MENU

Pedalando verso Roma…una gioia lunga mille chilometri [parte 1]

Diari • di 24 marzo 2017

Un diario di viaggio in più puntate, un lungo e bellissimo percorso verso la Città Eterna

Prima puntata

“I soldi non possono comprare la felicità”, niente di più vero, ma a volte…

Disegno di ciclista a Roma

Appena venti metri dopo aver chiuso il cancello di casa, eccomi a far scorrere le ruote della bici sull’asfalto consumato della S.S. 113, a dare inizio ad un nuovo viaggio in bici.
Un antico proverbio dice che tutte le strade portano a Roma e questa mia nuova avventura, la cui meta finale è proprio la città eterna, comincia al Km. 232 della strada statale 113 settentrionale sicula. Mille e più chilometri, tutti da affrontare pedalando.
L’idea è quella di coprire tale distanza in cinque tappe giornaliere; sono consapevole che non sarà semplice, e che per riuscire in questo, la buona sorte dovrà essere mia compagna in questo lungo viaggio.
Un pensiero letto un po di tempo fa, e che ho fatto subito mio fin da quel giorno, dice che un viaggio lo si vive tre volte: quando lo si progetta, quando lo si compie e quando lo si ricorda”. L’idea, il progetto di questo viaggio ha radici lontane, che si legano ai pellegrinaggi fatti in bici sul Cammino di Santiago; il primo nel 2008, il secondo nel 2012. Allora, mi ero ripromesso che ogni quattro anni sarei ritornato sul Cammino, ma il 2016 è un anno speciale, un anno che Papa Francesco ha voluto Santificare indicendo il Giubileo della Misericordia, e l’idea di vivere il nuovo pellegrinaggio, pedalando alla volta della tomba dell’apostolo Pietro, e preferire Roma a Santiago mi è sembrata quella giusta.

Progettare questo viaggio, da un lato ha avuto un’evoluzione semplice, e mi riferisco al pianificare le tappe, allo studiare la strada da percorrere, predisporre la bici e tutto il necessario da portarmi dietro, dall’altro lato non è stato privo di impedimenti; come ogni buon cicloamatore che trova nei vincoli familiari le più dure salite da affrontare, io avevo nelle ritrosie dei miei familiari, in primis quelle di mia moglie, l’ostacolo più duro da dover superare!
Forse è merito della mia buona stella, se tra una discussione e l’altra, alcuni amici si sono entusiasmati all’idea del pellegrinaggio a Roma per l’Anno Santo e hanno convinto mia moglie a condividere parte di questa mia nuova esperienza. La decisione finale è stata quella di partire tutti assieme; io, qualche giorno prima, in bici, e loro in treno, per poi ritrovarci a Roma e trascorrere una breve vacanza nella capitale, per partecipare all’udienza papale del ventuno settembre.
Tutto questo accadeva verso la metà del mese di Agosto e fin d’allora il pensiero di vivere questa nuova esperienza in bici ha riempito le mie giornate..
Settembre è un mese che per viaggiare in bici mi è piaciuto sempre poco, perché violenti temporali estivi sono sempre in agguato, ed è brutto dover affrontare duecento chilometri al giorno pedalando sotto la pioggia battente.
Nei giorni che precedono la partenza l’unico mio cruccio era rivolto alle previsioni del tempo: già nelle prime due settimane di settembre un’aria di bassa pressione aveva portato violenti temporali nel sud Italia, ma altri ne erano previsti durante i giorni di viaggio.

“Preoccupati delle cose che puoi controllare, tutte le altre accettale pedalando, solo così puoi arrivare alla meta!” fino ad ora grazie a questo mio imperativo, di mete ne ho raggiunto un bel po’, e così che pioggia o non pioggia, ho predisposto ogni cosa per essere pronto a partire.
Venerdì è un ottimo giorno per dare inizio ad una nuova sfida, anche perché è stato un venerdì di 46 anni fa che tutta la mia storia ha avuto inizio. Non è questione di scaramanzia se certe cose si notano più di altre, però alcune coincidenze, possono infondere quel pizzico di sicurezza in più, specialmente se nelle ultime uscite in bici non sento di avere quella condizione necessaria per poter affrontare mille chilometri in cinque giorni!
Sedici settembre duemilasedici. A leggerlo ora i se presenti in questa data “se… se… duemilese…” sono tanti quanti ne ho avuti prima di partire, ma, mosse le ruote alla volta della Basilica di San Pietro, so per certo che la mia condizione di pellegrino farà da scudo ad ogni imprevisto che la strada avrà in serbo in questo viaggio. Quale sia poi la mia idea di pellegrino, beh credo sia un po più complicata di quella che il catechismo della Chiesa cattolica spiega nelle sue pagine, ma ciò non toglie che è questa la condizione con cui mi piace identificarmi nell’affrontare questo viaggio.

Il primo chilometro coincide con l’alba e descrivere il panorama che scorgo alla mia sinistra e i colori di questo nuovo giorno illuminati dal sole nascente, per regalare a voi le stesse emozioni provate in questo momento magico, mi è difficile.
Le prime ore di questo venerdì 16 settembre fanno ben sperare che sia finalmente una splendida giornata. Lungo la strada, il fango accumulatosi per i temporali succedutisi nelle ultime due settimane mi dà la certezza che essere stato costretto a dover posticipare la partenza alla fine sia stata una fortunata forzatura!
La strada che ora percorro, che da casa mia arriva a Messina, in un verso o nell’altro, l’ho fatta tante di quelle volte da non ricordarne più il conto. Conosco ogni singolo chilometro della statale 113, e so quale panorama mi si presenterà dopo ogni curva e dopo ogni promontorio. So anche che le emozioni provate la prima volta che ho pedalato lungo la costa tirrenica della Sicilia, scoprendone le sue bellezze, non sono state mai più le stesse! Proverò allora a raccontare questo primo giorno di viaggio come se fosse la prima volta che i miei occhi accarezzano la magia di questi luoghi che da sempre incantano chi ha la fortuna di poterne ammirare la bellezza!

Il panorama che si apre sul golfo di Termini Imerese, sa di storia antica. In lontananza, verso Ovest, scorgo arroccate sulla collina che sovrasta il borgo marinaro di Porticello, le rovine dell’antica Solunto, città di origine punica e poi romana fino al 300 d.C. anno del suo declino. Appena sotto, l’imponente costruzione dell’antica tonnara di Solanto, che ancora si erge a simboleggiare la laboriosità di chi ha abitato questo territorio. La costa frastagliata continua verso est, con un alternarsi di spiagge di ghiaietto e basse scogliere, fino ad arrivare al piccolo promontorio di Torre Normanna, sulla cui sommità sorge una torre di avvistamento, risalente al periodo Normanno, sentinella come tante, eretta a causa delle frequenti incursioni dei pirati saraceni.
Superata la Torre, si scorgono, in successione l’abitato di San Nicola l’Arena, antico borgo di pescatori, il piccolo paese di Trabia, e la città di Termini Imerese. In fondo, la rocca di Cefalù è l’ultimo lembo di terra visibile a chiudere il panorama. A fare da sfondo all’azzurro del mare e al verde della vegetazione tipicamente mediterranea, la maestosità delle Madonie, che svettano con la loro cima più alta, Pizzo Carbonara, sull’intero panorama.

La prima tappa non prevede lunghe salite, ma di tanto in tanto brevi tratti di strada con pendenze poco impegnative, sono un piacevole diversivo ai tanti chilometri di pianura leggermente ondulata che scorre a pochi metri dalla costa.
Piano piano i chilometri cominciano a sommarsi e, superato il cinquantesimo, appena dopo Cefalù vengo, preso da una bella botta di ottimismo: alla meta ne mancano ancora meno di mille!
Fino a quando l’autostrada Palermo Messina non era stata completata, Finale di Pollina era tappa di sosta obbligatoria per i tanti autotrasportatori che trafficavano la statale 113. Consumare anche un semplice caffè a Finale era da considerarsi atto propiziatorio per la buona riuscita del viaggio. Legato alla tradizione, anch’io decido che due ore di cammino bastano per concedersi una pausa ristoratrice, e faccio sosta al mio solito bar per consumare un cappuccino e un cornetto.
Nello scambiare due parole con il barista, nonché proprietario del locale, con il quale ci conosciamo già da un pò, trovo difficile confidargli che sono di passaggio perché diretto a Roma. Ancora non ho ben chiara quale possa essere la reazione che questo viaggio così lungo e fatto in solitaria, avrebbe suscitato negli altri.

Dopo Finale di Pollina, attraverso la piccola frazione di Castel di Tusa e questa è la prima delle numerose perle messinesi incontrate lungo la costa tirrenica.
In quest’angolo di Sicilia, che geograficamente coincide con il limite nord occidentale dei Nebrodi, a partire dalla metà degli anni 80 sono state realizzate lungo gli argini del fiume Tusa diverse opere d’arte contemporanea, dodici in tutto, dando vita ad museo a cielo aperto, meglio conosciuto come
Fiumara D’arte. Pedalando lungo la statale se ne possono scorgere tre: La prima è “La materia poteva non esserci”, una scultura in cemento armato alta diciotto metri che sorge lungo il letto del fiume, raffigurante secondo le intenzioni dell’artista, il rapporto tra l’uomo e l’ambiente. La seconda è “38° parallelo”, una piramide d’acciaio eretta sulla sommità di un’altura prospiciente la sponda est del fiume, che coincide geograficamente con il 38 parallelo. La terza è “Monumento ad un poeta morto”, eretta sulla spiaggia di Raitano, raffigurante una cornice blu in cemento armato, alta anch’essa diciotto metri, che si apre sulle azzurre acque del Tirreno. Le altre nove opere che completano la Fiumara d’arte, sono sparse lungo il fiume ed è necessaria una deviazione verso l’interno perché possano essere ammirate. Santo Stefano di Camastra, a cui giungo subito dopo aver superato l’ultima opera della fiumara, è un piccolo comune messinese, molto conosciuto e apprezzato per l’eccellenza che l’artigianato locale ha raggiunto nella produzione e decorazione della ceramica. Sul suo corso principale, che coincide con la SS 113, si affacciano quasi tutte le botteghe, e le numerose ceramiche esposte in bella mostra riempiono di forme e colori l’intera via.
Dopo S. Stefano, la statale, che continua a seguire parallela la costa, diventa per trenta chilometri priva, o quasi, della presenza dell’uomo, e anche se di tanto in tanto si incontrano piccoli capannoni ad uso agricolo, un paio di pompe di benzina, e qualche vecchia e ormai abbandonata casa cantoniera dell’Anas, questo tratto di strada regala la bella sensazione di pedalare in un territorio antico e vergine.

Il giorno scorre scandito dal ritmo tenuto durante i chilometri già percorsi. La media oraria che il Polar registra dopo le prime cinque ore di marcia è di appena 28 km/h, non tanto quanto mi sarei immaginato. Confesso che per la sensazione di fatica provata, credevo di essere andato più veloce. Il leggero vento che mi soffia contro, e la stanchezza accumulata dopo i tanti chilometri fatti in quasi un anno di bici, non riescono a farmi tenere la mia solita andatura. Ma chi se ne frega, delle medie, dei chilometri e di tutte quelle fissazioni che prendono chi va in bici, e di cui anch’io alle volte sono vittima! Per questo viaggio la velocità è una delle cose da tenere meno in considerazione, anche perché fino alle diciotto, di ore per poter pedalare ce ne sono parecchie e di strada se ne può fare un bel po’! Attraverso Sant’Agata di Militello tenendomi sulla statale che in questo tratto si allontana qualche chilometro dalla costa. Scelgo così di non attraversare il lungomare e tutta una serie di piccole frazioni. Erano anni che non facevo questo tratto di strada. Avevo sempre preferito percorrere il lungomare, e ora ne ricordo il motivo! Non è che in questo tratto la statale sia brutta, anzi, e che dopo trenta chilometri di panorama sempre uguale, anche se molto bello comincia ad essere monotono, attraversare il litorale di Sant’Agata con le sua belle spiaggia, i suoi lidi e le tante villette a schiera affacciate sul mare, e perchè no anche incontrare un po di gente, è una piacevole distrazione.

Avanzando verso Capo d’Orlando avverto che il vento che mi soffia contro ha aumentato la sua intensità, quel tanto che basta per cominciare a essere fastidioso. Speravo in una giornata di maestrale, e invece soffiava un vento da levante, che in Sicilia su trecentosessantacinque giorni, al massimo lo si può avere 10 giorni l’anno: oggi purtroppo è uno di questi!
A Capo d’Orlando, anche se ormai l’estate volge alla fine, un discreto numero di persone sta disteso in spiaggia a godersi, buon per loro, gli ultimi bagni della stagione.
Prima di lasciare la cittadina e rientrare sulla statale, mi fermo in un piccola salumeria con annesso angolo bar, per comprare una bottiglia d’acqua e un’aranciata: l’acqua per riempire le borracce, vuote ormai da un po di chilometri, e l’aranciata per concedermi un’altra pausa.
Anche questo negozietto ormai è tappa fissa, e anche con il suo proprietario sono ormai entrato in confidenza. Pure lui ciclista della domenica come me, si incuriosisce vedendo che mi porto dietro un paio di borse da cicloturismo. Lo lascio un po’ incredulo dopo averlo messo a conoscenza del mio viaggio verso Roma. Per evitare che potesse cominciare a pensare male del mio equilibrio mentale, ometto di dirgli che è mia intenzione raggiungere Roma in cinque giorni. E così gratificato dai suoi complimenti e leggendo nei suoi occhi un misto di ammirazione e di invidia, riprendo il mio cammino verso est.

Già qualche chilometro prima di Capo d’Orlando la statale comincia ad essere piena di curve, e l’asfalto seguendo l’orografia della costa diventa un leggero ma continuo saliscendi. Superati i comuni di Brolo e Gioiosa Marea, poco prima di raggiungere capo Calavà dove inizia il golfo di Patti, una frana, non più recente, ha costretto l’Anas a chiudere un tratto di statale, e l’unica alternativa per proseguire oltre è quella di arrampicarsi per più di un chilometro su per una stradina la cui pendenza, tranne che nel tratto iniziale, non scende mai sotto il venti percento. Dopo aver sfidato per più di trecento metri la gravità, desisto dal proseguire e mi rassegno a scendere dalla bici e salire a spinta. Se salire la collina è stato duro, scendere è altrettanto rischioso, perché a tirare un po più forte il freno davanti rischio il cappottamento.
Raggiungo Patti Marina e ho nuovamente necessità di fermarmi per riempire le borracce. Compro una bottiglia d’acqua e una bevanda ai sali minerali in un negozio lungo la strada, e approfitto della presenza del banco frutta per prendere anche due banane, così da mangiarne una e smorzare un po la fame.
Il vento continua a soffiarmi contro e pedalando in pianura ne avverto in modo fastidioso la sua forza.
Sulla salita del monte Tindari, pochi chilometri dopo Patti, lo stomaco inizia a reclamare con più insistenza un bel carico di carboidrati. Manca poco per accontentarlo, perchè l’idea è quella di fermarmi a pranzare a Tindari. Qui in un locale che serve piatti rustici e prodotti caserecci, divoro un panino gigante imbottito con crudo e formaggio locale e una bella birra fredda. Tanto mi ci vuole per ritrovare le energie così da affrontare il resto del giorno.

Conclusasi la discesa e tornato a pedalare al livello del mare, mancano poco meno di trenta chilometri per Milazzo, località in cui avevo preventivato di concludere il primo giorno di viaggio. L’ansia e la preoccupazione di trovare lungo i cinque giorni dei temporali, mi portano però a considerare l’idea di allungare, di circa cinquanta di chilometri le prime due tappe, così da arrivare a compiere metà del viaggio in solo due giorni. L’incognita a cui dovrò trovare risposta, se riesco a reggere questo surplus di fatica, è data dalla mia non brillante condizione, dovuta più ad un affaticamento generale per i tanti chilometri percorsi durante tutto l’anno, che a una scarsa preparazione.
Pedalando in pianura, e ritrovato un ritmo regolare, anche se con parecchio vento contro, chilometro dopo chilometro, capisco che le forze per arrivare molto più avanti di Milazzo, nelle gambe ce le ho tutte, decido così di non fermarmi e provo a raggiungere Messina, traghettare per trascorrere la notte a Villa San Giovanni.

Finalmente, una decina di chilometri prima di Barcellona, vengo raggiunto e superato da un gruppo di ciclisti in bici da corsa, che, a differenza della mia andatura da cicloturista, sono intenti a tirare e dandosi cambi regolari riescono ad andare veloci nonostante il vento contrario. Da lì a capire di prendere subito la scia mi ci vuole un attimo e così messomi dietro a chiudere il gruppo procediamo spediti pedalando regolare sopra i 40 km/h. Sugli strappetti soffro un po’ a tenere la ruota, per via della zavorra datami dalle borse, ma in pianura potrei mettermi in testa al gruppo e dare anch’io il mio contributo. Preferisco però rimanere ultimo ed evitare di dare l’idea dello spaccone, quello che sta sempre dietro a succhiare ruote, e poi, di tanto in tanto, scatta per fare la sparata da professionista.
Per chi non lo sapesse, spero in pochi, in provincia di Messina, abbiamo una Barcellona, Barcellona Pozzo di Gotto, cittadina di 40.000 e passa abitanti, la cui omonimia con la più famosa città spagnola, si pensa derivi proprio dalla somiglianza geografica del territorio su cui sorgono le due città, riscontrata dai dominatori spagnoli che nei vari secoli hanno governato in Sicilia.
Effettivamente, attraversando la Spagna in bici, più volte mi è capitato di riscontrare somiglianze sorprendenti tra zone di territorio spagnolo e quello siciliano, e in alcuni di questi posti solo la lingua della segnaletica stradale mi ricordava di essere in Spagna e non in Sicilia.
Per i ciclisti a cui mi ero accodato l’uscita pomeridiana si conclude a Barcellona, loro città di residenza, e sfuma così ogni mia speranza di pedalare dietro questo bel gruppo magari fin dopo Milazzo.
Scarto l’idea di deviare dalla statale per raggiungere il lungomare e attraversare il centro di Milazzo, e decido di mantenermi sulla 113, che se anche paesaggisticamente in questo tratto è meno panoramica, mi permette di risparmiare un po di chilometri.
La periferia sud di Milazzo attraversata dalla statale, coincide con la sua zona industriale, e il panorama di quest’angolo di Sicilia è fortemente sfregiato dal polo petrolifero dell’Eni. Da lì in poi, la strada attraversa diversi piccoli paesi la cui caratteristica comune è quella di far coincidere il corso principale con la SS 113. Fortunatamente il traffico, vista l’ora è quasi nullo, quindi procedo senza essere rallentato, tenendo una velocità di crociera regolare.

Da Villafranca Tirrena fino a Messina preferisco proseguire sulla SS. 113-dir un po più lunga ma meno dura della SS. 113, la quale devia verso l’interno e si inerpica sui Peloritani.
La 113-dir lunga trentacinque chilometri, continua verso Est seguendo sempre la costa Tirrenica, poi all’altezza di Capo Peloro gira verso sud e costeggia le sempre agitate acque dello stretto.
Il tratto di strada che scorre seguendo la frastagliata costa Tirrenica dopo Villafranca si presenta quasi disabitato e paesaggisticamente sembra fatto apposta per passeggiarvi in bicicletta, e nonostante i chilometri siano già tanti, il panorama e la tranquillità che vi godo fino a giungere sullo stretto, mi fanno non pesare la fatica che comincio a sentire.
A Capo Peloro, comincia l’area metropolitana del capoluogo peloritano. Il traffico del pomeriggio è molto sostenuto, e chi mi supera in macchina, si dimostra poco indulgente verso il mio lento procedere. Onde evitare qualche scontro verbale, con chi seduto comodamente in auto si arroga un diritto maggiore sulla strada, decido di continuare a pedalare sulla pista ciclabile che le scorre parallela fin dentro il centro di Messina. Ma anche qui non è che le cose diventano più tranquille: ora sono io a dover essere indulgente verso chi passeggia a piedi, dandomi le spalle, ingombrando l’intera carreggiata della ciclabile.

Sono quasi le cinque e mezza quando raggiungo l’area d’imbarco per Villa San Giovanni, giusto il tempo di fare il biglietto: il traghetto è pronto a lasciare gli ormeggi. Raggiungere Villa San Giovanni e pernottare sul continente mi aveva motivato tutto il pomeriggio. All’inizio sono stato un po scettico di poterci riuscire, ma in quel momento a poca distanza dalla costa calabra, io per primo rimango stupito da quanta strada compiuta e ormai alle spalle.
Al Caronte bastano trenta minuti per traghettarmi sulla Calabria, e alle diciotto rimonto in sella per raggiungere il B&B “Primo Piano”, dove avevo prenotato, appena dieci minuti prima, una camera per la notte. Nella pianificazione di questo viaggio, sapere in anticipo dove poter trascorrere la notte è stata la cosa più difficile a cui dover pensare, ma grazie al mio telefonino e a una buona connessione internet, mi sono bastati un paio di minuti per trovare un alloggio libero.
Appena uscito dal porto, ricontatto il proprietario del B&B, per avere maggiori dettagli sulla strada per raggiungere la struttura. Oltre a fornirmene una dettagliata descrizione, si premura anche di scendere in strada per venirmi incontro. In sua compagnia raggiungo lo stabile dove al primo piano dell’edificio gestisce il B&B Primo Piano: “Primo Piano” al primo piano, …non ci sarei mai arrivato!

Ciclista

La battuta può sembrare pessima e il nome della struttura forse peccare di poca fantasia, vi posso assicurare però che per l’accoglienza, la pulizia, la comodità, ma soprattutto la gentilezza e la disponibilità del suo proprietario, Rex Andreoli, il B&B mi ha fin subito positivamente impressionato, e con mia grande soddisfazione mi ritrovo, guidato dal caso a trascorrervi una notte piacevole. Pagata la somma pattuita, 25 euro, compresa la colazione, mi accerto che in camera ci siano una tv e un materasso bello comodo, le uniche due cose che più mi interessavano. Una lunga doccia porta via metà delle fatiche fin qui accumulate. L’ospitalità dimostratami da Rex, mi porta ad instaurare fin da subito un’amicizia spontanea, e intrattenendomi in sua piacevole compagnia, scopro che come me conserva bei ricordi di tutto quello che è legato agli anni ottanta: dalla musica, ai poster e agli oggetti più curiosi di quel periodo, tanto da averne tappezzato e riempito il B&B. Rimasto solo, concludo il mio primo giorno di viaggio con i miei più intimi pensieri durante una cena improvvisata con un paio di cosette comprate in una gastronomia sotto casa. Sono quasi le dieci di sera, sdraiato sul letto rivivo la strada, sentendomi felice per i tanti chilometri ormai alle spalle, e fortunato per questa mia testarda passione che mi fa fare cose poco comprensibili ad altri.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *