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La Mongolia in bicicletta

Diari • di 10 gennaio 2017

Domenica 8 agosto 1999. E’ dalla città di Olgii, nella Mongolia occidentale, che inizia questa avventura. Kanat, un ragazzo kazako conosciuto da poco, che si è dimostrato un vero amico, si fa prestare una bicicletta e percorre con me il primo chilometro. Il cielo sereno di ieri mattina si è annuvolato nel pomeriggio per il forte vento e, giunta la sera, è iniziato a nevicare. Le montagne in direzione del colle che dovrò valicare sono ricoperte da uno strato di neve.
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Olgii si trova a 1540 metri di quota ed è il capoluogo dell’aimag Bayan Olgii, una delle 18 province della Mongolia. La maggior parte dei suoi abitanti appartiene alla minoranza etnica dei Kazaki, che parla una lingua di origine turca e professa la religione musulmana.
Il percorso di oggi consiste in una lunga salita che sfiora quote superiori ai 1900 metri per poi continuare, ora pianeggiante, ora con saliscendi per una settantina di chilometri sino a Tolbo, il primo villaggio che tuttavia, dovendo deviare a sinistra per portarmi verso il valico Buraatyn Davaa, non attraverserò. Durante il tragitto affianco un bellissimo lago, il Tolbo Nuur, anche se in generale la presenza di acqua da queste parti è scarsa.

Decido di sostare per la notte dopo aver percorso 85 chilometri in sette ore di marcia, soste escluse, su uno sterrato in pessime condizioni aggravato dagli oltre 28 chili di materiali che certamente non facilitano la progressione; piazzo la tenda in una deliziosa depressione poco distante da un limpido e fresco ruscello.

Si avvicina un pastore mongolo in sella ad un cavallo che cavalca con maestria invidiabile e mi porge del formaggio secco di sua produzione che io baratto con formaggio grana. Poi, seduti davanti alla cartina stradale, gli chiedo informazioni sul passo che domani dovrò valicare. Mi attendono ancora 10 chilometri. di dura salita ma il posto è molto bello: ecco il suo verdetto. Abita a Tolbo e, avvicinandosi la sera, mi saluta calorosamente e si allontana.

Lunedì 9 agosto 1999. Notte da brividi con temperature sotto lo zero. La calda giornata mi ha illuso di potere dormire poco coperto. Per uscire dalla tenda devo aspettare i raggi del sole: inutile disperdere energie per combattere il freddo. Oggi dovrò valicare due colli distanti 95 e 120 chilometri da Olgii. Il primo valico, denominato Buraatyn Davaa, dovrebbe trovarsi a circa 2400 metri di quota. Per il secondo, sicuramente più basso, la mia cartina non riporta alcun nome. La pendenza non è delle più indulgenti e scendere dalla bici per spingerla è, a volte, l’unica soluzione per procedere. Tra i due colli la mia attenzione è attirata da una zona ricca di laghetti, dopodiché devo fare i conti con un impegnativo passaggio per guadare un ruscello. Il passaggio fortunatamente mi è agevolato dall’aiuto di due pastori. Superato il secondo colle 16 chilometri di ottima discesa conducono a piccoli gruppi di “gher”. Da uno degli abitanti vengo invitato a sostare. Accetto senza esitazioni e mi trovo circondato da tutta la famiglia che si dimostra molto cortese e ospitale in quanto mi offre molti alimenti.

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La dieta dei mongoli che vivono nella steppa come allevatori di bestiame è molto povera, per buona parte dell’anno è basata quasi esclusivamente sulla carne, che nel periodo estivo viene sostituita dai prodotti derivati dalla lavorazione del latte. La farina viene utilizzata per cuocere piccoli pezzi di pane e saltuariamente si cucinano riso, uova e patate. Quasi inesistenti frutta e verdura.

La “gher” è l’abitazione ideale per la vita nomade ed il clima continentale: facile da trasportare, può essere facilmente smontata e rimontata. La struttura portante è realizzata in legno ed è costituita da lunghi pali verticali che sostengono il tetto, inclinato, e le travi orizzontali necessarie per reggere i teli delle pareti laterali. Per la copertura viene utilizzato il feltro idoneo per non permettere infiltrazioni d’acqua o passaggio di correnti fredde. Infatti questo materiale, ottenuto dalla lavorazione della lana, ha la capacità di asciugare in fretta e perciò non crea umidità all’interno della “gher”. Normalmente una “gher” offre un’area coperta di una ventina di metri quadrati. La zona centrale è la più importante: vi è situato il focolare che oltre all’evidente valore pratico mantiene vivo il rapporto con gli antenati. La porta di ingresso è sempre rivolta verso sud, all’interno la zona sinistra, protetta dal cielo, è riservata agli uomini; la zona a destra, protetta dal sole, è riservata alle donne. Il padrone di casa siede a nord di fronte all’entrata. La legna è generalmente molto scarsa, dunque come combustibile viene utilizzato lo sterco animale, specialmente quello di yak.

E’ ora di tornare in sella; ci resto fino ad un ruscello nei cui pressi decido di sostare per la notte. Non è una buona idea: trovandomi non lontano da piccoli agglomerati di “gher” per tutta la serata continuo a ricevere visite da parte di gente curiosa ed io sono leggermente stanco degli 81 chilometri percorsi.

Martedì 10 agosto 1999. Orientarsi su queste piste non è facile, non esiste alcun tipo di indicazione e anche con bussola e cartina è possibile sbagliarsi. Mi trovo ad Erdeneburen, il “villaggio fantasma”, così l’ho ribattezzato; di discrete dimensioni è costruito in legno e pietra ed attraversato da un torrente. Non so dare una spiegazione al fatto che sia completamente disabitato. Erdeneburen è anche il nome del mio primo sbaglio: la penalità da pagare consiste in 20 chilometri in più da percorrere per ritornare sul mio itinerario. Ma i veri problemi iniziano da quando abbandono il villaggio: da allora inizia una zona desertica che continua per oltre 60 chilometri, uno sterrato spaventoso, un sole cocente e continui assalti da parte di zanzare. Il tutto affrontato con un solo litro di acqua al seguito. E’ forse il momento di crisi più alto di questa avventura, le zanzare sono così numerose che posso respirare solamente col naso. Ho al seguito l’antizanzare, lo utilizzo ma ben presto gli insetti si abituano alla sua presenza. Per tutto il percorso l’assoluta mancanza di segni di vita umana o animale mi procura un senso di angoscia che mi stimola a muovermi per uscire da questa brutta situazione. La salvezza è giungere alla città di Hovd che dovrebbe trovarsi a 211 chilometri da Olgii, rivelatisi poi 259 chilometri. Per raggiungere Hovd devo valicare un ultimo passo che mi toglie le ultime energie rimaste.

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Mercoledì 11 agosto 1999. L’esperienza del giorno precedente mi spinge a portare con me 5, 6 litri di acqua. Devo raggiungere il villaggio di Manhan ad 82 chilometri e solo là troverò acqua.
Spesso, parallelamente alla pista principale sono presenti uno o più sterrati secondari con un fondo più regolare, questo mi porta ad utilizzarli volentieri con il solo svantaggio di allungare leggermente il tragitto.
Durante il percorso di oggi l’unica abitazione incontrata è a 30 chilometri dopo Hovd. Mi fermo e ricevo ospitalità: tsai, formaggio e pezzi di pane. Anche oggi sole e zanzare mi fanno compagnia per tutto il tragitto. Avventurarsi qui in bicicletta è davvero sconsigliato a chi non è abituato a sopportare forti e prolungati disagi.
Per combattere le zanzare sono costretto ad indossare sopra la tuta completa da ciclista una felpa con cerniera a collo alto e pantaloni di cotone larghi incerottati alle caviglie per la catena. Solita soluzione antizanzare sulle mani e sul viso.

Finalmente scorgo il villaggio in lontananza, io però mi fermo un paio di chilometri prima perché Manhan non è nella direzione che devo seguire e a me interessa l’acqua del torrente Hoyo Tsennet. Lungo questo corso d’acqua sono presenti molte “gher”. Chiedo ad una famiglia il permesso di piazzare la mia tenda in prossimità della loro abitazione, mi sigillo all’interno e finalmente è ora di relax.

Giovedì 12 agosto 1999. Anche il percorso di oggi è completamente pianeggiante. Eccetto due camion e alcuni fuoristrada non ho incontrato nessuno; qualche abitazione abbandonata e niente acqua tranne un laghetto paludoso infestato da parassiti; zanzare e sole come al solito.
Per poter tollerare questi livelli di fatica è d’obbligo una corretta alimentazione. All’acqua che sempre potabilizzo con steridrolo aggiungo sali minerali e maltodestrine. Per colazione: cereali, frutta secca, tè con miele e biscotti. Sotto sforzo l’ideale sono frutta secca, barrette energetiche e formaggio. A giornata terminata, pasta, olio extra-vergine, grana e due pastiglie di vitamine con fermenti lattici. Durante le soste, presso le “gher” bevo molto tsai.

Il pessimo fondo stradale mi obbliga ad una progressione lentissima, alcuni tratti li percorro ad una velocità media di 8 chilometri orari. Spesso la bici si insabbia e devo scendere a spingerla. A volte ho la netta impressione che, camminando a piedi, procederei più velocemente.
Ad un certo punto mi appare in lontananza un enorme corso d’acqua; consulto la cartina ma non è segnalato, devo avere nuovamente sbagliato strada! Sono sfiduciato, eppure mi sembra di aver preso la direzione corretta, l’ho verificato continuamente con la bussola. Ebbene, mi accorgo procedendo che è solo un miraggio! A Zereg, la meta di oggi, giungo dopo 6 ore e 20 minuti necessari per percorrere appena 71 chilometri! Qui trovo una stanza in affitto, ne approfitto volentieri per non montare la tenda.

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Venerdì 13 agosto 1999. Pioggia! Aria più fresca ma manto stradale più avverso ne sono le immediate conseguenze. I primi giorni, tra le montagne, sono stati affascinanti e caratterizzati da un mondo vario mentre ora lunghi tratti pianeggianti e monotoni di zone semi-desertiche e morfologicamente uguali non sono un buono stimolo a procedere. I pochi mezzi motorizzati che incontro sono fuoristrada di fabbricazione russa oppure camion che trasportano lana o macchinari speciali ad Ulaan Baatar, la capitale mongola. Alcuni si fermano per conoscere questo viandante in bicicletta ed io ne approfitto per chiedere loro conferma sulla direzione che sto seguendo. Il problema della comunicazione è secondo solo alla fatica fisica: qui nessuno parla la lingua inglese, al massimo qualche parola in russo. Conoscere la traduzione di qualche vocabolo mongolo mi è tornato della massima utilità per comunicazioni “di servizio” e per fraternizzare con questa gente.

Darvi è la tappa di oggi. Qui sosto due notti per recuperare le energie dovendo poi affrontare 250 chilometri di deserto per arrivare ad Altai. Darvi è un villaggio triste, sembra di essere in qualche zona sperduta della Siberia. Esiste un edificio in cui affittano stanze per pochi soldi: lire 4000 lire a notte. Poche anche le comodità, non esiste un acquedotto dunque l’acqua si deve attingere dai pozzi.

Sabato 14 agosto 1999. Questa giornata di riposo, utile per riprendermi dalla stanchezza, fa affiorare un triste senso di solitudine. Sto nella stanza, fuori piove e la gente è rintanata nelle abitazioni. Ho stretto amicizia con un ragazzino, con il suo aiuto visito la scuola (chiusa in questo periodo) ed un piccolo e sfornitissimo emporio che commercializza una varietà di circa dieci prodotti. Alcune persone sono piombate nella mia stanza per vedere il “marziano con il cavallo d’acciaio”.
Non credo che in questo villaggio abbiano visto molti occidentali, sicuramente nessuno in bicicletta. Approfitto del tempo a disposizione per un controllo generale della bicicletta: viti, bulloni, freni, catena, raggi e copertoni: domani si riparte.

Domenica 15 agosto 1999. Il tempo si è rimesso al bello e le nuvole creano giochi di forme e colori contro la steppa sconfinata. Niente zanzare finalmente e quindi soste più lunghe e maggior tempo per ammirare paesaggi, magari seduto con una tazza di Nescafè. E’ una giornata speciale e tutto sta procedendo al meglio. La pista sterrata è in ottime condizioni e mi consente una buona velocità (96 chilometri percorsi in sei ore). Frequentemente incontro cammelli e cavalli, la loro presenza mi fa sentire meno solo. Percorsi 80 chilometri da Darvi appaiono le prime “gher” probabilmente vicine a pozzi d’acqua, vi faccio sosta.

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Sicuramente l’aspetto che più mi sta affascinando della Mongolia è il contatto con questa gente, la profonda generosità disinteressata, valori ormai scomparsi, non solo in occidente. La sosta in una “gher” non è solo un toccasana alimentare, ma riesce soprattutto a ricaricarmi nello spirito, mi fa confluire nuove energie. In questi giorni ho avuto momenti di depressione, voglia di mollare tutto; questa gente, senza saperlo, con il suo calore umano mi ha incoraggiato a continuare malgrado la disidratazione, le zanzare, il caldo afoso, il difficile orientamento e le pessime strade. Questa notte la mia tenda è un puntino nell’enormità della steppa come le stelle nel cielo, le stesse che riesco ad osservare maestose ed immobili. Sono felice e commosso per tutto questo, sono felice di sentirmi vivo e non solo di esistere.

Lunedì 16 agosto 1999. Il bel giorno si vede dal mattino dice un popolare proverbio italiano, beh spero non valga qui in Mongolia! Gomma posteriore a terra, seconda foratura: devo sostituire anche il copertone. E’ meglio che razioni l’acqua poiché non so con esattezza quando troverò un pozzo. Con questo caldo il mio corpo necessita di almeno 5, 6 litri di acqua al giorno.

Il turismo in questo paese è recente, fino dall’inizio degli anni ‘90 la Mongolia è stata sotto l’influenza dell’impero sovietico con il delicato ruolo di paese cuscinetto tra questo e la Cina, a causa dei rapporti critici tra i due paesi. Ne è seguita una totale chiusura al mondo occidentale capitalista, un forte processo di nazionalizzazione, la scomparsa della proprietà privata, la dura repressione degli ordini religiosi, la distruzione dei tempi lambisti e la sostituzione dell’alfabeto mongolo con quello cirillico. In seguito alla Perestrojka di Gorbaciov degli anni 90’, c’è stato un totale rientro delle forze armate russe e la sospensione della collaborazione economica che ha portato una profonda crisi economica nel paese. Oggi quasi nulla è più sotto la gestione statale, spesso si assiste ad una gestione privata mista tra mongoli e stranieri (giapponesi, russi, italiani…).

Attualmente il turismo è limitato a quattro o cinque posti verso i quali i vacanzieri vengono pilotati. Penso che in futuro la Mongolia sarà presa d’assalto dalla massa turistica: il mio augurio è che possa mantenere il suo alone di fascino e di mistero ma temo che la gente del posto saprà approfittare delle nuove condizioni ed imparerà a fare di ospitalità, cortesia e generosità un fatto commerciale. Percorsi una quarantina di chilometri faccio rifornimento d’acqua. Anche questa notte la trascorro nella steppa, lontano da ogni forma di vita animale.

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Martedì 17 agosto 1999. Risolto con filo di ferro e fascette un problema tecnico al portapacchi, riparto dopo nemmeno un’ora dalla prima partenza. Un cappellino che trovo per terra è l’ideale per rimpiazzare quello perso qualche giorno prima. Qui in Mongolia il sole estivo ti “spacca il cranio” se non hai qualcosa per coprirti il capo.

Incomincia la salita, costante e quasi interamente pedalabile che, dopo 1000 metri di dislivello, mi porta ad un colle da cui si scende per qualche chilometro sino ad Altay, capoluogo dell’aimag Gov’Altay. Sono tre giorni che non vedo zanzare e questo mi conforta anche se non riesco dare una spiegazione scientifica a questo fatto avendo attraversato sempre zone climaticamente e morfologicamente molto simili. Sono veramente stanco, la fatica di tutti questi chilometri si fa sentire. Raggiunta Altay il programma iniziale era di prendere la direzione verso Ulaan Baatar. Parlando con l’amico di Olgii, Kanat, ho deciso di modificare l’itinerario avendo capito che da Altay a Bayanhongor si snoda un tracciato 400 chilometri di zona desertica, caratterizzato da carenza d’acqua e paesaggisticamente poco interessante.

Mi dirigerò invece verso Uliastai nell’aimag di Zavhan. E’ una zona di montagna e dovrò valicare diversi colli ma che sicuramente presenta paesaggi vari ed interessanti. Ho letto che il territorio di queste regioni è coperto da fitti boschi e sinceramente sento un po’ la nostalgia di qualche albero. Uliastai è ubicato a 1750 metri di quota ed è considerato l’agglomerato più freddo di tutto il paese: le temperature invernali possono scendere a 50°C sotto lo zero.

Mercoledì 18 agosto 1999. Percorsi i primi 8 chilometri incontro un bivio: la strada procede o verso Ulaan Baatar o verso Uliastai. Mi fermo e aspetto qualcuno cui chiedere informazioni sulla via da seguire per raggiungere Uliastai. A volte è davvero difficile spiegarsi, la pronuncia è totalmente diversa dalla nostra inoltre in Mongolia si utilizza l’alfabeto cirillico. Passano due ragazzi in moto, li fermo: perfetto si procede!
Qui la temperatura è decisamente più bassa e un fastidioso vento mi accompagna tutto il giorno obbligandomi a ricorrere al k-way. La strada per Tayshir è buona. Tayshir è un villaggio senza alcun interesse attraversato dal fiume Zavhan. Pregevole il ponte, appena terminato, da transitare per continuare l’itinerario. Una salita continua si snoda dal ponte e il tentativo di affrontarla col vento a sfavore risulta spossante. Dopo qualche chilometro lo stesso vento mi costringe a rintanarmi nella tenda che faticosamente riesco a montare e ad ancorare al suolo.

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Giovedì 19 agosto 1999. Nelle ultime ore che procedono l’alba, un dolore acuto e fastidioso mi prende all’altezza delle reni: coliche! Questo proprio non ci voleva, continuare a cambiare posizione non risolve ne allevia il dolore. Ricordo che circa un anno e mezzo fa si era già verificato un episodio del genere in seguito alla partecipazione alla Marathon des Sables, un’estenuante corsa a tappe nel deserto marocchino in autosufficienza alimentare.

Solo alle ore 11,30 riesco a strisciare fuori dalla tenda. Il dolore si è attenuato ed io potrei porvi rimedio farmacologicamente ma preferisco attendere nuovi sviluppi per evitare i danni conseguenti all’assunzione di sostanze terapeutiche. Mancano ormai due giorni per terminare questa avventura e l’incubo di una possibile rinuncia mi pesa veramente. Questa zona, come molte altre, risulta scarsamente trafficata per cui è difficile poter chiedere aiuto a qualcuno. Devo trascorrere la prossima notte in un centro abitato o in una “gher”, non comunque da solo in tenda.

E’ la giornata dei colli, ben tre da superare! La bellezza del paesaggio ripaga ampiamente la fatica necessaria. La vegetazione verdissima e la vicinanza delle montagne mi fa sentire a mio agio, forse perché anch’io vengo da posti simili. La pianura mi mette ansia, un senso di desolazione. La steppa non è solo una pianura: ha in sé qualcosa di potente, è come se racchiudesse entrambi questi ambienti profondamente diversi.
La quota del primo passo è a 2914 metri ma personalmente nutro forti dubbi su questo valore e le pile scariche del mio altimetro mi costringono a prenderlo per buono. Sono colli quasi totalmente pedalabili, con deliziose discese in condizioni accettabili. Solo dopo il terzo colle compaiono le prime “gher”, in prossimità di un torrente da cui attingo nuove scorte d’acqua.

Incrocio un pastore con il suo gregge di pecore, è un ragazzo simpatico che, visto l’orario mi propone di trascorrere l’ultima notte nella sua “gher”. Questa offerta mi riempie di gioia, devo solo avere un po’ di pazienza poiché egli deve prima radunare le sue pecore. Per fare questo deve correre con il cavallo e quindi decido di aiutarlo intervenendo con la bicicletta. Il pastore è molto divertito da collaborazione e mi sorride continuamente.

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Eccoci arrivati, mi presenta moglie, figli e parenti che vivono in una “gher” adiacente alla sua, prova la mia bicicletta ed io il suo cavallo. All’ora di cena inizia il rito dell’ospitalità ed io, per contraccambiare, preparo un piatto di spaghetti per tutta la famiglia. Apprezzano molto questo piatto italiano e quindi offro loro come dono un pacco di pasta da un chilo. In serata assaggio un delizioso yogurt e bevo airak, una bevanda alcolica ottenuta per fermentazione del latte di cavalla. Fuori dalla “gher” la luna illumina i profili dei monti contro il cielo. E’ l’ultima notte che trascorro immerso in questo mondo e voglio riempirmi di questi momenti.

Venerdì 20 agosto 1999. Le due ruote sono nuovamente in movimento. Prima dell’addio, l’amico mongolo mi regala un portafortuna: la rotula di un lupo da lui catturato. Sarà una persona che ricorderò ogni qualvolta la Mongolia passerà tra i miei pensieri.

Affianco il villaggio di Tsagaanhayrhan per poi iniziare una lunga salita che conduce al passo Gants Davaa, ultimo della mia traversata ma primo tra tutti in fatto di difficoltà.
Raggiunto il colle la gioia è tanta ed anch’io pongo la mia pietra sull’ovoo, cumulo di pietre a forma piramidale, compio tre giri attorno ad esso a simboleggiare la ruota della vita. L’oggetto che si lascia solitamente è un sasso ma si può trovare di tutto: pezzi di motore, stampelle, soldi, bottiglie, biscotti… sono tutti comunque il simbolo della propria devozione.
Tutta discesa sino ad Uliastai, discesa che pian piano porta fuori da un mondo magico e fiabesco per rituffarsi nella realtà fatta di gente e di rumori anche in Mongolia.

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