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Pedalando verso Roma…una gioia lunga mille chilometri [terza puntata]

Diari • di 16 aprile 2017

Terza puntata pedalando-verso-roma-1

Il terzo giorno di viaggio comincia con un intenso odore di cornetti appena sfornati, e nella mia mente questo pensiero mi insinua il dubbio che forse accanto al villino dove ho appena trascorso la notte, avessero aperto magicamente un bar.
Sono queste cose a fare la differenza tra un B&B qualsiasi e uno veramente accogliente, e come se ce ne fosse ancora bisogno questo mi da conferma di quanto la padrona di casa tenga in alta considerazione i suoi ospiti.
Anche oggi il primo pasto del mattino mi viene concesso all’alba, così da poter essere già in bici alle sette. La colazione super abbondante, comprende latte, caffè, cornetti caldi, fette di ciambella preparata in casa, oltre a della frutta fresca, marmellate, miele e biscotti tipici. Tanta, troppa roba, e pensare che a casa certe mattine dopo una tazza di latte e due biscotti già scappo di casa, ma ora l’abbondanza e la varietà avuta, e soprattutto la generosità dimostratami debbono essere onorate al meglio!
Lascio il B&B e riprendo a pedalare lungo la SS 18, che continua a scorrere in pianura e sempre a poche centinaia di metri dal mare. Il tempo, che le previsioni del giorno prima davano per nuvoloso tendente al brutto, risulta essere per il momento sereno, e del fastidioso vento del giorno prima non vi è traccia.
Giunto a Scalea, l’altimetria della tappa incontra il suo primo dentello, da qui infatti comincia la prima salita, e per i prossimi cinquanta chilometri la strada sarà tutta un susseguirsi di saliscendi.
Superata Praia a Mare un cartello mi indica di essere entrato in Basilicata, e della regione che mi lascio alle spalle, rimane il dolce ricordo di una pedalata lunga più di duecentocinquanta chilometri.

Il tratto di costa che subito dopo Praia a Mare sale verso nord comincia ad essere molto tortuoso, e la strada si riempie di curve. Sembra, anche per il
continuo alternarsi di saliscendi, di essere su delle dolci montagne russe. L’orografia della costa, la ricca vegetazione tipicamente mediterranea, l’azzurro intenso del mare, il cielo sereno e limpido, contribuiscono a rendere il panorama qualcosa di stupendo.
La Basilicata mi cattura subito, e dalle bellezze che rapiscono il mio sguardo capisco con assoluta certezza che questa è una regione da scoprire in bici, magari in un prossimo viaggio.
Questo tratto di litoranea, fiancheggiata da scoscese pareti di roccia che si tuffano nel tirreno, in alcuni tratti a strapiombo sul mare, per quanto è bello dovrebbe essere una strada interdetta alle auto, e a tutti quei veicoli che viaggiano a più di trenta chilometri orari. Così come esiste la filosofia dello slow food dovrebbe esistere anche quella dello slow trip, e questo tratto di strada è da godersi in modo lento metro dopo metro, curva dopo curva.
Un’altra bella emozione mi è data dallo scorgere la statua del Cristo Redentore, sulla sommità del monte San Biagio, sovrastante il paese di Maratea. La statua somiglia molto al il più famoso Cristo di Rio de Janeiro, e anche a Maratea come a Rio, credo sia meta di pellegrinaggio dei tanti fedeli e dei tanti curiosi che raggiungono il belvedere, chi per chiedere una grazia chi solamente per ammirare il panorama.
Dal mio punto di osservazione, parecchi metri più in basso, scorgo la strada che raggiunge il belvedere: un susseguirsi di rampe e tornanti che si arrampicano sul fianco scosceso della montagna. La tentazione di fare una piccola deviazione e raggiungere la statua di Cristo, è molto forte. Se solo avessi avuto più tempo a mia disposizione…
Anche dopo Maratea la statale continua ad essere piena di curve e saliscendi, per fortuna il manto stradale in ottime condizioni mi permette in tutta sicurezza leggere distrazioni per godere al meglio dei luoghi attraversati.
Lungo la strada il traffico di auto è scarso, nonostante sia domenica e di vacanzieri in giro ce ne dovrebbero essere ancora un bel po!
Di tanto in tanto incontro qualche ciclista, ma sempre di senso opposto al mio.

Raggiungo Sapri dopo un bel tratto in discesa, da qui in poi la pianura mi accompagnerà per un po di chilometri.
Questa città che si affaccia sul Tirreno, in cui non ero mai stato, e, che ad essere sincero, prima di pianificare questo viaggio neanche più ricordavo in che regione d’Italia si trovasse, è però a me nota fin dalla quinta elementare per la famosa poesia “La spigolatrice di Sapri”. Per come la immaginavo fin da allora, niente ha a che spartire con la bella località marinara che sto ammirando, il cui litorale, lungo quanto tutto il suo golfo, si estende per tanti di chilometri. La pulizia, l’ordine e la tranquillità percepite nell’attraversare il lungomare cittadino, mi danno l’idea che Sapri è un bel posto dove vivere…anche se nel Sud Italia!
Nonostante la colazione fatta un paio di ore prima fosse stata veramente abbondante, avverto già la necessità di fare una sosta al bar per un cappuccino e un cornetto. Ne approfitto, prima di riprendere il viaggio, per chiedere ai soliti quattro amici sempre presenti a bivaccare in tutti i bar d’Italia, quale strada mi convenisse fare per attraversare la penisola Cilentana. Già scartata a priori in fase di preparazione del viaggio la strada regionale 562 che, costeggiando il Cilento mi avrebbe fatto allungare un bel po di chilometri la tappa, ho il dubbio se continuare a percorrere la SS. 18 oppure optare per la provinciale 430. Da un lato, l’altimetria della statale 18 è molto più impegnativa, dall’altro la provinciale però, anche se più corta, presenta diverse gallerie molto lunghe, e dalle foto satellitari che avevo visto, credo sia una strada molto trafficata. Anche se avevo già in qualche modo deciso per la statale, i consigli avuti dalle persone del luogo fugano ogni mio dubbio. L’unica stonatura nel decantarmi la bellezza del paesaggio che avrei attraversato e dei panorami di cui avrei goduto, nel rassicurarmi che avrei pedalato su una strada con poco traffico, è che, e uso le loro testuali parole: “cazzo ne hai da fare di salite oggi!”, come a voler dire “l’ha voluta la bicicletta, ora pedala”.

E così, con lo sguardo perso sui boschi del parco nazionale del Cilento che da lì a pochi chilometri avrei raggiunto, preparo il mio animo e le mie gambe alle fatiche che i prossimi chilometri mi avrebbero riservato.
Sicuramente perchè domenica, oggi incontro parecchi ciclisti lungo i chilometri che separano Sapri da Policastro Busentino. I colori delle tante bici e dei completini ognuno diverso dall’altro, formano un arcobaleno che ben si intona alla bellezza del posto.
Porta del parco del Cilento è per me Policastro Busentino. Questa cittadina, che come la vicina Sapri si affaccia sulle acque del Tirreno, è stata un tempo talmente importante da dare il nome a tutto l’omonimo golfo.
Attraverso Policastro lambendo la sua periferia, ma anche così l’impressione che ho è quella di una tranquilla cittadina balneare, piena di villette, campeggi e stabilimenti.
Iniziando la salita verso il parco, mi affianco a due ciclisti, le cui bici bastano a farmi capire che i due, oltre che a santificare la domenica pedalando, fanno buono ogni giorno della settimana per uscire in bici.
Sempre più spesso capita di vedere bici da corsa che poco hanno da invidiare a quelle usate dai professionisti. A volte mi chiedo se la bramosia, nel possedere una bici super performante, non possa essere un limite nell apprezzare appieno la vera bellezza dell’andare in bicicletta. Per la verità anche a me è capitato, ma in maniera molto superficiale, di farmi prendere da questa frenesia. Da sempre però sono convinto che è il valore della strada a farmi sentire un vero ciclista, non quello della bici. Esperienze già vissute come fare il “Giro delle Fiandre” anche se con la mia economica bici in alluminio, l’ho sempre anteposto all’investire i miei risparmi nell’acquisto di una bici da cinque/sei mila euro, limitandomi poi a farci il solito giro della domenica.
Certo però che quando una bici è bella c’è poco da fare, e le bici con cui affronto i primi chilometri di salita si facenno guardare. Una Ridley Noah e una Wilier Super 101, montate con il top di gamma Shimano. Solo il valore delle ruote superano di gran lunga quello della mia vecchia bici in alluminio con cui sto affrontando il viaggio, che a definirla mulo potrebbe essere già un bel complimento.
Un mulo però che in due giorni se ne è sciroppato di chilometri e anche se ormai la sua vernice è sbiadita da tante primavere, è sempre solido e affidabile, e sono sicuro che anche in questo viaggio accompagnerà fedelmente il mio cammino fino all’ultimo chilometro.
Detto ciò, pedalare per un po di chilometri in compagnia di altri ciclisti è per me sempre una cosa piacevole. In queste occasioni si parla e ci si conosce raccontandosi esperienze reciproche, conversando come amici, anche per diversi chilometri, e accorgersi solo quando ci si separa di non essersi ancora presentati.
Dei due compagni di scalata verso Torre Orsaia, uno si stacca quasi subito, perché non riesce a tenere il passo del mio mulo e della Ridley del suo amico, e tenendo un’andatura regolare tale da consentirmi una piacevole conversazione, scopro per la prima volta le bellezze del Cilento.

Lasciata la costa, la statale SS 18 si addentra verso l’interno della penisola cilentana, tagliandola in modo tortuoso su una direttrice nord-sud. Qui fin dai primi chilometri il paesaggio cambia completamente fascino. Lasciare quello marino della costa per quello boschivo dei monti, è come immaginarsi di passare dalla compagnia di una bella bionda a quella di una bella bruna.
Nei panorami che si susseguono dopo ogni curva, le azzurre acque del golfo di Policastro rimangono sempre a far da sfondo alle verdi montagne del parco, ma la vegetazione marina lascia il posto ad alberi e piante boschive. Raggiunto il comune di Torre Orsaia, magnificamente sovrastato dall’antico “Castel Ruggero”, il compagno di scalata con cui avevo condiviso la salita, mi lascia per far ritorno a casa. Ci salutiamo come vecchi compagni di pedale, senza non prima ricevere da parte sua tutte le indicazioni per meglio proseguire lungo i prossimi chilometri, anche lui però sottolineando la tanta salita che avrei dovuto affrontare per attraversare il Cilento.
Mi viene da ridere perché è già la seconda volta che oggi qualcuno si premura di mettermi in guardia sulle fatiche che dovrò affrontare: come se finora raggiungere il Cilento sia stata una passeggiata!
Già di mio so che il dislivello da superare durante tutto il giorno, sarà parecchio, e pensare che i primi sette chilometri di salita sono già volati, mi motivano molto!
Procedere in solitaria in un territorio sconosciuto, dove la presenza di altri essere umani è limitata all’occasionale automobilista che percorre in macchina la statale, dove le strade sono belle sì ma piene di curve, se da un canto mi porta ad essere entusiasta per quello che sto vivendo, dall’altro mi fa riflettere sul fatto che se mi fossi “allavancato” – se fossi caduto – come un minchione, in chi avrei potuto sperare per avere soccorso? Non mi fermo a controllare ma sono sicuro che in alcuni tratti di questo fitto bosco, anche il telefonino sarebbe inutile.
Qualcuno prima di partire mi aveva assicurato che tutto sarebbe andato bene, e che sarei arrivato a Roma senza alcun problema, aggiungendo anche che nonostante le previsioni meteo fossero completamente sfavorevoli, io di pioggia lungo il viaggio ne avrei incontrata poca.
Confidando in questo presagio e ancor di più nella mia buona stella, pedalo godendo di una beata solitudine, quasi fossi un eremita.
Secondo le previsioni della sera prima, la pioggia doveva essere presente sui cieli sopra il Cilento, ma finora per mia fortuna, come a voler dimostrare la veridicità di quanto predettomi, il tempo continua a mantenersi sereno e soleggiato.

Andarsene in giro in bici in queste condizioni è la cosa più bella che un ciclista possa desiderare. Sapere di pedalare lì dove la pioggia renderebbe l’asfalto viscido e pericoloso, ma godere invece di una giornata di sole mi fa sentire fortunato.
Troppo poche volte, rispetto a quanto mi sarebbe piaciuto, procedendo verso nord la salita viene interrotta da un breve falsopiano e da piccole discese, per il resto, i chilometri, tanti chilometri, continuano in lenta ma inesorabile salita.
A voler essere sincero, non è che poi la fatica sia più di tanta. Trovato il giusto ritmo vado su tranquillo distratto dal magnifico panorama e dalle numerose soste che si rendono necessarie per dare giustizia a un territorio così generoso di frutta matura. Perdo più tempo fermandomi a mangiare fichi lungo la salita per Montano Antilia, che durante tutto il viaggio per fare foto!
Senza star lì a riflettere su un contadino geloso che potesse farsi giustizia a suon di schioppettate mentre allungavo il braccio per raccogliere i frutti della sua campagna, ad ogni albero incontrato lungo la strada, poso piede a terra e ne mangio tanto quanto bastano per sentirmi sazio e pensare di poter proseguire senza più fermarmi. Ma, fatta un pò di strada, un altro albero, pieno di frutti maturi al punto giusto, mi fanno desistere dal proseguire per fare un’altra scorpacciata di fichi.
Quando supero i vicini comuni di Alfano e Laurito la fatica comincia a sentirsi, e la mente si apre a strani pensieri, dovuti forse più al senso di pace provato tra questi alberi, che all’acido lattico che dalle gambe arriva alla testa: tra tutti quello di immaginare la città di Vallo della Lucania, come punto cruciale della tappa di quel giorno. Sarà stato il suo nome evocativo a far nascere nella mia mente l’idea che varcato quella città, le mie fatiche sarebbero finite, e da lì fino a Salerno sarei arrivato per inerzia, lungo una fantasiosa discesa.

Parco nazionale del Cilento

La strada si apre attraverso un bosco via via sempre più fitto e addentrandomi sempre più all’interno del parco del Cilento mi rendo conto che i chilometri cominciavano ad essere tanti ma per raggiungere il fatidico vallo, fantasioso punto in cui sarebbero cessati i miei sforzi, ancora ce n’è di strada da fare! A Montano Antilia, piccola località montana dove raggiungo la quota più alta della scalata, decido di fermarmi e consumare nella piccola piazza del paese un panino che avevo comprato assieme a dell’acqua qualche ora prima a Policastro. L’aria su a Montano è freddina, perché già da un po avevo raggiunto e superato i settecento metri di quota. Mangio in fretta e senza indugiare troppo riprendo a pedalare, per evitare di raffreddare troppo il motore.
Ovviamente, avevo sbagliato i conti nell’immaginare Vallo della Lucania come punto finale delle mie fatiche, perchè appena pochi chilometri dopo Montano, a circa dieci chilometri da Vallo, la strada comincia a scendere. Usando la massima prudenza e convincendomi sempre di più di essere stato molto fortunato a non aver incontrato i temporali previsti, procedo spedito assecondando le tortuosità della strada montana ora tutta in discesa.
Sono passate da un po le tredici e finalmente raggiungo Vallo della Lucania. Attraverso la vie cittadine e una strana quanto curiosa domanda mi si affaccia alla mente: cosa ci fanno località così popolose in posti sperduti, dove, secondo un detto tutto siciliano, si è soliti pensare che “u Signuruzzu” vi abbia smarrito le scarpe?
La risposta l’avrei potuta chiedere a uno dei tanti abitanti del luogo incontrati lungo la strada, ma capivo che arrivare a tanto sarebbe stato forse scortese. Sicuramente il territorio avrà tanto da offrire alla gente che lo abita, almeno credo!
Perso tra queste astratte disquisizioni, sicuramente per colpa dell’aria troppo pura che già da parecchi chilometri ubriaca il mio cervello, mi fermo a mangiare un trancio di pizza e a bere una coca.
La sosta è sempre breve, perché la paura che il tempo potesse cambiare e mettersi al peggio è sempre presente.

Superata Vallo, la discesa continua, e la fantasiosa idea di attraversare quel che mi rimane del Cilento e raggiungere così la costa senza più faticare, sembra prendere corpo. Non mi illudo più di tanto, perché so, che incontrerò da lì a poco un’altra bella salita non molto lunga e neanche molto ripida, ma pur sempre un altro ostacolo da superare!
Raggiunta la località di Vallo Scalo la provinciale 430 si affianca parallela alla SS 18, scorrendole a poche decina di metri di distanza. Da lontano me ne ero fatto un’idea, ma da vicino capivo che percorrere in bici il Cilento lungo questa superstrada, sarebbe stato un suicidio, più per l’animo che per il fisico. Forse avrei goduto gli stessi panorami, ma sicuramente il traffico di auto e di tir che viaggiano in entrambi i sensi di marcia avrebbe reso il viaggio un incubo lungo una quarantina di chilometri! Credo anche che, nonostante sia classificata come strada provinciale, abbia le stesse limitazioni e interdizioni di un’autostrada, quindi impraticabile per le bici!
Veloce anch’io come i treni che vi sfrecciano accanto, attraverso Vallo Scalo e Omignano Scalo, e quasi la faccio a gara con un treno che mi passa accanto. L’illusione di essere più veloce del treno dura appena il tempo di una sosta in stazione. Il lungo convoglio ripreso il suo avanzare verso la prossima destinazione accelera impietosamente lasciandomi quasi fermo, e il suo fischio che echeggia nelle mie orecchie mi sa tanto di sfottò, come a voler dire: ci vediamoooo! Presenza costante nei tanti chilometri di questo viaggio, la ferrovia, scorre da nord a sud lungo tutto il litorale tirrenico della penisola e per buona parte quasi adiacente alla statale SS 18. Diciamo che la tutta strada che ho fatto fino a questo punto, a farla in bici o in treno, avrebbe attraversato le stesse località.
Non ricordo però di aver mai provato queste emozioni in treno.
Superati i centoquaranta chilometri, ecco che la strada ricomincia a salire, e l’illusione fin qui goduta di aver esaurito le fatiche, quelle più pesanti, svanisce nel momento stesso in cui avverto la necessità di alleggerire il rapporto.
Le biciclette, come quasi tutti i veicoli, sono predisposte di un cambio; nelle bici di oggi questo può variare da diciotto a trenta marce: due/tre davanti sui pedali, e nove/undici sulla ruota posteriore. A seconda di come si combinano le corone anteriori e i pignoni posteriori, la bici può essere più o meno dura da spingere. Ad esempio, posizionando la catena sulla corona più piccola davanti e sul pignone più grosso dietro, si rende la bici più leggera e più adatta ad affrontare le salite, al contrario con la catena sulla corona grande
anteriore e sul pignone piccolo posteriore si rende la bici più dura da spingere e più prestante in pianura. Tutto dipende in ultima analisi dal rapporto che si instaura tra la pedata e i giri che la ruota posteriore compie per ciascuno di essa. Non so se dopo questa spiegazione, alleggerire il rapporto possa avere un significato più chiaro a chi non pratica il ciclismo, ma in buona sostanza il mio intento è quello di voler far capire che se anche devo tornare a stringere i denti per affrontare la nuova salita, lo avrei fatto utilizzando una marcia più leggera.
In realtà, la salita, per tutti i sette chilometri non presenta pendenze impossibili, anzi trovando il ritmo giusto e distraendomi dietro paesaggi ancora nuovi, arrivo su in cima quasi senza accorgermene. Raggiunta la vetta, controllando l’orario, e i chilometri fatti prendo atto che la velocità media tenuta in otto ore di pedalate, non è tanto quanto mi sarei aspettato. Anche così va bene lo stesso perché la meta del giorno è ormai vicina.

Cominciata la discesa verso la piana di Paestum finalmente ritorno a scorgere in lontananza il mare, ma il nuovo panorama chi mi si presenta non lascia intuire niente di buono. Nuvoloni, scuri come la notte, sono presagio di un imminente temporale. E come volevasi dimostrare, le prime goccioline di pioggia che cominciano a cadere, confermano la mia più nera previsione: il temporale paventato tutto il giorno e che sembrava scongiurato fino a qualche ora prima, ecco che irrompe sul mio viaggio e come se la sua presenza di per se già non bastasse, ho come l’impressione che lo vuole fare da assoluto protagonista!
Riesco, senza non prima però aver indossato la mantellina antipioggia, ad affrontare la discesa in modo relativamente tranquillo e sicuro, bagnandomi ancora poco, ma pedalando su un asfalto reso viscido dalla leggera pioggia caduta.
Procedo sempre con la massima accortezza di evitare brusche frenate e tenendomi quanto più a destra possibile. Raggiungo la piana di Paestum, dove mi concedo una foto ricordo con alle spalle il tempio di Hera, una delle meraviglie dell’area archeologica dell’antica città romana.
La pioggerellina nel frattempo ha smesso di cadere, ma il cielo continua ad essere sempre più scuro.

Ciclista
Lasciando la SS 18 per la provinciale 175, continuo le mie fatiche verso Salerno e neanche il tempo di ritrovare la mia solita cadenza di pedalata, che comincia a venire giù tanta di quell’acqua come se me la tirassero a secchiate. L’acquazzone piomba all’improvviso e in pochi secondi sono già tutto zuppo d’acqua, e neanche a volerlo fare apposta mi raggiunge in un punto completamente scoperto. Continuare a pedalare non è una scelta, ma una necessità, per evitare così di rimanere fermo sotto l’acqua e sentirmi un minchione! anche se però a pensarci bene, agli automobilisti che mi superano, l’idea del minchione, e anche bello grosso la do di sicuro, andandomene in giro sotto quel diluvio!
L’acqua è talmente alta in cui affondano le ruote della mia bicicletta, che ho l’impressione che più che pedalare sull’asfalto, stia galleggiando su un fiume.
Piano piano la pioggia attenua la sua intensità e trovata una pompa di benzina, colgo l’occasione per fermarmi qualche minuto. Entro nel bar per prendere un bel cappuccino e mi sento un po in imbarazzo per l’acqua che vedo grondare dai miei vestiti e per il pantano lasciato davanti al bancone: l’euro e cinquanta pagato per la consumazione mi sembra un’inezia!
Dal cappuccino a Salerno c’è solo tanta pianura e un bella sensazione, data dal ritmo di una cadenza di pedalata regolare, che fa scorrere i chilometri, via via sempre più velocemente.

Raggiungo Salerno dalla sua periferia sud e la prima cosa di cui vado alla ricerca è un posto dove poter mangiare un panino, una pizza o qualsiasi cosa potesse riempire il buco, o meglio, la voragine che si è spalancata nel mio stomaco, nell’ultima mezz’ora di viaggio. Cosa meglio di un McDonald’s per fare il pieno di calorie? Non si deve essere bambini per trovare irresistibile mangiare al McDonald’s, solo che a differenza di questi, dopo una certa età, il panino e le patatine, una volta ingerite, sostano con molta lentezza all’interno delle pareti addominali, dando il più delle volte un fastidioso senso di pesantezza, che sempre si risolve in una promessa divorzio definitivo dal fast food americano. Oggi pomeriggio questo è proprio quello che il mio stomaco cerca, qualcosa di pesante che rimanga al suo interno per un bel po’, per essere aggredito e sminuzzato molecola per molecola, in modo lento, quasi sadico.
Panino di ultima generazione, ogni mese ne inventano uno nuovo, patatine e birra: mille calorie tutte in una botta!
Vicino al Mc Donald trovo anche un B&B dove passare la notte. Il proprietario però non mi può ricevere prima delle 18:30, dovendo rimandare l’appuntamento con la doccia ho la necessità di cambiarmi per togliermi di dosso quanta più roba bagnata possibile.
Sapientemente e con saggia previsione, avevo riposto tutto l’abbigliamento dentro piccoli sacchetti impermeabili, e questa volta avevo sistemato poi tutti i sacchetti dentro uno più grande, cosicché, se anche le borse si fossero inzuppate d’acqua, tutto il suo contenuto sarebbe rimasto bello asciutto.
Manca ancora un’ora con l’appuntamento con il proprietario del B&B, e colgo l’occasione per visitare il centro storico di Salerno. A differenza di Napoli che già conoscevo, Salerno mi dà l’impressione di essere meno caotica e molto più vivibile. La parte più antica della città somiglia molto a quella di Palermo: qui come in Sicilia, l’influenza spagnola del periodo borbonico è molto presente e l’architettura dei palazzi e i tanti vicoli che si intersecano come ragnatele, mi danno l’impressione di non essere poi tanto lontano da casa.
L’ora trascorre in fretta e alle 18.30 in punto mi presento al B&B “Marechiaro”, che si trova situato in un appartamento al sesto piano di uno antico stabile. Con molta difficoltà riesco a far entrare la bici dentro l’ascensore, risparmiandomi così l’imbarazzo e la fatica di salire sei piani di scala con la bici in spalla.

Giusto il tempo delle formalità della registrazione, e finalmente eccomi sotto una doccia calda a levarmi di dosso un po’ di stanchezza, sperando pure che riesca a scacciare, con i suoi vapori, ogni malanno in agguato.
Dal balcone della mia camera vedo che il tempo continua a essere molto incerto e di tanto in tanto un breve scroscio di pioggia mi ricorda che se anche mancano tre giorni alla fine, ormai l’estate è bella che andata.
Ridisceso in strada riesco a raggiungere a piedi un ristorante lì vicino, senza che il tempo mi faccia brutti scherzi, anche perchè la pioggia presa nel pomeriggio me la sento ancora addosso.
“Non ti pago” questo è il nome del ristorante che mi ha consigliato Giuseppe il proprietario del B&B, rassicurandomi che avrei fatto un’ottima cena.
Al mio arrivo il locale è quasi vuoto, e sono portato a dubitare della bontà del consiglio avuto, ma debbo velocemente ricredermi perché in appena mezz’ora, tra una portata e l’altra, le uniche sedie rimaste vuote, sono quelle del mio tavolo.
Un piatto abbondante di pasta, delle verdure grigliate, accompagnati da una porzione altrettanto abbondante di pane e da una birra alla spina, credo bastino a reintegrare le scorte energetiche di cui ho bisogno per la tappa di domani, anche se una bella bistecca, sarebbe stata utile per fare il pieno di proteine, ma ho paura di appesantirmi e trascorrere una notte agitata da una pesante digestione!
Tornando verso il B&B non ho bisogno di aprire l’ombrello, e questo mi fa ben sperare per le condizioni meteo di domani. So però di non dovermi fare troppe illusioni, le previsioni danno temporali.
In camera non c’è la televisione, e a dire il vero non ce n’è neanche una in tutto il B&B. Se questo può tornare utile a chi viaggia in dolce compagnia, io un pò di televisione la guarderei volentieri. Riesco lo stesso a distrarmi con il telefonino scorrendo i tanti post su Facebook e ritornando a guardare su Google maps la strada in programma per la tappa di domani.
Ultimo sito che visito prima di addormentarmi è quello di “it.sat24.com” dove generalmente consulto le previsioni meteo, quello che trovo più affidabile. Non è che mi illuda che nell’ultima ora le previsioni siano cambiate al meglio, anzi, per come si prospetta il tempo, domani, a voler essere tosto e determinato, raggiungere Napoli sarebbe già una bella impresa.

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