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Pedalando verso Roma…una gioia lunga mille chilometri [parte 2]

Diari • di 31 marzo 2017

Un diario di viaggio in più puntate, un lungo e bellissimo percorso verso la Città Eterna

Seconda puntata

“I soldi non possono comprare la felicità”, niente di più vero, ma a volte…

Disegno di ciclista a Roma

Ormai sono mesi che la sveglia del mio telefono puntuale alle sei, ogni mattina, con una dolce melodia, dà inizio a ogni nuova giornata. Anche in questo viaggio decido che sarebbe stato meglio tenere i ritmi di sempre, svegliarmi presto così da riprendere a pedalare non più tardi delle sette.
Fin da subito ho apprezzato le gentilezze e le premure di Rex, che mi ha fatto sentire come a casa: la sua disponibilità va ben oltre ogni mia richiesta, servendomi pure la colazione alle sei e mezza. Apprezzo anche il suo voler condividere con me la colazione, trascorrendo così un altro momento piacevole in compagnia, per continuare la conversazione cominciata la sera prima.
Lascio il B&B con la piacevole consapevolezza di essermi trovato davvero bene. Consiglio a chiunque abbia bisogno di un alloggio a Villa San Giovanni di recarsi presso il B&B Primo Piano in via Nazionale 18, perché non ne rimarrà deluso. Garantito!
Alle sette sono già in strada con la bici pronta a riprendere il viaggio verso Roma. Il primo giorno ero riuscito nell’intento di percorrere quasi duecentocinquanta chilometri, oggi sarei riuscito a farne altrettanti?
La voglia c’è tutta, ma le gambe reggeranno? E’ tutto da vedere e solo la strada risolverà il dubbio! L’incognita del giorno è data dal dislivello da affrontare durante il percorso. Lungo la strada infatti mi aspettano due belle salite, la prima di circa nove chilometri e la seconda di quasi venti. Quale delle due mi chiedo avrebbe reso più duro il cammino? La prima più corta ma con una pendenza maggiore o la seconda, più dolce, ma molto più lunga?
Fiducioso che a fine giornata, da qualche parte sempre sarei arrivato, metro dopo metro, chilometro dopo chilometro avanzo regolare godendo di un panorama che scopro per la prima volta.

Da questa porzione di costa calabra, sempre vista dalla Sicilia, non sapevo cosa aspettarmi, ora posso dire che il tratto che da Villa San Giovanni arriva a Bagnara Calabra è un bel posto dove macinare chilometri in bicicletta.
Durante la pianificazione del viaggio la strada migliore per attraversare la Calabria, mi era sembrata essere la strada statale 18 Tirrenica Inferiore, che lunga più di cinquecento chilometri, collega le città di Reggio Calabria e Napoli.
Questo primo tratto somiglia molto alla SS 113, sia per la conformazione orografica, che per vegetazione e per la tipologia costruttiva delle piccole località attraversate.
Quasi mi scordo di aver varcato lo stretto, se non fosse per il lembo di terra che scorgo alla mia sinistra: la Sicilia che piano piano si allontana e rimpicciolisce, ormai è alle mie spalle!
Anche qui la statale segue il profilo della costa e come in Sicilia la linea ferroviaria le scorre parallela.
Fino a Bagnara Calabra la strada scorre quasi pianeggiante e l’unico tratto in leggera salita lo incontro all’altezza di Scilla, una piccola località balneare che mi sorprende per il suo panorama da cartolina. Sono tentato di fermarmi per una foto ricordo tanto mi colpisce la bellezza del posto, ma sono restio a trasformare questo viaggio in un reportage fotografico e fermarmi dopo ogni curva, per immortalare un panorama mai visto prima.

In appena un’ora di viaggio raggiungo Bagnara Calabra, con le gambe già belle calde per affrontare la prima salita del giorno: nove chilometri di strada con pendenza variabile tra il cinque e il sette percento. Il primo tratto di salita attraversa la periferia del paese e per i primi due chilometri la strada è una serie di tornanti. Dopo le ultime case di Bagnara, la statale si inerpica dolcemente sul fianco d’una collina e come un balcone si affaccia sulle azzurre acque del Tirreno. Il panorama diventa sempre più vasto e più bello, e anche qui la tentazione di fermarmi per fare un selfie da postare subito agli amici è forte, ma come prima preferisco non interrompere il ritmo e proseguire.
Come a voler essere un buon presagio alla riuscita di questa avventura, a circa metà della salita quando ormai le borracce erano rimaste a secco già da qualche chilometro, incontro una fontana con un’acqua così buona e fresca che non credo in commercio se ne possono trovare di migliori! Se mi fosse possibile ne farei una tale scorta da averla con me per tutto il viaggio.
Raggiungo il punto più alto della salita e so di trovarmi ad un’altitudine di cinquecento metri.
Avanzando lungo campi coltivati, la statale procede per un paio di chilometri in falsopiano.

Alla mia destra scorgo la Salerno Reggio Calabria, e le auto e i camion che vedo transitarvi, e che ogni giorno attraversano questa regione, immagino avrebbero di che soffrire a percorrere la stessa strada da me scelta per questo viaggio. Ricordo la prima volta che attraversai la Calabria in macchina, avrò avuto dieci anni, con i miei genitori tornavamo in Sicilia dopo aver fatto un bel viaggio in giro per l’Italia. All’andata il primo tratto di viaggio lo affrontammo in nave fino a Livorno, al ritorno invece mio padre preferì farlo tutto in macchina. Allora l’idea che mi feci della Calabria fu, per come sentivo lamentare mio padre, quella di una terra ostile e selvaggia. Non so bene quanto fossero stati lunghi i tratti fatti in autostrada e quelli in strade secondarie, ma il brutto ricordo di quel viaggio interminabile, pieno di cantieri autostradali, curve, gallerie, viadotti e tanto traffico, l’ho sempre rivissuto ogni volta che in macchina, in un verso o nell’altro ho attraversato questa regione. Spero oggi di cancellare quel ricordo e salvarne uno migliore.

La strada finalmente comincia a scendere e la velocità che raggiungo in alcuni tratti mi fa godere dell’ebbrezza di un’andatura non usuale per un cicloturista. Raggiungo e supero le vie cittadine di Palmi, e preso dalla foga della discesa, uscendo da una rotonda priva di segnaletica stradale, incappo nel primo errore di percorso. Mi accorgo per fortuna appena in tempo di aver sbagliato strada e maledicendo la superficialità degli amministratori locali, sono costretto a tornare indietro e ritrovare la SS 18.
La discesa continua e io lasciandomi prendere sempre più la mano, procedo ancora più veloce.
La giornata per il momento è splendida e le prime ore di pedalata sono baciate da un sole caldo e luminoso. Nuovi panorami si svelano ai miei occhi e raggiunta Gioia Tauro, è l’area portuale della città calabra a riempie per intero il paesaggio.
Sapevo che il porto di Gioia Tauro è uno dei più grandi d’Italia e tra i maggiori del Mediterraneo, ma lo stesso sono colpito dalla quantità di gru che lungo i suoi moli svettano alte nel cielo.
Supero Gioia Tauro senza avere la necessità di fermarmi per fare una seconda colazione, tanta è stata abbondante quella fatta prima di lasciare il B&B.
Subito fuori Gioia Tauro, la statale attraversa quella che viene definita geograficamente come la piana di Gioia Tauro. La strada scorre interamente in pianura e con lunghi rettilinei orientati nord-sud. Il vento come a volerlo fare apposta ha mutato direzione e oggi soffia da nord, e per il secondo giorno consecutivo è faticoso pedalarci contro.
Nelle mie uscite in bici ogni tanto mi capita, non spesso così come mi piacerebbe, di venire affiancato e superato da un Apecar. Credo che per i tanti automobilisti che si trovano a vedere una situazione simile, dare dello scemo e dell’irresponsabile a chi compie un’azione del genere, è cosa scontata, ma quando si pedala incollati al piccolo cassone di un Ape, prendendone la scia, andare in bici diventa come viaggiare con una moto.

Il caso vuole che appena comincia il primo dei lunghi rettilinei verso Rosarno, una Apecar mi si affianca e da li a prenderne la scia mi ci vuole un attimo. Da Gioia Tauro a Rosarno saranno stati dieci chilometri, ma dietro quell’ape li ho fatti in un attimo.
Rosarno l’avevo segnata in rosso perché subito dopo sarebbe cominciata la seconda salita, quella verso Vibo Valentia.
Attraversato il ponte sul torrente Mesima, interamente costruito in cemento armato, le cui curiose forme architettoniche mi riportano alla mente opere ingegneristiche ben più famose, incontro un bivio, dove, la statale svoltando a destra continua verso Vibo, mentre, proseguendo dritto, comincia la provinciale per Nicotera e Tropea. Peccato che il tempo a mia disposizione non mi consenta deviazioni, ma allungare in mio viaggio di qualche altro giorno, per scoprire la “Costa degli Dei”, così chiamata per i meravigliosi panorami che vi si possono scorgere, mi sarebbe piaciuto!
Già poco prima di Rosarno la SS 18 non segue più la costa Tirrenica, e procedendo verso Vibo Valentia, si addentra nell’entroterra calabro.
Finito il tratto in pianura, la pendenza dell’asfalto muta angolazione, e i primi chilometri di leggera salita quasi non si fanno sentire. La provincia di Vibo che sto scoprendo in bici è prevalentemente agricola e mi da l’impressione di essere alquanto spopolata; poche le macchine che incontro, e anche qui il panorama non è niente male, unica nota stonata che si presenta alla mia vista, sono alcune ragazze africane, nere come la notte che già di buon mattino sono ferme lungo la strada di questa desolata campagna, ad attendere clienti. Mi è triste posare lo sguardo sulle loro nudità, ma ancor di più mi amareggia pensare alla loro condizione.
Raggiunta Meleto, piccolo comune poco distante da Vibo Valentia, approfitto di un piccolo negozio di alimentari per prendere un panino, una coca, della frutta e fare anche scorta d’acqua.
Una panchina appena poco più avanti mi dà l’opportunità di consumare in tutta tranquillità, lo spuntino di metà mattinata.
Il tempo che fino ad ora si e mantenuto sereno, comincia ad annuvolarsi e una leggera pioggia inizia a venire giù non appena riprendo a pedalare.

Raggiungo Vibo Valentia che già le strade sono tutte bagnate; questa è la condizione peggiore, quella che preferisco meno, perché l’asfalto è sempre molto scivoloso. Attraverso la città con la massima prudenza, facendo molta attenzione al traffico e ad evitare brusche frenate: a scivolare ci vuole poco! Da casa la distanza è ormai notevole e ancor di più ne manca alla meta, e basta un niente per finire a terra e ritrovarsi con le ossa rotte, esperienza ahi me già fatta. So quanto possa essere doloroso per il fisico e per l’animo soprattutto!
Il centro storico di Vibo mi incuriosisce un bel po, per via di tutta la segnaletica stradale che dà indicazioni ai tanti monumenti presenti in città, ma mio malgrado sono costretto a rimandare ad occasione future l’esplorazione di questa antica colonia romana.
Vibo Valentia è una città che sorge su un altopiano a più di cinquecento metri di quota. In linea d’aria è poco distante dal mare, ma per arrivarci bisogna affrontare una discesa di circa sette chilometri piena di curve. In altre occasioni e con la strada asciutta, dalla città al mare sarebbe stata una volata, ma oggi con queste condizioni d’asfalto, in questa discesa procedo più piano che in salita.
In situazioni come questa, cioè quando mi piacerebbe farmi prendere dalla velocità, sento riecheggiare dentro di me la voce stizzosa di mia nonna, che quando da bambino cadevo dalla bici, e mi beccava con le ginocchia sbucciate, mi ripeteva, “chi va piano va sano e va lontano!” E sempre ad accompagnare questa raccomandazione, rivedo la faccia di mio nonno che da dietro mi faceva l’occhiolino, come a voler dire: cose che capitano.
Di tutti forse lui sarebbe l’unico a provare sincero entusiasmo per questa impresa. Unico in famiglia ad aver pedalato da giovane non per rabbia o per amore, come recita la canzone di De Gregori, ma perché ai suoi tempi e per le sue facoltà, la bicicletta era l’unico mezzo di locomozione che si poteva permettere, e così come lui tanti altri.
Sicuramente oggi mi prenderebbe un po’ in giro a sapere che le mie pedalate, quelle lunghe, le faccio con una bicicletta che pesa meno di sette chili, quando lui in campagna ci andava con una bicicletta in acciaio monomarcia, il cui peso superava abbondantemente i quindici chili, a quali poi si aggiungeva il peso degli attrezzi del mestiere, delle cassette in legno sapientemente fissate al robusto portapacchi, nel quale trovavano sistemazione gli ortaggi raccolti durante la giornata di lavoro. A quei tempi non eri un vero ciclista, se non riuscivi a spingere una bici di quaranta chili. Altro che telai in carbonio e gruppi elettronici!

Anche se la pioggia ha smesso di cadere e il cielo comincia a rasserenarsi, il mio umore continua ad essere cupo, perché mi piacerebbe mollare i freni e affrontare la discesa piena di curve e tornanti , così da sentire l’ebbrezza della velocità. Ritrovo la pianura e sarà mia compagna fin quasi alla meta del giorno.Anche per oggi avevo messo in preventivo una tappa di circa duecentocinquanta chilometri: così facendo sarei arrivato nei pressi di Scalea o magari di Praia a Mare. Mi rendo conto, però, quando ormai è quasi mezzogiorno che sarà un’impresa difficile ripetere i chilometri del giorno prima, e questo non solo perché nelle gambe la due salite affrontate prima si fanno sentire, ma soprattutto perché il vento, che continua a soffiarmi contro, oltre che aumentare la fatica, mi crea uno stato di malumore tale, che poco può mitigarlo la vista dei nuovi paesaggi attraversati.
Poco dopo aver costeggiato l’aeroporto di Lamezia Terme, raggiungo Sant’Eufemia il cui nome mi riporta alla mente un triste ricordo. In questa località il cinque gennaio duemiladieci sette ciclisti sono rimasti vittime di un bruttissimo incidente stradale. Attraversandolo non credo che questo tratto di strada sia più pericolosa di tante altre, così come la tragedia può far credere. Il ciclismo è uno sport pericoloso, così come lo è viaggiare in auto o come lo può essere attraversare a piedi la strada, basta una distrazione o un eccesso di velocità ed ecco che la tragedia è bella che consumata.

Lo stomaco reclama già da un po! Sono l’una passate e giunto a Gizzeria Lido, decido di fermarmi per pranzare.
Quando attraverso zone mai esplorate prima, a volte mi capita di indugiare troppo per scegliere dove fermarmi per comprare qualcosa da mangiare. E’ così che dopo il mio ingresso in paese, e seguendo sempre la Statale, attraverso tutta Gizzeria senza che un bar, un piccolo supermercato o magari un panificio, mi convinca a fermarmi.
Per evitare di fare altri chilometri tanti quanti me ne servirebbero per raggiungere la località più vicina dove pranzare, faccio dietro front.
Quasi nascosto all’interno di una macelleria trovo un piccolo ma fornito alimentari dove prendo un panino e una birra, mio solito pranzo cicloturistico, che consumo con mia grande soddisfazione in una delle numerose panchine del lungomare. Approfitto anche del momento di pausa per telefonare a casa e sentire mia moglie, rassicurandola che tutto procede bene.

Rimontato in sella, fin dalle prime pedalate mi convinco che la distrazione dei nuovi paesaggi avrebbe potuto ben poca cosa sugli sforzi che ancora avrei dovuto compiere per giungere alla meta, perchè i chilometri che vedo segnati sul ciclocomputer sono ancora pochi rispetto alla tabella di marcia che mi ero prefissata. I tanti che ne mancano, so che saranno tutti controvento. Decido di affrontarli facendo una piccola sosta ogni venti chilometri. Dopo primi venti mi fermo all’ombra di un fico sul ciglio della statale, dove raccolgo e mangio i suoi frutti belli maturi, facendo un’altra bella riserva di zuccheri.
La SS. 18 si mantiene a poco distanza dalla costa calabra.
In più punti attraverso brevi gallerie: l’idea di portarmi dietro le lucette di segnalazione è stata una saggia decisione. Già di per sé la strada presenta diversi pericoli, se poi ne aggiungo altri, viaggiando al buio dentro lunghe galleria, scuse da dare a chi mi arriva da dietro ne avrei avute poche!
E’ così che chilometro dopo chilometro, anzi venti chilometri dopo venti chilometri, raggiungo Paola, dove mi fermo per una sosta più lunga, perchè già da un po si è accesa la spia della riserva! Entrato in un SuperConad, finalmente mi sbizzarrisco a comprare un paio di cosucce che difficilmente avrei trovano nei piccoli alimentari, che solitamente preferisco. Dell’acqua gasata, rigorosamente Ferrarelle, un Gatorade al limone, mezzo chilo di prugne gialle, una pesca, e una barretta di cioccolata fondente, avrebbero reso da quel momento più golose le mie ultime ore di viaggio.
Gli ultimi chilometri li percorro distratto da altri pensieri che poco centrano con quanto sto vivendo, forse perché incupito dal vento fastidioso che tutto il giorno ha reso i chilometri fatti in pianura molto più duri di quelli fatti in salita.

Finalmente, quando ho già superato abbondantemente i duecento chilometri, arrivo a Belvedere Marittimo, e decido che è ora di mettere un punto alla pedalata di oggi. Qui, all’ombra di un cavalcavia, dopo aver cercato tramite l’App sul mio telefonino la miglior sistemazione per la notte, contatto il B&B Casa dei Cedri, per prenotare una camera.
La struttura si trova però in località Santa Maria del Cedro, una decina di chilometri più avanti. Ancora mezz’ora di strada.
Mi fermo un ultima volta a comprare un altro panino e una birra, così da reintegrare le scorte di glicogeno, che tradotto in un linguaggio più alla portata di tutti, vuol dire riuscire a sopire i morsi della fame, che, nonostante le tante calorie consumate durante tutto il giorno, continuo a sentire allo stomaco.
Anche questa volta la scelta è stata delle più felici; infatti il B&B è realizzato all’interno di una villetta di nuova costruzione, molto ben arredata, e nella camera a mia disposizione non manca nessun comfort. La Signora Paola, proprietaria della struttura, che di calabrese ha solo il marito e forse la residenza anagrafica, non di certo il suo accento, per ospitalità credo non sia seconda a nessuna, e penso che per lei gestire il B&B sia più una missione, che un modo per arrotondare il reddito familiare. Consapevole forse dei limiti della sua struttura, un pò distante dal centro del paese e dal ristorante più vicino, lei è solita cucinare per i suoi ospiti. La cosa che in un primo momento mi ha messo a disagio, e che ora a ripensarci mi fa ridere, è che, citando le sue testuali parole “mi sarei dovevo accontentare di quello che aveva in casa!”. Diciamo che più che accontentarmi mi ha messo in confusione per l’imbarazzo della scelta. Tentato dalle offerte della signora, decido per qualcosa di semplice e le chiedo di preparami una pasta al pomodoro e una caprese, con l’accortezza però di abbondare nelle porzioni!

Dopo una bella doccia, puntuale alle otto scendo giù in cucina, dove non solo è tutto pronto, ma accolto come uno di famiglia, ceno condividendo la compagnia della mia ospite e di suo marito. Senza fare complimenti ripulisco per bene i piatti a me preparati, dando forse l’impressione di essere digiuno da qualche giorno. E pensare che dall’ultimo spuntino fatto in camera con il panino e la birra, è trascorsa appena un’ora!
Ringrazio la signora per la premura avuta e per l’abbondante cena, continuo a rifiutare altra frutta, altri dolci, dei liquori locali, e torno in camera dove, decido di rilassarmi davanti la televisione. Giusto il tempo di fare zapping dal primo canale fino al cinquantasette di Rai sport che il sonno mi assale. Meglio spegnere e mettermi a dormire.
I duecentotrentasette chilometri di oggi, la salita di Bagnara prima, quella di Vibo poi, e i quasi centocinquanta e passa chilometri di pianura controvento, un po’ di stanchezza me l’hanno lasciata addosso.

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