le nostre gentili dame, creature di uno spazio iperboreo, lasciando riverberare musica e parole, quelle dette tra i fumi della stanchezza anche etilica, e quelle scritte, a memoria del nostro passaggio.

Sono le tre passate quando raggiungiamo l’albergo, barcollando per le strade di Bolsena, comincia una notte perigliosa per un sonno turbato da eccessi vari, la Convenzione di Anversa gettata nell’angolo sporco della stanza, riscopriamo quel lato rapsodico appena al secondo giorno di ascetismo su due ruote. Fa caldo, sono le nove, ci pervade ancora il seme di una notte “curvata, ” avremo tempo per rinnegarla quando la strada si farà rovente e Albinia e il Tirreno tanto lontani e noi così piccoli, si va, scherziamo tra di noi, risale l’alcool in circolo, la strada è lunga, superiamo l’area del lago, saliamo per Gradoli, incrociamo la Via Francigena, sfioriamo Pitigliano, la rocca nel tufo, e ancora su per Manciano, la fatica è confusa, come l’alcool che ancora trasportiamo.

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Pausa cocomero sulla strada, un chiosco provvidenziale, divoriamo cocomeri come dei ciclisti assetati, scherziamo col piccolo della coppia che gestisce il chiosco, noi che veniamo di lontano e ancora dobbiamo andare, entriamo nella zona delle terme di Saturnia, scendiamo nel piano, Albinia non è lontana. Sono stanco di pedalare, però noto con piacere che la Lee Cougan in pianura è magica, mi sento come se guidassi una bici con la pedalata assistita, prendi il ritmo e quella ti porta come se avesse un motore, però intanto sparlo per strada, ogni tanto emetto dei latrati inquietanti, adesso me la prendo con i miei compagni di viaggio, – Vi odio – a gran voce, loro sghignazzano, mi avvicino ad Andrea, digrignando i denti e cercando di speronarlo, non fa una piega il maledetto, l’apostolo del sacrificio fisico, l’Eternauta, tutto tranquillo a pedalare, quando arriva la prima foratura della spedizione.

Enrico ha la bici a terra, urge una riparazione visto che non si è portato una camera d’aria di scorta: ebbene, i tre saggi della bici, dopo aver consultato la Convenzione di Anversa, cominciano a discutere animatamente sulle giuste sequenze da rispettare sforando i 45 minuti previsti anche dal manuale del giovane tardone, ma arriva Albinia, che bello, mi distendo, e il mare? Non c’è il mare, scendiamo a chiedere in un punto informativo, una simpatica ragazza ci indirizza, il mare è ad un paio di chilometri, superato il cavalcavia sopra l’Aurelia, risaliamo sui destrieri, alla fine il Tirreno ci accoglie indifferente, consumiamo il rito, un bagno collettivo, foto di gruppo, l’andare si è concluso, qui vicino scorre l’Aurelia, la strada da evitare, per un ritorno da inventare.

Alle 19, ora locale, cominciano i festeggiamenti in onore di San Albinio, protettore di Albinia, va bene, entriamo nel Duomo locale per ringraziarlo, il sindaco si fa negare, manda l’assessore a riceverci, nella prospettiva della festa riprendiamo vigore, stasera pesce e vino bianco. Intanto veniamo intervistati dalla Signora Wilma Tucci, assessore per l’integrazione del comune di Albinia, mentre un cameramen di Tele Albinia con lo scalpo di un Cerokee, filma l’evento. Alla fine sono solo ad affrontare le domande della Tucci, i due, quei due lanciano sorrisi da ebete ma non parlano, che dirle, mi invento una specie di trama storica sui processi culturali che legano le due sponde dei mari, ribadisco la necessità di potenziare questi legami anche attraverso i gemellaggi, mi avventuro in una generosa digressione sul nomadismo come ricerca e sulla lentezza come valore, quando arrivo alla decrescita felice, il cameramen mi guarda divertito mentre la Wilma, in un rigurgito di attenzione, accavalla le gambe, mostrando orizzonti adiposi a perdita d’occhio. I due maledetti tacciono, annuiscono ad intervalli regolari, ma la Wilma, lesta, li apostrofa cercando di coinvolgerli nel raccontare il loro punto di vista: Enrico, colto alla sprovvista, farfuglia qualcosa sui processi termali applicati ai velocipidi attuali, nessuno capisce un tubo, ma io fingo una grande serietà di fronte a tale profondità metafisica mentre vorrei essere altrove. Andrea invece cita il fascino di questa nostra Italia, la pioggia tra Todi ed Orvieto, il lago di Corbara, e tutti veniamo presi da un pianto malinconico, mentre il cerokee intona Povera Patria di Battiato, e la Tucci gli fa eco una sesta sopra: – Cazzo, la sesta – esclama allora Andrea, mentre io mi alzo e disegnando cerchi nell’aria, raggiungo l’uscita a passo di danza, seguito a ruota da Enrico, Andrea, la Wilma e il cameramen che chiude il balletto.

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Stasera pesce, siamo tutti d’accordo, sul vino si alzano voci di dissenso, presto ridotte al silenzio. Da preziose informazioni carpite all’Hotel Corallo, raggiungiamo il ristorante dopo aver imboccato un sottopasso proprio sotto l’Aurelia, L’Aurelia, ragazzi, capite, la statale numero 1, la prima, pericolosissima, impossibile con la bici, dobbiamo studiare un percorso diverso. Pranziamo alla periferia di Albinia, il pesce non è il massimo, prendiamo un primo litro di bianco della casa così per provare, stasera siamo tutti più soft, ci scaldiamo un po’ per il ridere per la scena di poco fa, e poi la stanchezza è anche lisergica.

Nessuna notte “curvata” all’orizzonte, solo il letto che ci attende e le prime ipotesi per quello che sarà il lungo estenuante viaggio di ritorno. Smentiamo subito alcune voci malevoli che ci avrebbero visti, alle prime luci dell’alba prendere il locale Albinia Roma, quello delle 06.22, tanto per intenderci, così, per un comodo rientro in terra d’Abruzzo. Esiste una frange consistente tra di noi che giura, e si commuove nel dirlo, che il nostro rientro avverrà attraverso il lago di Campotosto, e, a tal riguardo, si comincia a fantasticare che è proprio lì, nel cuore dell’Abruzzo montano, dal nostro amato lago, che torneremo a casa.

L’indomani fervono i preparativi per la partenza, intanto i prezzi delle preziose scaglie di Marsiglia crollano, comincia la svendita a 1 euro e 50 al pezzo: i due continuano a sdegnare mentre i panni pure accusano la stanchezza, come noi che non li laviamo, intanto si va. Usciti da Albinia, percorsi una decina di chilometri, svoltiamo a destra e dopo un breve tratto ci ritroviamo su una carrettera brecciata.

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La seguiamo per diversi chilometri senza incontrare anima viva, solo polvere, qualche rigagnolo, il caldo che sale, le cicale in regime di basso continuo, la SS 74, La Polverosa, recita la cartina, la Maremma Toscana in mountain bike e in assoluta solitudine. Passano un paio d’ore e rientriamo su una provinciale verso Capalbio e di lì arriviamo a Canino, dove ci rifocilliamo con gelati e litri di acqua in un bar sulla strada nei pressi di una fermata dell’Acotral, dove ragazzi bianchi e di colore, cuffie in testa, attendono l’autobus che probabilmente li porterà al mare, a Montalto Marina, mentre un gruppo di Canini osservano il tutto con la tipica indifferenza Tuscia di cui non si finirà mai di parlare, io si. E noi? Tre pellegrini sulla via del ritorno, uno acchittato come un ciclista da Tirreno Adriatico, Enrico; l’altro, Andrea, sembra adesso Indiana Jones nel tempo libero, ed io? Io sono Lino, quello che scrive e quindi sembro una specie di viaggiatore su bici, però sono solo quello che scrive. Si riprende il cammino, si arriva aTuscania e da lì si prende per Viterbo, ma poco oltre ci rendiamo conto di essere dentro una strada a veloce percorrenza ed anche piuttosto stretta, la stanchezza sale ed anche il nervosismo per simile stressante situazione.

Alle porte di Viterbo, zona industriale piena di capannoni con tanti affittasi, trovo la città decisamente squallida ma è solo l’effetto della stanchezza che si mescola alla visione di brandelli insanguinati di neo liberismo, beh.. mi è venuta così! Viterbo, capoluogo della Tuscia laziale, è una città medioevale ed è per questo, ci spiega la simpatica ragazza che ci accoglie alla reception, che tutti vanno in macchina divertendosi un mondo ad intasare il centro storico. Andrea intanto, preso da furore esplorativo, comincia a vagliare le strade del ritorno; a tal fine, da un primo abboccamento con un signore dell’hotel, scopriamo che la strada porta necessariamente a Terni e da lì poi si vedrà; non pago e prevedendo sciagure, il nostro interpella il cugino Claudio che da Casterno, si presta ad essere il nostro navigatore informatico di fiducia; tutti sembriamo rassicurati da simile ala protettrice e così ce ne andiamo a mangiare seguendo le informazioni della proprietaria dell’hotel, una simpatica signora che, saputo della nostra avventura ciclistica ci ha preso a benvolere.

A Viterbo naturalmente impazza una festa medioevale da cui ci teniamo prudentemente lontani: ne cogliamo solo gli echi nella piazzetta dove arriviamo per un gelato, il consumo di dolci si è triplicato in questi giorni, consumo dovuto per me anche al fatto di avere smesso di fumare, spero per l’ultima volta, che volete la scuola è quella del Cosini, lo Zeno, ma andiamo pure avanti. Buonanotte!

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Al mattino con molta calma facciamo le abluzioni rituali, è domenica 14 luglio, mi sembra una vita che pedalo! Enrico ridefinisce con una lametta i contorni del suo pizzo, qualcuno ipotizza, visto che è la festa del Signore, di mangiare la pasta al forno, intanto si va, la simpatica signora ci immortala fuori dall’albergo e ci augura un felice rientro in patria. Lasciamo Viterbo una mattina d’estate seguendo le indicazioni che abbiamo raccolto manualmente diciamo, insieme a quelle che ci arrivano dal web.

Sosta al Santuario della Madonna della Quercia dove entro per una preghiera, i Savi della Bici si alzano da antichi scranni ed applaudono al sottoscritto, mi sento investito come un cavaliere errante e soprattutto responsabile del buon esito di questo viaggio di ritorno per me e per i miei compagni. Si lascia una sonnacchiosa Viterbo, direzione Terni, si sale per Amelia, il pensiero corre alla comunità di recupero oppure all’esperienza di Alcatraz di Jacopo Fo, la nostra prigione è la salita, la bici quotidiana, il culo in rivolta, i calli che mi fanno male dentro delle micidiali scarpe da calciotto, lo so, è una delle mie genialate, lo zaino mi solca la schiena, mi metto a cantare una canzonaccia sui Paralipomeni della Batracomiomachìa, Enrico mi guarda tra lo schifato e il pietoso, passa oltre, sembra un gregario della Tirreno Adriatico, lo odio per la sua meccanica costanza, rimango da solo a meditare su Amelia e sulla necessità di un ricovero immediato al primo presidio ospedaliero, un approccio psicosomatico per il mio insignificante, tragicomico dramma.

Da lontano presto attenzione al fatto che Enrico si alza sempre più spesso sui pedali, mentre biascica delle parole che solo i folletti dei boschi di Amelia possono intendere, ma io intuisco che il “mal di culo” da oggi non è solo mio. Andrea invece prosegue eroico, stoico, impassibile, solo. Giungiamo ad Amelia, la ragazza del bar si chiama Toderita e a dispetto di ciò ci assiste con gelati e piadine, un avventore ci mette la pulce di Leonessa nell’orecchio, non è un ossimoro, è la via di fuga dalla Salaria di domani, ma tutta in salita, Andrea si infiamma, gli occhi gli sparlucciccano per l’emozione, già ma come si arriva a Leonessa?

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Intanto se i pensieri si incespicano le bici vanno per inerzia, Narni scalo, la rocca su in alto con il suo sommerso, Terni in lontananza, seconda foratura per Enrico, seconda toppa, non durerà, raggiungiamo il centro cittadino, cerchiamo un albergo e ne troviamo uno a prezzi stracciati, 20 euro per una singola, dopo sentiremo perché, recuperiamo Enrico con la gomma a terra e ci ricoveriamo nel suddetto, la signora è un’altra simpaticona, chamiamola Vincenzina, claudica per un’anca operata ma ha buona favella e si intrattiene con la nostra stanchezza. Saliamo nelle nostre camerette singole, godo nello stare solo, finalmente solo, senza quei due gufacci, mi faccio una doccia e mi stendo sul letto, qualcosa non torna, fa caldo, maledizione, senza condizionatore che condizione avrà la notte? Alfine scendo di sotto e mi intrattengo con Vincenzina, lei mi parla delle sue visite a San Gabriele, sento aria di casa, di una brutta caduta da una sedia giocando a carte con le amiche, il principio della sua zoppìa, e poi in modo interessante mi racconta di quella ciclista tedesca, ultrasettantenne, apparsa nel suo albergo, destinazione Brindisi, volontà di imbarco, Albania, mai più tornata, a suo dire … Un bel modo per uscire di scena, mi dico e intanto ascolto le sue storie di ciclisti, mentre scende Andrea che mi fa cenno di uscire e di seguirlo.

Attraversiamo la strada, ci sediamo sulla panchina di un piccolo giardinetto: – scrivi – mi dice! Annoto compunto una sequela di località mai sentite in vita mia, tra cui Forca e Labro, mentre Andrea segue con sguardo fiero la cartina, come un segugio alla cerca del tartufo, annusa, capta, intuisce passaggi e corridoi, ” cazzo ” mi dico, questo è Indiana Jones a tempo pieno, comincio a sospettare che voglia aprire una via nel bosco visto che continua a ripetere: – Eppure ci deve essere la strada per Leonessa – comincio a sentire puzza di guai e già li vedo i portatori filippini trapiantati nel Ternano che si rifiutano di proseguire mentre Andrea impreca e li frusta, quando ecco che sopraggiunge Enrico che comincia pure lui a scrutare il territorio, è una breve guerra tecnologica, la scienza squarcia il velo, l’esploratore Andrea ridotto al silenzio da un cellulare che implacabile trova comode strade e banalizza il mistero della scoperta personale, vabbè non è che pensavo tutte queste amenità, però sono sicuro che mentre Enrico elencava le tappe per l’indomani, Andrea si è intristito per la banalità del vivere.

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Cena in pizzeria a due passi dall’hotel, passeggiata per una Terni afosa, ancora un gelato, una foto davanti alla fontana centrale, rientro nei nostri personali fornetti per la sauna notturna. Buonanotte!
Ho rientrato tutto un gregge di pecore stanotte e il pastore, macedone, mi ha preparato pane e ricotta fresca; mezzo rincoglionito scendo sotto e torno in centro per prelevare soldi, per strada prendo un caffè gestito da una coppia cinese, passo il ponte sul Nera e mi godo il fresco del mattino. Al ritorno aspetto che Enrico e Andrea facciano la loro comparsa, ecco Andrea, Enrico via etere annuncia il suo ritardo, lo vediamo infatti arrivare poco dopo dolorante e pure lui provato dalla notte bucolica; alle ore nove, siamo appostati vicino alla bottega del ciclista, saracinesca abbassata, lunedì mattina, “E’ bravo ma un po’ rapsodico nel lavoro “ci ha detto la Vincenzina sorridendo; il cambio della camera d’aria viene salutato con un sospiro di sollievo da parte nostra mentre una cosa è sicura: ci attende una tappa di montagna, Andrea è in visibilio, noi due no!

Alla prima svolta a destra comincia la salita, verso il lago di Piediluco, ” ma questa è la Salaria ” mi dico, appena mi rendo conto di essere superato da un serpentone di Tir, – Se si incrociano in due ci fanno a fettine – mi lamento con i miei camerati, nessuna risposta, loro procedono noncuranti, quasi sprezzanti del pericolo, io lo so che oggi sarà una giornata di passione, i giorni di bici me li sento tutti addosso, il mio culo soffre, con dignità ma soffre.

Arriviamo davanti al lago di Piediluco e poco dopo la Salaria gira a destra verso Rieti, noi si va a sinistra, in un territorio sconosciuto con indicazioni tipo Labro, Leonessa, e la strada sale, sempre sale, ed io cedo e proseguo per inerzia, non mi giova la pausa pranzo, sono alla frutta, e come me anche Enrico mostra segni di sofferenza acuta. Alla fine scendiamo dalla bici, I Savi plaudono, anche se il rappresentante fiammingo e quello bretone ridacchiano appellandosi ad una presunta mollezza italica, il nostro Saggio li rimbrotta tagliente chiamando in causa il diritto del cicloturista alla lentezza, Andrea intanto fa da apri pista e lo lasciamo andare in avanscoperta, io ed Enrico camminiamo nel bosco lungo una strada che sale e non sembra voler finire, e la meta sembra una mirabile visione tutta da venire.

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Alla fine ci ricoveriamo presso Serena, panini col prosciutto e birra ma niente bagno, tira vento e abbiamo freddo. Serena, immagino, ci chiede da dove veniamo e al nostro dire ci guarda con quella lontananza con cui si guardano gli eroi o gli impostori. Veniamo da Albinia, acqua del Tirreno, oppure dall’Adriatico partimmo, ma in fondo il lago ci ha accolto, è lì vicino a noi, lui sa tutto del nostro viaggio visto che lo abbiamo onorato tornando da lui, siamo a casa, e il riscendere verso Teramo è il necessario corollario di un qualcosa che si è già compiuto, il nostro viaggio si è concluso con la visione dell’acqua, così come era partito, cala il sipario, ma la strada rimane dentro di noi, è dentro i nostri muscoli, dentro le nostre teste, un patrimonio perenne, l’inizio di altra strada e di altra fatica.

I savi si alzano dai loro imponenti scranni, l’Italico strizza l’occhio al Bretone, e tutti insieme lasciano la stanza, lentamente si chiude la porta, domani una nuova scena, altre avventure in bici da proteggere, altre anime salve da non dimenticare.

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2 Risposte a Coast to coast del Centro Italia

  1. Lino Pasquarelli ha detto:

    Pubblico dopo tre anni, in questa piattaforma digitale, il resoconto tragicomico della mia prima follia cicloturistica. L’ amico nonchè capitano della traversata tra i due mari, Andrea Di Vincenzo, ha così commentato: – A rileggerlo così…dopo un po’, subito dopo il riso arriva la malinconia, non tristezza, un non so – . In verità, accanto ad un chiaro intento limitrofo alla letteratura, il racconto credo possieda quelle caratteristiche di spontaneità e di delirio che lo avvicinano molto, nella mia fantasia, ad una sorta di ” On the road” all’italiana su due ruote. Ho infatti volutamente lasciato la narrazione ad uno stato grezzo, quasi informe, come se il limarla a livello stilistico potesse corromperne quella carica istintiva, vitale, che credo lo caratterizzi. Il ripensarlo oggi, e quindi il ripercorrerlo, ha certo un po’ il sapore del tempo che passa, eppure credo che simile impatto narrativo abbia una sua profonda ragione di essere. Intanto perchè, tutti i cicloturisti hanno un’ anima da salvare come ” viaggiatori viaggianti” ha detto il maestro Fossati; anche lo scudo protettivo della Convenzione di Anversa e quindi dei Savi della Bici mi piace pensarlo come un collante che unisce tutto il continente euroasiatico, come degli osservatori che aiutano e commentano e criticano questo nostro incespicante andare, esattamente come dei figli da illuminare e sempre da perdonare.
    Buona lettura a tutti e attendo commenti da parte vostra.
    Lino Pasquarelli

  2. Riccardo ha detto:

    “Se questo mondo fosse un piano infinito e navigando a oriente noi potessimo sempre raggiungere nuove distanze e scoprire cose più dolci e nuove di tutte le Cicladi o le Isole del Re Salomone, allora il viaggio conterrebbe una promessa. Ma, nell’inseguire quei lontani misteri di cui sogniamo, o nella caccia tormentosa di quel fantasma demoniaco che prima o poi nuota dinanzi a tutti i cuori umani, nella caccia di tali cose intorno a questo globo, esse o ci conducono in vuoti labirinti o ci lasciano sommersi a metà strada”.

    Il racconto sprigiona un forte sentore epico, quasi eroico.
    Certo, si sa, l’eroe greco cade. Qui mi pare che siano tutti sopravvissuti. Il finale non torna.
    A quando il prossimo canto?

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