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Pedalando verso Roma… una gioia lunga mille chilometri [quinta puntata]

Diari • di 10 maggio 2017

Quinta puntata

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Martedì 20 settembre duemilasedici: oggi sarà un giorno che nel tempo ricorderò con molta nostalgia e un pizzico d’orgoglio. Per Roma mancano poco più di centocinquanta chilometri, circa cinque ore di viaggio, e finalmente avrò raggiunto Piazza San Pietro, meta di questo nuovo pellegrinaggio. Il proprietario dell’hotel Tirreno, a cui avevo chiesto di poter anticipare la colazione alla sei e mezza, mi aveva lasciato le chiavi della cucina, e tutto per io servirmi. Della tranquillità che avrei dovuto trovare, anticipando la colazione di un’ora circa rispetto agli orari dell’hotel, godo si e no dieci minuti. Il tempo di preparare un cappuccino, che uno dopo l’altro, colpa forse dell’intenso profumo di caffè, altri ospiti, si presentano in sala per fare colazione. Sono l’unico italiano, e constatare che la nostra nostra nazione continua ad essere amata da turisti stranieri, mi fa riflettere su quanto dobbiamo essere orgogliosi del paese in cui viviamo e per quanto di grandioso ha saputo fare chi ci ha preceduto. Approfittando del fatto che la colazione è self service, non faccio complimenti e mangio come se la mia tappa di oggi, fosse una tappa del giro d’Italia. Le energie già spese mi inducono un senso di fame sempre maggiore, e la solita tazza di cappuccino con biscotti, non basta neanche a sopire il venti per cento del mio appetito. So anche che al massimo tra due ore dovrò fare un secondo spuntino per poter proseguire in tranquillità. Ripreso l’assetto di viaggio, le borse ben fissate al portapacchi posteriore, le due borracce piene d’acqua, e la musica, l’immancabile compagna di viaggio, mi incammino tornando sulla via Appia, e ripercorrendo il lungomare di Formia, scoperto la sera prima.

Sull’antica via consolare percorro pochi chilometri, perchè uscendo da Formia, preferisco proseguire il viaggio pedalando sulla SR 213, che a differenza della via Appia, rimane lungo la costa, attraversando Gaeta, Sperlonga e Terracina. L’andamento altimetrico della primo tratto, fino a Sperlonga, circa venti chilometri, è un continuo leggero saliscendi, e la strada che segue, la linea di costa non si allontana mai dal mare per più di cento metri. La giornata è limpida e serena, e del vento solo una gradevole brezza. Percorrendo la via Flacca, antico nome della SR213, il mio sguardo si smarrisce nell’ammirare panorami che chilometro dopo chilometro arricchiscono il mio spirito di viaggiatore randagio. Se c’è una cosa in cui la natura è maestra, è proprio quella di sorprendere in ogni angolo del pianeta l’occhio umano. Il territorio di Sperlonga, è ricco di beni archeologici, e in esso si trovano tracce di presenza umana fin dal paleolitico. Il periodo di maggior splendore è coinciso con il regno dell’imperatore Tiberio, che ne fece la sede della sua villeggiatura estiva. Oggi i resti della villa di Tiberio sono il bene archeologico di maggior pregio. Passarci a pochi metri e non fermarmi per una visita è un delitto, e mi rendo conto che in questo viaggio per tutte le località attraversate, per tutti i posti e i monumenti che avrei potuto conoscere e visitare, ho un bel pò da recriminarmi! Non si può avere tutto dalla vita! A me bastano le gioie provate in sella alla bici: pedalare dalla mattina alla sera godendo di quello che la strada riesce a regalarmi in modo gratuito e spontaneo. Superata Sperlonga la strada ritorna in pianura, e con energia ancora fresca nelle gambe riesco a spingere la bici senza sentire il peso della zavorra che mi porto dietro. Mi è successo già due volte per sbaglio di fare in bici un bel pò di chilometri in autostrada. In entrambe le occasioni, risoltesi senza conseguenze, pedalare in autostrada, oltre ad averne assaporato il dolce gusto della trasgressione, l’ho ritenuto molto più sicuro di tante altre strade fatte in bicicletta, dove le macchine e soprattutto i tir ti superano sfiorandoti appena. Questa volta però l’errore avrebbe potuto avere un epilogo più spiacevole.

Superato il bivio di Terracina sud, dopo un paio di chilometri la SR 213 si riallaccia alla SS 7, la quale costeggia Terracina a mo di circonvallazione. L’innesto alla statale, fatto con rampa di accesso, simile a quelle delle autostrade già mi mette un po in agitazione, anche perché poco prima un cartello con sopra tutta una serie di divieti mi fa sorgere il dubbio che da lì in poi in bici non sarei più potuto andare. Interpretando in modo sbagliato l’indicazione del divieto, e per evitare di tornare indietro al bivio incontrato prima, decido di procedere e di immettermi nella SS 7, ma appena entrato, intuisco subito di aver fatto una cavolata, perché le macchine, e soprattutto i tir che procedono in direzione Roma, viaggiano ad una velocità che non è certo quella consentita su una strada statale. Percorro appena cento metri cercando di capire se insistere nel proseguire, quando la presenza di una galleria mi fa desistere dal continuare: la carreggiata che si restringe all’imbocco del tunnel e la velocità dei mezzi in transito è troppo elevata per riuscire ad attraversarla incolume. Per uscire sono costretto a tornare indietro: vedere le macchine venirmi contro e sfiorarmi a più di cento all’ora, mi crea molta agitazione. Sul tratto di rampa che immette con una stretta curva alla superstrada, vado molto vicino a finire stritolato sotto le ruote dei tir che, come a farlo apposta, uno dopo l’altro vedo piombarmi contro come bestie inferocite. Scavalcare il guardrail è impossibile, oltre c’è un terrapieno abbastanza scosceso. Credo di aver vissuto l’esperienza più brutta e pericolosa da quando vado in bici! Anche questa volta, se ne sono uscito incolume e con un’esperienza in più da raccontare devo ringraziare la mia buona stella che da anni ormai accompagna le mie pedalate. Tornato al bivio di Terracina sud, la strada che percorro per raggiungere il centro cittadino, oltre che più tranquilla e sicura, attraversa un tratto di paesaggio molto panoramico, e a saperlo prima avrei pure evitato questa brutta avventura.

Per accedere in città la via Appia supera, sempre costeggiando il mare, un piccolo promontorio roccioso, meglio noto come Pisco Montano, antico sbarramento naturale lungo la costa tirrenica, dove i Romani per consentirvi l’attraversamento della via Appia, realizzarono il grandioso taglio della rupe calcarea. A ridosso del Pisco, poi, edificata su un un precedente passaggio medioevale posto a controllo del punto più stretto fra il monte ed il mare, fa bella mostra di sé l’antica Porta Napoletana, accesso sud della città. Con questo paesaggio da cartolina scopro per la prima volta la città di Terracina, la cui storia affonda le radici nella mitologia greca. A dare impulso allo sviluppo della città, in epoca romana, fu la costruzione della via Appia, e fu sempre grazie alla via consolare che l’importanza di Terracina crebbe nei secoli: ne sono testimonianza i suoi tanti palazzi e le sue chiese. Oggi è un centro di circa quarantacinquemila abitanti e il turismo storico-culturale e balneare e tra le attività principali dell’economia locale. Uscendo dalla città, comincia quella che geograficamente viene definita la pianura agro pontina, un’area, fino all’inizio del secolo scorso malsana e piena di paludi, oggi fertile e interamente coltivata. Nel tratto che da Terracina arriva al comune successivo di Cisterna Latina, circa cinquanta chilometri, la via attraversando il piatto agro pontino, assume un andamento totalmente rettilineo, e per buona parte della sua lunghezza è delimitata ai bordi da due filari infiniti di pini marittimi. Il paesaggio che colgo pedalando lungo questo tratto di via Appia è quello classico che ho imparato a conoscere di questa via fin dai banchi di scuola. L’antico impero romano non fu reso grande solo dalle conquiste dei suoi generali, ma anche dai suoi ingegneri che costruirono opere che per l’epoca furono qualcosa di grandioso, e la fitta rete di strade che dall’Urbe partiva per raggiungere gli angoli più lontani dell’impero rimane ancora oggi testimonianza del grande ingegno di quel tempo. Attraversare questo tratto di via Appia, la cui fine si perde all’orizzonte, con questi pini marini, tipici del panorama romano, che chilometro dopo chilometro accompagnano il mio avanzare, mi riporta indietro nel tempo e penso ai tanti uomini che nel corso dei secoli, come me, hanno percorso questa strada secolare.

Nel pedalare lungo questo angolo di campagna laziale, ho però la strana sensazione di trovarmi sempre allo stesso punto, tanto è uguale per altimetria, panorama, e soprattutto per gli alberi che delimitano la carreggiata questo tratto definito “la fettuccia di Terracina”. A circa metà strada tra Terracina e Cisterna Latina decido di fermarmi per una pausa caffè, perchè ad avanzare lungo questo paesaggio che si mantiene immutato per così tanti chilometri, anche se molto bello, c’è il rischio nonostante la sua bellezza di annoiarsi. Rienergizzato dalla caffeina appena ingerita, e ripresa la mia marcia su Roma, continuo ad avanzare stupito nel continuare a fissare un orizzonte di cui chilometro dopo chilometro non trovo la fine. A Cisterna Latina, finisce il paesaggio agricolo che mi ha accompagnato per tutto il tratto agro pontino della via Appia, e i campi coltivati lasciano il posto ad una zona industriale. All’ingresso in città, l’urgenza di riempire le borracce mi costringe ad una nuova sosta e, trovato un grosso supermercato ne approfitto per fare scorta di cibo, perché da lì fin dentro alle mura di San Pietro, inconvenienti di sorta permettendo, ho intenzione di fare tutta una volata! Sessanta chilometri alla meta finale del mio viaggio. Mi piace fantasticare pensando Papa Francesco intento a chiedere notizie al suo segretario, sull’ora in cui farsi trovare in Piazza per accogliermi all’arrivo. Il Papa, religioso dal grande carisma umano ancor più che spirituale, è tra le poche persone al mondo, di quelle veramente importanti, che mi piacerebbe conoscere. L’idea di incontrarlo anche solo per stringergli la mano, so che è cosa assai improbabile, ma partecipare alla sua udienza, per ascoltare la sua voce e i suoi insegnamenti, da sole potrà bastare a dare un senso a questo pellegrinaggio. La speranza di fare tutta una volata fino a Roma, si infrange sulla prima salita appena fuori Cisterna Latina. L’orografia del terreno è caratterizzata dalla vicinanza dei Colli Albani, e so, che da questo momento in poi non troverò più un metro di pianura, fin quasi dentro Roma. Questa zona del Lazio, conosciuta come Castelli romani ha tre peculiarità, che nel corso dei secoli si sono legate in modo indissolubile con questo territorio: il vino, i Papi e la porchetta.

Ancora prima di raggiungere Velletri, i tanti trattori carichi d’uva che incontro lungo la strada, mi confermano che il famoso vino dei Castelli continua ad essere un’attività trainante dell’economia locale. Continuando la mia ascesa dei Colli Albani, raggiungo e supero Velletri sempre percorrendo l’Appia, che l’attraversa lambendone la periferia con una circonvallazione tanto larga quanto scorrevole. Superate le ultime case, la strada ritorna quasi in piano e per un pò di chilometri avanzo su un falsopiano, ogni tanto interrotto da leggeri saliscendi. In ordine attraverso i comuni di Genzano di Roma, Ariccia e Albano Laziale. Lo stile architettonico dei palazzi sicuramente influenzato nei secoli, dalla presenza e dalla ricchezza dello stato pontificio, è quello inconfondibile di quando l’Italia si costruiva curando la bellezza architettonica del manufatto, soppiantata poi dalla ricerca dell’economica semplicità. Procedendo lungo le vie di queste belle cittadine romane, pedalo con la tranquilla consapevolezza e la gioia di essere quasi giunto alla fine del viaggio, avvertendo più che in ogni altro momento vissuto durante gli ultimi quattro giorni, tutta la bellezza che il cicloturismo può regalare. Volendo potrei spingermi oltre e fare una sosta per gustarmi un bel panino con porchetta, famosa e quella di Ariccia, con un fresco bicchiere di vino bianco dei Castelli, ma questo sarebbe chiedere troppo, …e poi ce Papa francesco che mi aspetta! Dietro ad ogni curva spero di scorgere l’Urbe, ma solo dopo aver attraversato Albano Laziale scorgo all’orizzonte la sagoma maestosa della cupola di San Pietro. Sento di avercela fatta, mancano poco più di venti chilometri alla fine. Tutta la strada, tutta la fatica e i tanti pericoli vissuti negli ultimi cinque giorni sono ormai alle spalle, davanti a me solo la consapevolezza di stare per compiere qualcosa che vivrà per sempre nei miei ricordi, e a voler usare le parole di Goethe, “questi saranno giorni il cui ricordo si può assaporare per anni”.

Dai quattrocento e passa metri di quota raggiunti attraversando i Colli laziali, mi chiedevo, la strada prima o poi dovrà pur cominciare a scendere, e poco prima di Albano finalmente la pendenza dell’asfalto muta angolazione. Da lì a Ciampino un lungo rettilineo tutto in discesa mi porta a raggiungere in alcuni tratti i settanta chilometri all’ora. Così non è più andare in bici, così è come viaggiare su una moto. E peccato che in alcuni tratti i semafori pedonali mi costringono a tirare sui freni, altrimenti credo che sarei potuto andare anche più veloce. Attraverso la periferia di Roma, incrocio il raccordo anulare, e alla vista del cartello stradale “Roma” si scatenano dentro di me tutta una serie di emozioni, che mi è difficile descrivere. A tutto questo poi il brano che ascolto dalle cuffiette sembra proprio messo lì apposta per rendere epico questo mio ingresso nella capitale. Sento che tutta la fatica e le energie spese per vivere un momento del genere sono ripagate in pieno. Vengo inghiottito dal traffico cittadino e l’andatura diventa irregolare. Ora una rotonda, ora un semaforo, mi costringono a rallentare e a fermarmi per mettere piede a terra. La via Appia termina a piazza San Giovanni in Laterano, a cui accedo varcando Porta San Giovanni. Ecco raggiunto finalmente il cuore antico di Roma; ancora poche centinaia di metri per Piazza San Pietro. I ricordi di questa piazza, della basilica di San Giovanni e del centro di Roma li ho ancora fulgidi in memoria e sono legati ad una vacanza fatta nel lontano millenovecentonovantacinque. Allora, grazie ad una coppia di amici romani, mia moglie ed io abbiamo avuto modo di scoprire la capitale in lungo e in largo. Raggiunta la Basilica di San Giovanni, ricordo, come se ci fossi stato ieri, la zona attorno alla piazza e le vie adiacenti. Per raggiungere il Vaticano da Piazza San Giovanni, devo girare a sinistra per via dell’Amba Aradam, poi a destra per Viale delle Terme di Caracalla, poi giù per il circo Massimo fino a raggiungere il lungoTevere, costeggiare il fiume fino a ponta Sant’Angelo, e, dopo aver attraversato il ponte, imboccare via della Conciliazione. Sono passati più di vent’anni, a Roma ci sono ritornato un paio di volte, ma da allora mi sono sempre mosso poco in superficie e molto in metropolitana.

Mi stupisco anch’io nel ritrovarmi qui ora ed avere un ricordo così vivo di questi posti! Avanzo verso il Circo Massimo e sulla destra scorgo gli archi del Colosseo e poco più avanti, incrociando via di San Gregorio, l’arco di Costantino. Poi è la volta di ritornare a posare gli occhi sulle rovine del Circo Massimo e dei tanti edifici della Roma imperiale. Roma, per quello che ha saputo essere in tanti secoli, credo sia la città che più di altre ha influenzato il genere umano. Peccato che adesso, questa influenza abbia perso incisività, ma comunque il prestigio e il fascino che le sue antiche pietre rappresentano per i tanti turisti che ogni giorno affollano le sue vie, fanno sì che essa rimanga tra le prime città al mondo. Non so se la terza settimana di settembre sia tra le più affollate dell’anno, ma la sensazione data dalla miriade di turisti incontrati attraversando la zona adiacente il Circo Massimo è quella che il nuovo sindaco di Roma ne dovrà avere di grattacapi a tenere operativa ed efficiente una città che, a voler pensare qualcosa di banale, solo di acqua potabile ne consumerà al giorno tanto quanto ne scorre sul Tevere in ventiquattr’ore. Metro dopo metro, la meta diventa sempre più vicina. Raggiungo il lungo Tevere, all’altezza dell’isola Tiberina. Il traffico, anche se quello pesante dell’ora di punta, non frena il mio avanzare, e finalmente, dopo aver attraversato il fiume dal ponte S. Angelo, eccomi giungere all’ingresso di via della Conciliazione. Quasi a voler gustare in modo lento il mio accesso a Piazza San Pietro, anche perchè impossibilitato a rimanere in sella alla bici per la massiccia presenza di persone lungo la via, sono costretto a smontare e a percorrere a piedi gli ultimi metri. Milletrentatré chilometri, quasi quarantacinque ore di pedalate, mezza Italia attraversata, ed eccomi giunto là dove per tutta l’estate avevo sognato di arrivare. L’immensità della Basilica, la vastità della piazza, le pietre che trasudano storia, il mondo intero rappresentato dai numerosi pellegrini presenti all’interno del colonnato, accrescono in me la gioia per l’impresa appena compiuta.

Ciclista a San Pietro

Tutte le emozioni provate lungo la strada, i tanti paesaggi scoperti, la pace e la tranquillità provata, la certezza che una buona stella è stata sempre a me vicina durante tutto il viaggio, sono cose che conserverò gelosamente nel mio cuore e sono certo che nel tempo le ricorderò sempre, perchè più di altre hanno dato un senso alla mia esistenza.

Alla fine di questa mia meravigliosa esperienza, alle tredici e trenta, di martedì venti settembre duemilasedici, immerso tra mille emozioni, posso dire con assoluta certezza che i soldi non comprano la felicità, ma ci puoi comprare una bici, e grazie ad essa, arrivarci molto vicino.

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