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In bici alla fine del mondo

Diari • di 6 aprile 2017

Riceviamo dal nostro lettore Gabriele Carboni e volentieri pubblichiamo.Islanda

Sono le 23.21 a Siglufjӧrdur. Mai come in questo paesino dell’estremo nord dell’Islanda mi è capitato di sentirmi alla fine del mondo. Le coloratissime case del posto ben si incastonano tra i monti, ancora innevati a giugno, e il mare, che entra silenziosamente nella vita di questo sperduto fiordo. Mi affaccio dalla finestra della guesthouse dove alloggio: sono tre giorni che mi trovo a queste latitudini, ma ancora non mi capacito di come possa esserci tutta questa luce a quest’ora. Il sole è sceso, come ogni sera tenta ostinatamente di tramontare, e come ogni sera anche stavolta non ci riuscirà. Giù in strada, accanto all’ingresso, noto una rastrelliera con 3 bici che riportano il nome della guesthouse. Mi giro, guardo la mia compagna che dorme sul letto, stanca della lunga giornata itinerante. Sono stanco anche io, ho guidato per diverse ore, ma non riesco a mettermi a letto e dormire, non con questa luce; mi sembra quasi uno spreco.

Esco silenziosamente dalla stanza, scendo in strada e prendo una delle tre bici parcheggiate. Non sono passati neanche due minuti da quando sono montato in sella; tutta la stanchezza del giorno si è volatilizzata, mi sento già pronto per l’escursione che mi attende il giorno dopo, non ho bisogno di dormire. Mi aggiro tra le case del posto, tutte diverse, eppure tutte uguali nel loro mix tipicamente vichingo di ordine e caos. Mi addentro nel porto: le tante barche ormeggiate danno una chiara idea della principale attività del posto. Prendo una stradina a sinistra, sento delle voci; due bambini giocano a calcio in un campetto, probabilmente appartenente ad una scuola. In pieno clima europeo e a pochi giorni da quella che sarebbe stata la più importante impresa sportiva della storia islandese, la febbre calcistica è evidente ovunque. Avvisto un pallone abbandonato in fondo ad una delle due porte, parcheggio la bici. Palleggio, calcio, corro, esulto tra gli sguardi increduli dei due, che probabilmente mi credono pazzo.

Mi riavvicino alla bici, guardo l’ora: è mezzanotte. Continuo a non realizzare dove sono esattamente, l’Islanda è sempre stata la mia Moby Dick, “prima o poi ti prendo” dicevo sempre. E ora sono qui, in uno sperduto fiordo del nord dell’isola, in sella ad una bici a mezzanotte, con una luce di un colore tutto suo e 8 magnifici gradi a cui ripenserò più volte durante la calda estate romana; un’esperienza che va ben oltre il significato di viaggio.

Poche pedalate mi riportano davanti alla guesthouse, dove parcheggio la bici. Prima di entrare mi volto ancora una volta verso i monti circostanti, inspiro profondamente per fare entrare tutta quell’aria fresca dentro di me. Lo sguardo mi cade ancora una volta sulla bici appena riposta, mia compagna per un’oretta di un’esperienza che difficilmente dimenticherò, che ha arricchito il mio viaggio anche più di tutte le meraviglie naturali islandesi, che mi ha regalato la sensazione di essere andato in bici alla fine del mondo.

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