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Il lago di Viverone in bici

Diari • di 24 aprile 2017

(percorso effettuato il 15/03/2017)
(partenza ed arrivo Carisio, km tot. 85)

Mappa Viverone

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Mai fidarsi, mai fidarsi delle previsioni del tempo; ieri sera ho ricontrollato le previsioni per oggi, risultato verbale e visivo: “sole a palla e temperature gradevolissime”. Ne hanno azzeccata solo una, quale? Lo dico dopo.
Sono le otto quando mi sveglio, guardo subito il cielo ed è molto velato, fastidiose nuvole sottili nascondono il sole, mi dico: “tra fare la colazione ed il viaggetto fino a Carisio c’è tutto il tempo affinché il sole riesca ad uscire mantenendo le promesse dei meteoròlogi”. Pensare non è bastato, tutta la giornata è stata condizionata dalle nuvole stratificate e da una foschia presente ovunque, solo la temperatura è stata di parola.
Visto che sono già in piedi e proiettato sul percorso, anche se è ancora relativamente presto, carico la bici in auto e parto.
Sull’Autostrada Milano-Torino nel tratto compreso tra Novara Est e Novara Ovest sono ancora presenti i cantieri per l’ammodernamento dell’opera, forse siamo alla stretta finale.

Il “tour” odierno inizia da CARISIO (il nome attuale deriverebbe dalla gens romana Carisia, proprietaria del fondo in epoca romana. Nota curiosa: è l’unico comune della Provincia di Vercelli a far parte della Diocesi di Biella), da qui mi dirigo verso Santhià con uno stradone diritto e poco affascinante ma con scarso traffico.

Dopo Santhià tocco i paesi di Alice Castello, Cavaglià (paesi in cui non mi soffermo collegati tra loro dai “soliti” stradoni) e poi, finalmente, vedo il lago.

Campi coltivati

Molo

Una piacevole stradina con bella vista sullo specchio morenico, asfalto buono e “zero auto” mi conduce a bordo lago, immortalo la quiete che regna sovrana e anche due praticanti dello sport più popolare della zona: sfamare le folaghe.

Lago

Percorro tutto il lungolago che poi non è così lungo, potrei definirlo come un “cortolago” ma d’altronde tutto il Lago di Viverone è di dimensioni contenute tranne che per la profondità, circa 70 metri.
Le piccole dimensioni non sono ostacolo per la numerosa avifauna che popola la zona, testimonianza della salubrità delle acque è anche la balneabilità delle stesse anche se il lago è privo di immissari ed emissari di superficie.

Anche qui non manca la leggenda popolare che recita: “Nel lontano 350 passò dalle parti di Ivrea il buon San Martino (quello dell’estate…), dove non ottene ospitalità da alcuno. Si spinse fino al lago di Viverone utilizzando la Dora Baltea, solcando il fiume a bordo del proprio mantello!!!
Sulle rive del lago fondò un paese con il proprio nome che ora non esiste più perché Dio, per punire i poco ospitali abitanti della zona, fece sprofondare il villaggio in fondo al lago ma…la campana della chiesa di S. Martino si può ancora sentire a condizione di avere buon udito e smisurata fede.”
Il miracolo avviene quando le campane vengono udite anche dai sordi!
Al di là delle pur intriganti leggende il lago di Viverone è una solida realtà che affonda le sue origini fin dall’età del bronzo e nel 2005 è stato riconosciuto come sito di interesse comunitario.
Dopo le digressioni storico-culturali riprendo l’andare lungo l’itinerario prefissato. Lascio le sponde e mi inoltro sulle pendici delle prime colline moreniche della seconda glaciazione (circa 350.000 anni fa).

I vigneti la fanno da padrone, sono ovunque. Con un poco di immaginazione si può pensare a quando, nel periodo di vendemmia, queste strade saranno invase dai viticoltori intenti a raccogliere i preziosi grappoli che ci doneranno l’ottimo vino Erbaluce, gioa per la vista, l’olfatto ed il gusto.

Vigneti
Ridiscendo nella piana morenica e mi avvicino ad Azeglio, subito i ricordi scolastici mi assalgono riportandomi alla mente il Sig. Massimo che, seppur nascendo a Torino come Massimo Tapparelli, si firmò sempre con il cognome Azeglio.
Il paese è anche stato famoso, da metà ottocento fino agli anni sessanta, per i bravi artigiani impagliatori e costruttori di sedie.

Qualche chilometro ancora e sono ai piedi di una delle quinte dell’anfiteatro morenico di Ivrea, “la riserva naturale della Bessa”.

Chiesa di San Pietro e Paolo in Pessano

Da qui passa anche la via Francigena e come da manuale c’è la sua bella chiesetta romanica; trovo che le chiese in stile romanico siano, se non le più belle, sicuramente le più mistiche e spirituali, a misura d’uomo, anche quello pedalante.

Dalla chiesa inizia la salita che in sei chilometri porta alla colma (a segnalare la fine dell’erta c’è un grande ripetitore), pendenze tra il 5 e 7%, bella vista su tutto l’anfiteatro morenico.

Chiesa di San Pietro e Paolo in Pessano
La primavera è alle porte e alcuni segnali lo confermano (vedi foto della mimosa in fiore, non il ciclista sfiorito).

Mimosa

Pensierino della sera: “Se alla festa della donna si regala 1 rametto di mimosa ad ognuna, quante ne conosce il proprietario di questo giardino?” Beato lui.

Dopo il culmine, di cresta in cresta, si scende piano piano verso Biella, questa è anche l’indicazione stradale da seguire fino alla pianura.Il tratto che ora percorro non ha niente di significativo, lunghi rettilinei di pianura con poco traffico fino al “muro” che in 800 mt e 9/10% di pendenza porta a Salussola.
L’origine del nome potrebbe derivare dal termine longobardo “salussula” che indicava la presenza di una curtes.
Con i romani Salussola diventò avamposto fortificato e molto ricco per le estrazioni di oro dai torrenti Olobbia ed Elvo. Esaurite le riserve aurifere il borgo perse d’importanza e cadde nell’oblio.

La bella porta urbica inferiore, risalente al 1380 circa, mi congeda da questo paesino.

Porta di Salussola

Con una ripida discesa ritorno sul piano, mancano solo 10/11 km a Carisio e credo che ormai non ci sia più nulla da vedere, mi sbaglio.

Intanto il cielo si è leggermente ripulito dalle fastidiose nubi e poi ecco di fronte la fattoria fortificata o la fortezza fattorizzata di San Damiano.

San Damiano

San Damiano

Rapide indagini in loco chiariscono il dilemma: trattasi di manufatto del XIV secolo circa adibito, in prima istanza, a rocca tramutato poi in cascinale.
Sia ciò che sia rimane una pregevole testimonianza del nostro passato che ci rimanda a organizzazioni sociali ed economiche ormai superate ma non per questo da dimenticare.
Il mio futuro immediato, invece, è l’arrivo a Carisio, giusto il tempo per accorgermi che le risaie non sono ancora allagate ed eccomi arrivato.
Fine del giro.

Anche questa volta rimango sorpreso dalle infinite possibilità turistiche e culturali che offre il nostro paese e che restano solo sulla carta, non abbiamo solo Roma o Venezia o Firenze o Milano o Torino o ecc…ecc… siamo stracolmi di piccole ed affascinanti località che restano nel dimenticatoio, riflettiamo gente, riflettiamo.

Ciao, alla prossima.

Severino
il Velobicide

 

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