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Pedalando verso Roma…una gioia lunga mille chilometri [quarta puntata]

Diari • di 26 aprile 2017

Quarta puntata

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Come ogni mattina, nonostante le previsioni lasciano intuire che sarei potuto rimanere a letto un pò più a lungo e cominciare il nuovo giorno con molta calma, preferisco rispettare i soliti orari: sveglia alle sei e subito in piedi per la consueta visitina in bagno. In natura “niente si crea, niente si distrugge ma tutto si trasforma” e grazie a questo principio di fisica ho la certezza che anche oggi avrei pedalato con i serbatoi belli carichi di energia!
Dal balcone riesco ad avere un’ampia vista su tutto il golfo di Salerno. Anche se ancora un po buio, vedo la pioggia cadere leggera, i lampi che illuminavano a giorno la città e cielo carico di nuvole temporalesche: oggi è sicuro, mi bagnerò più di ieri.
Torno a letto.
Guardo l’ora e già sono le sei e mezza. Mi rialzo e torno ad affacciarmi…e porca miseria, l’acquazzone preso ieri in confronto a quello che si sta riversando ora sui cieli di Salerno, erano appena quattro gocce di rugiada! L’impressione che il mondo si sia capovolto e che l’acqua del mare venga giù tutta di botto è l’unico paragone che può rendere idea di questo violentissimo nubifragio. Preso da una rassegnazione al limite dello sconforto, mi rimetto a letto e ritorno a distrarmi navigando sul web.
Trascorso un quarto d’ora, più per la smania di alzarmi dal letto che per curiosità, torno ad affacciarmi, e, convinto di trovare i tetti delle case scoperchiati dal maltempo, vedo invece che il cielo sopra la città è sereno e quasi sgombro di nuvole. Il temporale si sta spostando verso sud.
Da lì a sistemare le borse, fare colazione e scendere in strada, impiego lo stesso tempo di un pit stop di formula uno. Alle sette in punto, o quasi, riprendo a pedalare verso la capitale.
Il cielo di Salerno nel frattempo si è rasserenato, ma l’acqua che è venuta giù con violenza ancora riempie le strade cittadine e in alcuni punti ho come la sensazione di pedalare su un fiume.

Lascio alla periferia di Salerno la statale 18 per deviare verso la Costiera amalfitana. Dalle prime curve capisco che procedere verso Roma lungo la statale 163 non sarà né facile né rilassante. L’asfalto viscido mi costringe a procedere con molta prudenza e a tenere un’andatura lenta per i miei gusti. Oggi come non mai il detto “chi va piano, va sano e va lontano” è da tenere in serissima considerazione. Il panorama, non nuovo ai miei occhi è molto bello, ma spesso lo sguardo, che si perde ad ammirare paesaggi, mi porta a distrarmi e ad arrivare un po lungo in alcune curve. Solo l’andatura da corteo funebre mi evita spiacevoli incidenti con le auto che arrivano in senso opposto.
Anche se è lunedì mattina, il traffico è abbastanza scorrevole, e la cosa ben si concilia con il cicloturismo, in questo luogo conosciuto in tutto il mondo per le bellezze naturalistiche e le meraviglie architettoniche dei suoi borghi.
Anche oggi le previsioni meteo sono state azzeccate in pieno, come no! Di pioggia e temporali neanche l’ombra. Solo sui monti del Cilento, il violento temporale, che si è abbattuto all’alba sulla costa amalfitana e su Salerno, continua ad infuriare.
Non riesco ad immaginarmi ad affrontare ora le strade attraversate il giorno prima, e credo che pedalare in quelle condizioni atmosferiche sarebbe stato da veri temerari. Meglio non pensarci e ringraziare la buona sorte per il pericolo scampato. Ora l’unico pensiero è quello di godere del magnifico panorama che curva dopo curva si presenta ai miei occhi.
Il ricordo di questi posti è legato all’ormai lontana gita scolastica di terza media proprio per visitare questa zona d’Italia, ma lungo il primo tratto di costiera Amalfitana niente richiama alla mente esperienze di quel viaggio. Solo a Maiori qualcosa comincia a riaffiorare, ma è giungendo a Minori che si ripresentano nella mia mente i ricordi di quei giorni, e in particolare l’hotel Settebello dove pernottammo per tutto il soggiorno, e una discoteca, dove con il beneplacito dei professori, sperimentammo da tredicenni la prima serata di trasgressione, fatta di coca cola, musica pop anni ’80 e un bel lento ballato con le compagne di scuola! La discoteca si trovava in riva al mare e ricordo bene le due piste piene di luci psichedeliche, alcune delle musiche che ballammo quella sera, ma dell’hotel Settebello, solo che era un piccolo edificio a due piani. Ammetto che nel vedermelo comparire davanti quasi all’improvviso lungo la strada un po di emozione l’ho provata e mi rendo conto che da quella lontana primavera del millenovecentottantaquattro, di tempo ne è passato. E’ stata la mia prima volta lontano da casa e lontano dalla mia famiglia: allora mi sono sentito grande!

Da Minori ad Amalfi la strada continua con altre settantamila curve a seguire la conformazione della costa. Potrò sbagliarmi, ma una delle caratteristiche da Guinnes dei primati della SS 163 che costeggia la costiera Amalfitana, è credo che sia la strada con più curve al mondo: il tratto di rettilineo più lungo che incontro fino ad Amalfi non è che pochi metri! L’altimetria poi si sviluppa in continui saliscendi, le cui pendenze non sono mai dure.
Superata Amalfi, contrariamente a come l’avevo pianificata, scopro a mie spese che di pianura in questa tappa, affrontando la Costiera amalfitana ne avrei incontrata poco! Prima di raggiungere l’antica città marinara, una bella discesa mi aveva fatto sorgere il dubbio che anche oggi la tappa sarebbe stata indurita da un discreto dislivello. Dal centro di Amalfi, e per altri quattordici chilometri la strada poi, sale in modo graduale ma inesorabile verso Agerola, situata ad una quota di settecento metri. Nel tratto iniziale non ho fatto caso che la salita incontrata, potesse essere dovuta a un mio errore di percorso. Tratto forse in inganno dal traffico di cui ho seguito il flusso, ho saltato il bivio per Positano, cominciando a percorrere la SS. 336, altrettanto panoramica e sicuramente meno lunga per arrivare a Castellammare di Stabia, ma molto più dura della 163. Quando mi accorgo dell’errore la frittata ormai è già a metà cottura, e stimando di aver superato il bivio da almeno cinque chilometri, preferisco continuare per la nuova strada imboccata, anzicchè tornare indietro per attraversare Positano. E’ in casi come questo che mi piace pensare che sia sempre la buona sorte a guidarmi, evitandomi di finire tra le ruote di qualche automobilista distratto.

Raggiunto l’abitato di Agerola, mi metto subito alla ricerca di un bar dove poter rifare colazione. Trovo invece un piccolo market dove compro un panino con prosciutto e formaggio, un’aranciata, dell’acqua e della frutta.
Incuriositi dalla pubblicità sul completino che indosso, da cui si intuisce la mia provenienza sicula, il proprietario e gli altri due impiegati, mi chiedono se per caso stessi arrivando in bici dalla Sicilia. Mangio il panino e raccontando loro il mio viaggio, e con una comicità, di cui solo i napoletani sono capaci, il proprietario fa al salumiere: “Antò sienti a stu guagliuni, chistu arriva ra Sicilia in bicicletta, chistu è gruossu! Per me a sentire parlare un napoletano è come stare a teatro.
E non si dica che in casi come questo noi del Sud lasciamo partire lo “straniero” senza prima avergli fornito tutti i consigli e le raccomandazioni necessarie per meglio muoversi in un territorio a lui estraneo.
Rimarrei volentieri ancora un po a godere di queste sonorità teatrali, ma la strada chiama, e, ripreso il viaggio, seguendo le indicazioni ricevute, mi ritrovo a imboccare una galleria che a detta loro avrebbe segnato la fine delle mie fatiche e dato inizio alla discesa su Castellammare di Stabia, con una raccomandazione: “guagliò statti accuortu ca doppu a galleria i machini vannu abbasciu comu i pazzi!”
Accipicchia se hanno ragione, la strada si presta ad andare veloce e anch’io questa discesa, che da Agerola porta fino a Castellammare di Stabia, l’affronterei a rotta di collo, ma la fitta vegetazione che ne ombreggia la carreggiata, continua a tenere bagnato l’asfalto, così che, anche in questa occasione, la prudenza mi consiglia di andare giù in modo assai giudizioso.

Uscito dal tunnel ecco il Vesuvio. A differenza dell’Etna, le cui eruzioni sono continue, spettacolari e raramente distruttive, il Vesuvio è un vulcano la cui potenza eruttiva, sopita già da un bel po di secoli, ne fa uno dei più temuti al mondo. Ogni volta che lo osservo, lo immagino come una bestia feroce in letargo: a guardarla dormire non incute paura. La speranza, è che rimanga così per molto tempo ancora.
La discesa verso Castellammare attraversa una zona boschiva che mi stupisce non poco, perché non avrei mai creduto che nella penisola sorrentina potesse esserci presente una zona così fittamente alberata, quasi da paesaggio alpino.
Continuando a scendere, attraverso prima il piccolo comune di Pimonte, poi quello più popoloso di Gragnano, e l’aumentare dei mezzi in circolazione negli ultimi chilometri di discesa, mi fa intuire di essere entrato all’interno dell’area metropolitana di Napoli. Anche se preparato psicologicamente a scontrarmi con la cruda realtà del traffico cittadino, all’ingresso di Castellammare di Stabia ho come la sensazione di essere finito dritto dritto in un girone dantesco. Il traffico è talmente caotico che gli automobilisti e i tanti motociclisti che incontro per le vie, mi danno l’impressione di essere dei soldati in guerra, che, con snervante lentezza, avanzano metro dopo metro alla conquista di un fantomatico territorio nemico. Qui non è dato distrarsi se si vuole evitare di essere asfaltati, e c’è da guardarsi oltre che le spalle anche il fianco destro e quello sinistro. Proprio come in guerra!

In certi incroci, si ha proprio la sensazione di dover combattere per poter proseguire e avanzare rimanendo incolumi non è cosa scontata. Sinceramente vivendo a Palermo, non credevo di poter mai provare un così forte disagio nell’attraversare questi luoghi. Oltre al traffico impossibile, a rendere più brutta questa esperienza si è aggiunto un manto stradale che dai tempi dei Borboni non è stato più oggetto di manutenzione.
Qualcuno è convinto che i tratti più duri di pavè al mondo siano quelli della Parigi-Roubaix: saranno pure molto sconnessi e durissimi da affrontare in bici, ma il più lungo supera appena i tre chilometri. Qui, da Castellammare a Napoli, sono più di venti i chilometri di strada ciottolata, in alcuni tratti altrettanto sconnessi di quelli francesi, e non mi è facile attraversarli e riuscire a venirne fuori con la bici e soprattutto con la schiena ancora integri!
Nei venti chilometri che separano Castellammare dalla periferia sud di Napoli, non è che mi diverto granché. Tra una bestemmia ed un’altra, dovuta alla difficoltà a rimanere sulla strada giusta, al traffico caotico, e soprattutto al manto stradale più adatto a un trattore che ad una bici da corsa, senza paura di essere smentito posso dire che questa zona in bici è un gran casino! Chiunque di voi avesse intenzione di attraversare questa zona d’Italia in bici, o trova una strada alternativa alla SS. 18 o la faccia a nuoto!
Di umore completamente cupo solo la vista Vesuvio allenta la mia tensione e nonostante la voglia, ormai, per partito preso, vado avanti senza fare foto.
Anche l’ingresso al capoluogo campano è in tono agli ultimi venti chilometri di viaggio, infatti tutta una serie di impedimenti e deviazioni, dovuti a lavori di sistemazione stradale nella zona del porto, rafforzano sempre più il disagio provato da quando ho lasciato la tranquillità e le bellezze della penisola sorrentina.
Senza esitazione alcuna attraverso Napoli: non ho voglia di fare escursioni cicloturistiche per i vicoli dei suoi quartieri più caratteristici. Superato il porto, raggiungo il lungomare Caracciolo, che trovo in parte piacevolmente trasformato in isola pedonale, e affollato come mai, di persone che passeggiano e fanno sport. A Mergellina decido di imboccare la salita per Posillipo. A farla in auto non mi è mai sembrata così ripida, e la pendenza delle prime rampe mi fa dubitare di aver fatto la scelta giusta nel voler salire “ncoppa” a Posillipo!

Ciclista

La ricompensa, però, a questo surplus di fatica la ottengo arrivando in cima, perché da qui si ammira uno dei più famosi e suggestivi panorami italiani. Con alle spalle il Golfo di Napoli e più dietro il Vesuvio, faccio la quarta delle cinque foto scattate durante tutto il viaggio.
Il pranzo napoletano anche se poco prezioso in termini culinari, solito panino, solita birra e solita frutta, gode però “a Posillipo” di un coperto come pochi: panchina con vista Vesuvio e golfo, per gentile concessione del comune di Napoli.
Finito il pranzo, mi affretto a riprendere la strada verso nord. Scartato l’idea di fermarmi per la notte, perché il tempo si è messo al bello e di temporali all’orizzonte neanche più l’ombra.
Nel pomeriggio mi piacerebbe percorrere quanti più chilometri possibile. E’ l’una e mezza quando riprendo a pedalare, i chilometri alle spalle sono ancora meno di cento, ma sono determinato a farne altrettanti, così da poter raggiungere Formia o addirittura Terracina. La cosa mi sembra fattibile, perché, tenendo una media di venticinque chilometri l’ora, già prima delle diciotto sarei arrivato a destinazione, so anche che superata Pozzuoli la strada sarebbe stata tutta in pianura, e, grazie all’assenza di vento, sarei andato un bel po’ veloce.
Lasciato l’asfalto del manto stradale metropolitano, appena fuori Napoli, ritorno a pedalare su un ciottolato tanto antico quanto sconnesso. Il supplizio dura per vari chilometri, fin dentro Pozzuoli, ma, appena superato il suo centro storico, ecco ritornare il ventunesimo secolo, e, ringrazio la provvidenza se dopo tutti questi chilometri fatti saltellando da una pietra all’altra, la bici non si sia scassata. Nel moderno asfalto ritrovo la scorrevolezza necessaria per apprezzare la leggerezza di una bici da corsa.
La strada statale 18, con cui avevo iniziato la risalita della penisola, è terminata a nel capoluogo partenopeo. Da Napoli in poi, delle tante strade che mi avrebbero condotto a Roma scelgo quella più vicino alla costa.

La SP 303, sulla quale continuo il mio viaggio, chiamata anche via Domitiana, e collega Pozzuoli a Castel Volturno, è una strada antica tanto quanto l’impero romano.
Finiti gli ultimi saliscendi, che si sviluppano sulle colline di origine vulcanica dei Campi Flegrei, imbocco un lunghissimo rettilineo in pianura, che attraversa per svariati chilometri una delle zone d’Italia dove credo l’integrazione razziale presenta tutti i suoi limiti e tutti i suoi drammi.
Noto per spiacevoli fatti di cronaca questo angolo di Campania, lo scopro ora ancora più triste e degradato di quanto lo avessi immaginato. La crisi economica che il paese sta attraversando negli ultimi anni, qui, la percepisco in modo più pesante, e a testimoniarlo sono i numerosi capannoni dismessi, che costellano il paesaggio. Ma più di questi, sono i ragazzi di colore lungo la strada, per lo più stravaccati su muretti fatiscenti, che mettono in evidenza il forte disagio socioeconomico del territorio. Anime infelici che più che oziare mi dato l’impressione di subire, in modo completamente remissivo, tutte le disgrazie che la vita ha tenuto in serbo per loro. A far da contorno a questa tristezza, diverse prostitute, ferme a bordo strada, a spartirsi il marciapiedi. Sono come in mostra a non più di cento metri l’una dall’altra. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: bionde, brune, rosse, bianche e di colore, tutte ben vestite, con abiti succinti e provocanti. Qualcuna viene rimorchiata da un automobilista di passaggio, qualche altra scaricata da un cliente ormai soddisfatto.
Distratto da questi pensieri e da queste crudeli realtà, macino chilometri, tenendo un’andatura costante e veloce.
Subito dopo Castel Volturno, terminata la SP 303, imbocco la SS 7qtr, anche questa segue l’antico tracciato della via Domitiana, e come la precedente è interamente in pianura e con lunghissimi tratti rettilinei.
A Mondragone mi fermo per un altro ristoro e per riempire le borracce. Non fa caldo, la temperatura è ideale per viaggiare in bici, però i miei consumi idrici sono sempre notevoli.
Lasciata l’area di Pozzuoli, il panorama non ha mai presentato peculiarità tali da tentarmi a fare una foto. Solo i monti Aurunci, che movimentano verso nord il paesaggio, riescono a rapire il mio sguardo.
La strada statale in prossimità di Minturno si divide in due carreggiate e ho come l’impressione che da semplice statale sia diventata una superstrada. Non curandomi del fatto che possa essere interdetta alle bici continuo a spingere sui pedali. Grazie ad un pò di vento a favore, in alcuni tratti riesco a viaggiare ben oltre i quaranta chilometri orari. A questa velocità mi bastano pochi minuti per ritornare asciutto, dopo un improvviso scroscio di pioggia.

Dopo parecchi chilometri di pianura, l’altimetria della tappa ritorna ad essere movimentata de leggeri saliscendi, e sulla sommità di uno di questi, gli occhi, sopiti da troppo tempo da un paesaggio piatto e monotono, godono di un panorama che mai avrei pensato potesse regalare la città di Gaeta. Le azzurre acque del Tirreno qui vengono circondate da un lungo braccio di terra e formano un piccolo golfo. In realtà il golfo di Gaeta si estende per un tratto di costa molto più ampio, che va da Licola, paese incontrato appena dopo Napoli, fino a San Felice Circeo, piccola località marinara dieci chilometri a ovest di Terracina, e questa porzione di mare, da me ammirata appena entrato nel Lazio, non ne è che una piccola parte.
Gaeta sorge su un lembo di terra che si allunga sul mare e la cui estremità termina con un piccolo promontorio; sulle sue nude rocce, quasi a picco sul mare, un antico e imponente castello, caratterizza il panorama della città. Gaeta è a me nota per il suo carcere militare, e non è che durante la leva ne avessi fatto esperienza, ma ricordo che, ogni volta che qualcuno doveva essere punito, il nome di questa città saltava sempre fuori. A causa di questo forse, l’idea che me ne ero fatto, era quella di una città grigia e poco vivibile. Oggi però con mio grande stupore me ne debbo ricredere: a scoprirla ora il suo panorama è da cartolina!
Lascio finalmente la superstrada per raggiungere il centro di Formia e superato il bivio, comincio a percorrere una delle più antiche e famose strade italiane: la via Appia. L’avvicinamento al centro cittadino richiede l’attraversamento di una lunga periferia. Qui, oltre al centro olimpico del Coni, tutta una serie di eleganti villette mi fanno intuire che vivere a Formia avrà il suo perchè!
Preso dallo scoprire una bella realtà cittadina, quasi mi dimentico che è ora di cercare di un alloggio per la notte. Mi fermo in un bar anche per evitare la leggera pioggerellina che nel frattempo è cominciata a cadere, e ovviamente non mi lascio sfuggire l’occasione per bere un bel cappuccino.
Il miglior rapporto qualità/prezzo lo trovo all’hotel Tirreno. Prenotata la camera, non mi resta che pagare il cappuccino e mettermi alla ricerca dell’hotel.
Anche se sulla mappa sembra vicino a dove mi sono fermato, debbo ritornare indietro di ben sei chilometri. La cosa non mi pesa più di tanto, sia perchè la strada è in pianura, sia perché il lungomare di Formia, da un altro senso di marcia è una piacevole distrazione.

L’hotel Tirreno è una bella struttura. Dalle sue forme architettoniche intuisco che non è una costruzione recente, ma è ben curata, e dà un gradevole senso d’accoglienza agli ospiti che la raggiungono. A volerci tornare credo possa essere una base ideale per godere di una vacanza familiare nella ridente cittadina laziale.
Rispetto al solito B&B trovo di qualche comodità in più, anche se però il prezzo pagato per una singola è rimasto lo stesso!
Una volta in camera, solito rituale: doccia lunga e rilassante, lavaggio accurato del completino ciclistico così da averlo pulito per l’ultimo giorno di viaggio, e, infine, relax a letto e telefonata a mia moglie. Rassicurato del fatto che anche senza la mia presenza a casa il mondo continua a girare sempre allo stesso modo, aspetto che si faccia l’ora di cena.
Alle sette e mezza, spinto dalla fame, mi dirigo nel vicino ristorante “Beer Garden” consigliatomi dal proprietario dell’albergo, con la raccomandazione di fare il suo nome per avere uno sconto sul conto.
Anche se alla conta giornaliera mancano dieci chilometri ai duecento prefissati, la stanchezza accumulata è tanta, e, di conseguenza, anche la fame, per cui la cena non può essere che generosa, ricca di carboidrati e proteine, ma visto che mi trovo in riva al mare, tutto a base di pesce. La cena, veramente squisita, mi piace immaginarla come un premio ai tanti chilometri fatti. Satollo come mai mi sarei aspettato prima di mangiare, ringrazio il proprietario, per la bella carezza sul conto, ma ancor di più per la generosità delle portate.
Vista l’ora decido di rientrare subito in hotel per andare a dormire.
Questa sera dieci minuti di televisione sono quanto di meglio ci possa essere per conciliare il sonno e per evitare la cattiva tentazione di smanettare con il cellulare, cosa che sono solito rimproverare ai miei figli se di sera, prima che si addormentano.

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