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Milano e i suoi mostri ciclabili (prima parte)

News, Rubriche e opinioni • di 19 maggio 2017

Mi sono trasferito a Milano esattamente 6 mesi fa dopo 5 anni che mancavo dall’Italia e, arrivato a Milano, mi sono ritrovato a fare i conti con una città piatta come una tavola da surf, con un clima tutto sommato più che accettabile, l’Area C che riduce il numero delle auto in circolazione in centro e una serie di piste ciclabili tra loro rigorosamente sconnesse, che non finiscono mai di stupirmi ogni volta che le vedo (e che le evito).

Avevo deciso di scrivere un articolo dedicato a questi gioielli realizzati da qualche fantasioso progettista, ma più pedalo, più mi rendo conto che esaurirli tutti in un solo testo sarebbe troppo pretenzioso, motivo che mi spinge alla pubblicazione a puntate.

Ma partiamo con l’elenco:
mappa vergogna ciclabili milano

1. Cavalcavia Bussa

È la barzelletta di chi si sposta in  bicicletta a Milano e vuole andare dal quartiere Isola a Chinatown.

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La rampa che porta al Cavalcavia Bussa da via Quadrio

Si accede da via Borsieri su una ciclabile bidirezionale che consente addirittura il controsenso ciclabile e poi, finito il ponte, il fantasioso progettista ha pensato bene di interrompere la ciclabile lasciando chi pedala di fronte a 3 scelte:

  1. scendere utilizzando le scale che danno sulla destra;
  2. scendere utilizzando le scale che danno sulla sinistra;
  3. imboccare la rampa che scende con una curva spiovente a destra in contromano che diventa via Quadrio.

Ovviamente la terza opzione è la più gettonata con buona pace del codice della strada.

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Contromano e svolta cieca? Non ci sono alternative

2. Viale Tunisia

La ciclabile di viale Tunisia è stata oggetto di lunghe battaglie tra commercianti e amministrazione: i primi che ne denunciavano l’inutilità, la seconda che insisteva sul tema della sicurezza per chi si muove in bici, ma chiunque l’ha percorsa sa bene che la sicurezza è tutt’altra cosa.
Viale Tunisia è una strada tutta dritta che connette Piazza della Repubblica a Corso Buenos Aires e che incrocia una serie di stradine laterali che si immettono sulla principale. Chi percorre la strada ha diritto di precedenza sulle altre strade, ma non appena uno si immette sulla ciclabile (che si allarga e si restringe raggiungendo larghezze di poco superiori ai 50 cm) si ritrova a doversi fermare a ogni singola intersezione perché il punto di arresto dalle stradine laterali si trova oltre la ciclabile.

Viale Tunisia Ciclabile

La miniciclabile di Viale Tunisia

Il risultato è che nelle ore di punta il ciclista deve driblare le automobili che sono perennemente ferme sull’attraversamento ciclabile nell’attesa del proprio turno per passare, mentre nelle ore di scarso traffico la situazione peggiora perché le automobili arrivano molto veloci avendo bene in mente che devono fermarsi alla linea di arresto.

Viale Tunisia Ciclabile Ciclista

La linea di arresto per il furgone è troppo avanzata: il ciclista, pur avendo la precedenza, deve fare lo slalom

Viale Tunisia Ciclista Ciclabile

La ciclista, nonostante l’obbligo, preferisce non usare la ciclabile

Insomma, in un caso o nell’altro, la soluzione migliore è evitare la ciclabile perché nessuno ha voglia di fermarsi a ogni singolo incrocio, soprattutto quando si avrebbe in teoria il diritto di precedenza.

Complimenti al fantasioso progettista.

3. Via San Marco

Siamo in pieno centro, in una di quelle zone deliziose in cui passeggiare in bicicletta è un vero spasso, ma il fantasioso progettista ha pensato di boicottare la user experience a pedali e basta guardare la foto per capire come: la strada è fatta col tradizionale, perfido pavè milanese, il marciapiedi è in asfalto liscissimo e la ciclabile? Ovviamente fatta coi sanpietrini!

Ciclabile Via San Marco

La ciclabile in sanpietrini di via San Marco

Il ciclista che si ritrova a passare di lì non può avere dubbi: meglio andare sul marciapiedi e fare incazzare i pedoni piuttosto che sorbirsi tutte le vibrazioni del caso trasmesse dal terreno. Unica controindicazione: lì accanto c’è la sede del Corriere della Sera e non possiamo poi stupirci che i giornalisti non perdano occasione per scrivere articoli di fuoco sulla piaga dei ciclisti sul marciapiedi.

Bene! Bravo! Sette più!

4. Via Melchiorre Gioia

La ciclabile carsica di Melchiorre Gioia meriterebbe un articolo a sè, ma in questo caso voglio focalizzarmi sul tratto finale che va da Viale della Liberazione a Viale Montegrappa: da mesi c’è una pista ciclabile in sede protetta pronta all’uso ma il cui accesso è interdetto non si sa per quale motivo. Immagino che sia per il cantiere che si trova poco più avanti, ma non ne sono sicuro. Probabilmente il fantasioso progettista deve aver pensato che, data la presenza del cantiere, rendere agibile la ciclabile sarebbe un pericolo per chi pedala: molto meglio lasciarli pedalare in mezzo al traffico in balia di sè stessi.

Melchiorre Gioia mostro ciclabile

La ciclabile chiusa (da mesi) di via Melchiorre Gioia: i ciclisti vanno sul marciapiedi

Ma il ciclista milanese che ha capito come gira il fumo non demorde e sceglie di usare il marciapiedi adiacente fregandosene nuovamente dei pedoni che gli capiterà di incontrare: in fondo, è meglio tornare a casa con le maledizioni di qualche passante, piuttosto che spiaccicati come moscerini sul parabrezza di un automobilista con la febbre da notifica di Whatsapp.

[Continua]

Disclaimer:

Non sono un tecnico e non ho l’ambizione di definirmi esperto di progettazione, ma ho trascorso gli ultimi 5 anni concentrandomi sul tema della ciclabilità urbana per capire cosa funziona e cosa no basandomi su diverse esperienze nazionali e internazionali. In questa serie di articoli affronterò il tema della ciclabili milanesi esattamente come se fossi l’utilizzatore di un’applicazione per smartphone che vuole scriverne una recensione: non bisogna essere programmatori per dire che un’applicazione fa schifo ed è inutile; non bisogna essere progettisti per dire che una ciclabile è fatta coi piedi.

Qui mi limito a evidenziare i problemi. Le soluzioni le lascio ai tecnici.

Se volete aiutarmi in questa mappatura dei mostri ciclabili milanesi, lasciate la vostra segnalazione nei commenti qui sotto: non mancherò di affrontarli nelle prossime puntate.

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11 Risposte a Milano e i suoi mostri ciclabili (prima parte)

  1. eleonora ha detto:

    Ciao,
    ti lascio un commento sulle fantastiche ciclabili realizzate tracciando una utilissima linea gialla sull’asfalto (zona affori/bruzzano/niguarda/viale marche/loreto) utilizzate come parcheggi e/o altra corsia.
    altri complimenti al fantasioso progettista (o pittore).

  2. Michele ha detto:

    Non serve essere tecnici. Basterebbe che i tecnici o gli assessori usassero la bicicletta ogni tanto per capire che genere di aborti riescono a partorire.
    Aggiungo che la ciclabile di Viale Tunisia è particolarmente pericolosa perchè il dislivello con il marciapiede è spesso molto basso (pochi centimenti) ma sono più che sufficienti per far cadere qualche ciclista o qualche pedone che ci si avvicina troppo senza accorgersene.
    Che facciano le ciclabili a filo oppure con un dislivello visibile, questa via di mezzo è la più pericolosa!

  3. Liv ha detto:

    Purtroppo quanto sopra è dovuto alla totale mancanza di programmazione complessiva. Un esempio che mi sta a cuore, ma che è secondo me particolarmente SCANDALOSO per una città che si ritiene ben amministrata come Milano: esiste, e non è affatto male anche per parametri europei, la pista ciclabile da Rozzano a Pavia. Basterebbero appena 5 km per collegarla a milano centro (circonvallazione della 90-91). E la stessa pista è addirittura già sul tracciato euro velo Bruxelles- Roma. La pista è infatti genericamente prevista in futuro, ma non c’è alcun finanziamento (dal piano del comune non nei prossimi tre anni!).
    Inutile costruire piste di duecento metri qua e là se non si comincia da questi interventi fondamentali che rappresentano un primo necessario scheletro sul quale solo poi effettuare ampliamenti. Tra l’altro, pure da un punto di vista politico, basterebbero pochi soldi per potersi vantare di avere unito in ciclabile il centro di Milano al centro di Pavia (primo caso in Italia di collegamento ciclabile tra due capoluoghi di provincia).

  4. Filippo ha detto:

    Ciao, ottime constatazioni le tue. Ovviamente si capisce che le piste ciclabili non sono progettate da chi la bici le usa. Una cosa che io non sopporto sono le piste ciclabili a senso unico, come per esempio nel tratto iniziale di via Mario Pagano. Spesso vedo due piste ciclabili, ognuna per senso di marcia, oppure una sola a senso unico, mentre per l’altro senso bisognerebbe usare la strada. Ma non conviene fare una unica pista larga il giusto percorribile in entrambi i sensi? Il costo zarebbe pressoche dimezzato nel caso delle 2 piste separate e con un’unica pista si potrebbe percorrere quella via in entrambi sensi, con un vero vantaggio per la mobilità. Invece trovo piste strette a senso unico dove a volte si viene rimproverati dagli stessi ciclisti che ti fanno notare che la stai percorrendo contromano… sempre meglio che usare la sede stradale..magari in pavé, no?
    Vedi anche via Tortona. Cosa costa rendere la ciclabile a doppio senso?
    Ciao.

    Felice di aiutarti nel caso avessi bisogno di una mano.

    • Paolo Pinzuti ha detto:

      Grazie mille Filippo,

      Io non sono un tecnico e non voglio offrire soluzioni tecniche, quindi non commento la tua proposta di ciclabili bidirezionali che hanno anch’esse molte controindicazioni.
      Su via Tortona mi chiedo se ci sia spazio per una bidirezionale.

      Ciao

      • Filippo ha detto:

        Sì hai ragione, io comunque sono ancor meno tecnico di te. Però ho questo pallino delle ciclabili bidirezionali, che trovo più efficienti e molto più incoraggianti per l’uso della bici.
        Alla prossima.

  5. Enrico ha detto:

    Mi occupo di sicurezza stradale progettazione formazione e consulenza da 25 anni, collaboro fattivamente con chi ha scritto il Codice della strada, sono relatore in numerosi seminari e posso dire di essere uno dei massimi esperti in questa materia in Italia, personalmente ho incontrato sia Maran (artefice primario di queste assurde piste ciclabili) che di recente il nuovo assessore di Milano Granelli, ad entrambi ho esposto le irregolarità progettuali e funzionali di quelle che loro chiamano piste ciclabili, la risposta è stata sconcertante: “Evidentemente io e lei abbiamo una visione diversa del Codice della Strada”!!!! E’ vero Assessore io rispetto le regole nei miei progetti, voi ……. non mi sembra il problema è che lo fate con i nostri soldi e a discapito della nostra incolumità. Caro Paolo, mi piacerebbe conoscerti ed incontrarti per illustrarti la moltitudine di irregolarità in campo viabilistico non solo inerenti le piste ciclabili che sono state un geniale espediente politico per essere eletti. Pura propaganda elettorale e non scrivo qui, per pudore, la cifra che il comune di Milano ha stanziato con Pisapia per la realizzazione delle stesse, una vera assurdità ! Contattami e approfondiamo la questione io ho intenzione di andare a fondo e fare chiarezza e giustizia..

  6. Fulvio ha detto:

    Ciao Paolo,
    tempo fa lessi il tuo articolo sull’IKEA.
    Io abito ancora più a nord di Carugate (provincia di MB) e da anni mi riprometto di fare un filmato sulle ciclabili della mia zona perché se fa specie che una città come Milano abbia ciclabili simili, la situazione in provincia è drammattica.
    Ci sono tracciati che letteralmente iniziano e finiscono nel nulla o, peggio ancora, sfociano su una Strada Statatale trafficatissima. Non parliamo poi del come sono fatte e mantenute queste inutile strisce di asfalto.
    Bisognerebbe assumere tutto lo staff di Copenhagenize per un anno per istruire i nostri assessor alla mobilità!

  7. Alex ha detto:

    Ho avuto modo di provare le ciclabili milanesi e posso dire che la più strana di tutte è quella che corre tutt’ intorno al castello, non solo perchè è perfettamente inutile, data la scelta dell’ ubicazione, ma anche soprattutto perchè corre appiccicata al marciapiede che serve a far scendere i turisti stranieri dai pullmann, in visita a a Milano: la conseguenza è che in questo modo la ciclabile è continuamente interrotta da semafori, passaggi pedonali, turisti che bivaccano sulla pista fregandosene della stessa, mezzofondisti vari ecc. Tutto questo quando sarebbe bastato, volendola proprio fare intorno al castello, spostarla di qualche metro verso l’ esterno della piazza circolare, cioè verso i palazzi d’ epoca antistanti al parco sempione.

    Da segnalare anche la situazione in via Senato, dove la “pittoresca” (nel senso che è solo una striscia di vernice di delimitazione) cosiddetta ciclabile, è regolarmente usata come parcheggio da vari tipi di furgoni e camion, nessun vigile (cosiddetto “vigile”) da mai multe o controlla, evidentemente.

    Circa il corriere della sera, inutile commentare, vien solo da ridere a pensare a come è ridotta l’ informazione in Italia

  8. luigi crema ha detto:

    A Milano, dai tempi della ciclabile a zig zag di monte rosa, con tanto di cespuglio copri semaforo in via arengario (quanti ne avrà ammazzati quel cespuglio… Ora è stato divelto), le ciclabili sono fatte con la logica del “massima spesa, minimo utile”, ovvero, sono un’occasione per fare favori. Solo la scelta della Moratti di dipingere per strada lungo la 90 la corsia, senza muretti vari, è andata contro tendenza. E a mw non dispiace la striscia per terra, perché il vento delle macchine la tiene pulita, mentre le ciclabili con muretto accumulano di tutto. PS la ciclabile più utile di tutte sarebbe in de Amicis, di fatto c’è già….. Marciapiede più trafficato d’Italia.

  9. antonio ha detto:

    Prego i lettori del forum e lancio un appello agli amministratori della viabilità del comune di Milano a dare uno sguardo sulla gestione della viabilità cicopedonale in altre città europee. Senza andare tanto lontano, le solite Copenhagen e Amsterdam, si facciano un giro a Tolosa o Bordeaux. Ho girato molto le strade di Milano in bici, anche prima della recente proliferazione di tratti ciclabili, perchè di piste” vere e proprie non c’è l’ombra. Condivido appieno la difficoltà di percorrere in sicurezza lunghi tratti, in modo da rendere attraente la bici come alternativi all’auto o ai mezzi pubblici. Così realizzate, discontinue, disconnesse e interrotte da troppe barriere, che spesso paradossalmente fanno parte dell’infrastruttura stessa, quali muretti o panettoni, pericolosi quanto se non più che finire su rotaie del tram o cordoli di marciapiede, non invogliano certo il cittadino medio. A volte trovavo più sicuro muovermi in promiscuità con le auto e in sfida i sensi unici o preferivo usarla solo nei w-e per evitare il traffico intenso e godermi la città finalmente libera dal caos. Scelta che naturalmente contraddice lo spirito di mobilità integrata, per cui le piste dovrebbero essere funzionali a smaltire il traffico automobilistico. niente di tutto ciò. Ma il problema, come spesso accade non è nelle soluzioni ingenieristiche, adottate, che fanno a pugni con normative farraginose e ostacoli fisici reali. E’ chiaro che manca un progetto culturale condiviso con la cittadinanza, indispensabile a fare quel salto di mentalità che dia finalmente pari dignità ai ciclisti. Da cicloturista ho avuto modo di apprezzare le ciclopedonali in Francia e in Austria. Parliamo di paesi con una cultura della bici, se intesa come mezzo di trasporto alternativo all’interno delle città, sicuramente più evoluta della nostra. quello che salta subito all’occhio è la apparente improvvisazione nella scelta dei percorsi, ma soprattutto che gli automobilisti sono molto più rispettosi e prudenti, non hanno il clacson facile e lasciano passare, questo rende relativamente sicuri da percorrere anche tratti apparentemente impossibili se non addirittura suicidi agli occhi di un milanese. Venendo all’esempio di Tolosa, città industriale con vasto e antico centro storico, i percorsi sono spesso sono segnalate da semplici strisce verdi a doppia corsia, a volto non più ampie di un metro e mezzo, che corrono tra marciapiede e strada, a volte molto trafficata, se non addirittura a senso unico e file di auto parcheggiate come contorno. Ma i ciclisti sono parecchi e si muovono con disinvoltura, in spazi angusti, come se avessero poco o nulla da temere. Insomma quello che si nota da una parte e dall’altra è la differenza enorme di ATTEGGIMAENTO. altro particolare che salta all’occhio è l’assenza della selva di quei pali di segnalazione di inizio e fine pista, qui da noi ubiquitari ma spesso inutili, oltre che costosi, in quanto posizionati ai lati opposti di un attraversamento di pochi metri, e nella maggior parte dei casi rimpiazzabili con dei semplici simboli sull’asfalto. Mi viene da pensare che tutta questa segnaletica, oltre che a far lievitare il costo dell’appalto per la felicità delle imprese che forniscono la segnaletica, sia l’ennesima dimostrazione dell’ossessione tipica italiana di regolamentare comportamenti scorretti all’origine della litigosità e conflittualità diffusa sull’uso degli spazi pubblici. Ne traggo la conclusione che portare avanti progetti per piste ciclabili non accompagnati da un’adeguata campagna informazione e cultura stradale a livello di scuole, incontri rionali, insomma un approccio partecipato che faccia percepire i vantaggi per l’ambiente, la salute e la vivibilità in genere dello spazio urbano, risulti inefficiente se non controproducente. Ma i progetti che conta sembrano essere gli EXPO e i post- EXPO, Sala docet. Fiumi di denaro per infrastrutture che divorano territorio e risorse per renderlo sempre più invivibile.

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