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Marocco in bici

Diari • di 30 maggio 2017

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Penso che organizzare un viaggio in bicicletta, una volta che hai una bicicletta predisposta e qualche borsa, sia una cosa molto semplice, soprattutto se devi stare in giro solo due settimane, e se ci arrivi utilizzando prima il treno e poi il traghetto. Nel mio caso appunto, ho deciso di viaggiare leggero, con poche cose di troppo e La bici è addirittura nuova, una Kona Sutra già pronta, solo da pedalare. A Genova ci sono arrivato a mezzogiorno e a Tangeri, più o meno alla stessa ora ma di 2 giorni dopo. Una crociera, con a disposizione tutto, ma troppo piccola per viverci 2 giorni, meriterebbe una organizzazione a parte. Però alla fine scendo da quella nave infernale, e ritrovo la mia bici intatta come l’avevo lasciata.

Inforco i pedali e ho una voglia matta di pedalare e mentre le auto sono in coda per i controlli io ho il via dai più graduati, e dopo essermi vestito da cicloturista e dopo aver salutato i primi marocchini conosciuti in barca, sono pronto a iniziare questo ultimo giorno del 2016 in Marocco.
Dal porto nuovo, sono 50 i km più o meno da fare per arrivare in centro, o meglio, alla Medina. E la situazione è perfetta. Clima, tempo e voglia mi hanno fatto arrivare in città in un lampo. La strada è un saliscendi tra colline verdi non sempre coltivate e tanti piccoli paesi soprattutto, più in basso, più vicini all’oceano che fa da sfondo a questo mio primo giorno africano che quasi ancora non mi sembra vero. E così via fino a Tangeri, quella nuova, occidentalizzata, mentre quella vecchia, un vero e proprio casino. Un labirinto, zeppo di persone che commerciano, ed io a piedi a guardarmi intorno che ancora non mi sembra vero.

Nel nord del Marocco, grazie alla vicinanza geografica, in molti parlano spagnolo, il ché mi facilita la vita. Così quando un venditore di oggetti per casa, mi spiega come arrivare al Medina Hostel, stringo la mano anche a lui, e giro nei sensi giusti al momento giusto, ed è davvero fatta, obiettivo di giornata raggiunto. Un thè in terrazza a godermi la Medina dall’alto mentre il sole si allontana, dà un tocco in più alla mia incredulità. Lì c’è anche un tunisino d’affari in vacanza, gestisce dei call center in Francia e conosce bene il nord Africa. Con lui ascolto per la prima volta i muezzin, ormai delle registrazioni, che in cima ad ogni moschea, incitano a connettersi a Dio, per 5 volte al giorno. Imparo subito quanto il rapporto con la religione sia molto più forte rispetto al nostro è con mio grande stupore scopro anche che da nessuna parte nel Corano viene imposto alla donna di vivere diversamente, con l’obbligo del velo.
Con Raphael il tunisino esco per la città a dare un senso a questo ultimo giorno dell’anno. Lui la conosce bene, e andare a bere un thé al Caffe Hafa dove Kerouac andava a scrivere, dà un tocco in più al primo giorno. La mezzanotte è abbastanza anonima così la passo in ostello a scambiarmi esperienze con altri viaggiatori.

Il tempo di una buona dormita, e di recuperare un cappello e la mappa del Marocco, che sono ormai le 2 di pomeriggio quando lo saluto. E Tangeri, una volta superato l’ostacolo dalla Medina, in bicicletta si guida bene, affatto caotica. Purtroppo senza una importante banchina pavimentata, ma con strade abbastanza grandi per guardarsi intorno senza dar troppo retta alle macchine, che in generale, hanno il sorpasso facile e imprudente. Così come tutte le altre città più o meno grandi che ho attraversato, è impossibile non notare la crescita e lo sviluppo urbano che sta attraversando il paese. Sembra stia crescendo in maniera esponenziale, e se tutti amano il Re Mohammed VI un motivo c’è. Sembra stia facendo gli interessi del popolo e se ti scoprono ad aver a che fare con l’Isis c’è la pena di morte.

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Il turista è fortemente rispettato. Penso sia la prima volta in un viaggio in cui mi sono sentito tanto tranquillo e a mio agio, anche nelle zone più disagiate della città. Penso che grandi città a parte, la parola rubare neanche sanno che vuol dire, la religione è tutto per la vita di un musulmano, e Dio, è ovunque.
La strada che prosegue fuori dalla città, è un leggero saliscendi contornata da campi poco fertili, utilizzati per lo più solo per far pascolare il gregge. Quando torna il mare la strada torna piana e ormai sono ed assolutamente pronto a cercarmi un posto per la notte. Sono le 6, è quasi buio, e se al sole fa caldo, senza fa freddo, quindi quando il campeggiatore mi offre ad un buon prezzo la notte in bungalow, accetto subito e abbandono l’idea di dormire nel mio nuovissimo telo letto impermeabile. Così cambiato, lavato e organizzato per il giorno seguente esco a far 2 passi per Assillha, che con mio grosso stupore si rivela proprio un bel posto. La Medina è stata costruita nella parte più inaccessibile della scogliera e le mura a protezione che circondano il fronte mare su cui si erge la kasba, danno quel tocco di storicità che rendono il posto magico e suggestivo. Grazie a Regiad se son lì. Un giovane marocchino che volendo allenare il suo inglese, si è preso cura di me facendomi da Cicerone per la città senza volere nulla in cambio. L’unica persona fra le tante conosciute, che ha parlato male del Marocco e del re Mohammed VI. Giovane e invidioso del modello occidentale.

La mattina fa freddo, e sotto i tanti strati di coperte,non è proprio un bel dormire. Così mi sveglio Prima del telefono, e anche se la faccia è sottosopra, alle 8 son già fuori dal bungalow, con la obbiettivo Larache, davanti a me. La strada è bellissima. Non particolarmente trafficata, si abbandona il mare e si inizia con questi su e giù immersi stavolta in più verde. Volano anche questi 45 km fino alla provincia di Larache, con 6 banche nella sola piccola piazza centrale. E vabè, mi siedo al banchetto un po’ con Jepeto, per 20 euro all’anno, ha affittato dal comune circa 4 piastrelle, che con sedia fanno 3 metri quadri, e qui su questo banchetto fa delle spremute all’arancia, vende fazzoletti, cicche, cioccolatini e sigarette sfuse, con in regalo una cartina, 1 però! Altrimenti tocca discutere con i clienti, perché come diceva Jepeto, anche lui le cartine le pagava. Vedeva tutto e conosceva tutti. È stato gentile con me e con altri turisti senza voler nulla in cambio.

Come mi aveva consigliato Regiard ad Assilah, la strada che continua è abbastanza monotona senza nulla da vedere, quindi mi fido di lui e da Larache prendo un bus, era una cosa da fare prima o poi e nonostante l inglese mi aveva fatto tanto ridere, giusto dargli fiducia. Quindi dopo un giro per la Medina, in cui non ho riscontrato nulla di emozionante ,mi dirigo alla terminale dei bus dove alle 5 schiacciano la mia bicicletta nella stiva e alle 10 e mezzo la ritiro fuori con tutto il parafango anteriore nuovo, schiacciato e deformato . Desolato ed impotente, lo do per rotto, e invece con mia grossa sorpresa, solo mia oramai, perché rimasto solo, con una bella pressione dosata bene, torna bello e performante come lo ero prima. Magia della plastica.

Rabat è la capitale governativa del Marocco, mentre è Casablanca la capitale finanziaria. E se Marrakech è la capitale della movida e trasgressione marocchina, Fes è reputata la capitale spirituale e religiosa, e nella medina più grande del Marocco ma forse anche della religione mussulmana, mi ci ritrovo camminando che sono le 23. Inutile tentare di orientarmi neanche col gps del cellulare, talmente le vie erano strette, anguste e buie. In Colombia si diceva che se vuoi che tutto vada bene, basta non dar papaya, cioè non dar l’occasione di farsi derubare, ecco, in questo dedalo di vie con cellulare in mano e bicicletta sempre a mano, ho più volte offerto papaya a malintenzionati di rubarmi tutto, ma mai una volta mi son sentito in pericolo o fuori luogo. Incuriositi da me e dalla mia incapacità di orientarmi, mi vengono in soccorso 2 ragazzi, fratelli di 17 e 20 Entrambi più o meno parlano italiano e senza pensarci un attimo, decidono di portarmi all’ostello che ho prenotato.

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Penso che senza un buon gps, sia davvero complicato muoversi all’interno delle medine senza perdersi o sbagliare strada. Fortuna vuole che i 2 ragazzi, anche se non tanto semplicemente, mi fanno arrivare al mio ostello. Sono contento. Metto giù la bicicletta e mi posso fermare. Abbraccio i due ragazzi e con un bel gruzzoletto di dhiram e andiamo a letto tutti contenti. Nonostante la sveglia mattutina e le poche pause, nell’unico giorno di Fes, credo di aver visto solo una piccola parte di tutta l’intera Medina. E quindi il mio giudizio è relativo. Però sì, è tutta circondata da un aurea di spiritualità diversa dalle altre città marocchine che ho incontrato fin ora. Dall’alto, in cima alla vallata si vede quasi Fes per intero. Le mura che la circoscrivono raccontano i segni delle guerre, e intanto dall’interno le varie moschee dei vari quartieri incitano i fedeli alla preghiera. L’interno è sì caotico, ma gestibile, non risulta mai troppo eccessivo ed invadente. Per qualche euro si possono visitare una piccola porzione di moschea e una scuola, dove poter rimanere estasiati da stili architettonici completamente differenti da i nostri cristiani.

Prima di andare a mangiare un mega taijin dal ristorante dei ragazzi che mi hanno aiutato la prima sera, vado all’hammam. Ce n’è uno in ogni paese, e si tratta di una piccola specie di terme pubbliche in cui ci si lava seduti in terra in questa stanza di vapore acqueo, con acqua bollente da una parte e gelata dall’altra. Con dei secchi ognuno si fa la miscela preferita e con un guanto scrubber alla mano, si strofina forte. Oltre all’entrata ho pagato per avere un massaggiatore che doveva regalarmi un relax totale, massaggiando e strofinando come solo loro sanno fare. E invece in quello stanzino, a mia insaputa, sono stato preso, tirato, piegato, scrocchiato e schiaffeggiato da un altro uomo in mutande come me, come mai in vita mia. Una specie di osteopata che non ha nulla a che vedere con un massaggiatore, ma che ha messo in mostra un arte nei movimenti e nelle torsioni che solo qui potevo trovare.

La lunga strada per uscire da Fes è come al solito contornata da grosse palazzine in costruzione, tutto si muove, tutto è in fermento. La strada si lascia pedalare benissimo. Ovunque la possibilità di fermarsi per mangiare e trovare dell’acqua. E con alla sinistra la catena montuosa del grande atlante, la strada non è mai banale e scontata, ma anche se sempre in leggera salita, lo sguardo va lontano, e tra un mandarino e l’altro il passaggio inizia a cambiare. E quando raggiungo Ifrane a 1700 metri, sembra davvero che il soprannome di “piccola Svizzera”, sia più che mai azzeccato. Il passaggio ricoperto, da pini, la neve a bordo strada, e le case a tetto spiovente, non c’entrano nulla con il resto del Marocco visto fin ora. Persino una chiesa cristiana da qualche parte. Arrivo in serata che son le 5 passate, il sole ormai lontano, consegna sempre meno luce e sempre più freddo.

Quasi per fortuna il camping municipale non mi permette di dormire fuori. Quindi torno in quel che dovrebbe essere il centro, poca gente per le strade, e col fatto che ora più nessuno parla spagnolo come nel nord, ora farmi capire senza saper parlare francese, è davvero un lavoro non semplice. Per fortuna, sulla mia strada trovo un signore con tanta pazienza. E dopo avermi inviato a dormire da lui, m’indirizza verso una casa con tante stanze nello stesso stile bungalow, cioè tavolino centrale e stesso stile di divani che circonda la stanza a modi ferro di cavallo con tanti cuscini e coperte, 4 spesse delle quali non son state capaci a tenermi lontane da un freddo ora dopo ora sempre pungente. Ifrane sembra davvero tutto, fuorché una città marocchina. Però anche li, dopo aver trovato quelle 2 o 3 parole chiave in francese, oltre ai ristoranti e alle caffetterie turistiche, 10 minuti a piedi da tutt’altro lato, c’è un quartiere con il rispettivo mercato popolare. Ed è la che mi riempio la pancia e passo la serata.

Da Ifrane la strada scende e 20 km più tardi, dopo essermi riscaldato con una ghiotta colazione a base di frittelle, e dopo aver digerito al tiepido sole mattutino, godendomi il via vai marocchino quotidiano, riparto per il sud, e neanche qualche curva dopo, eccoti un altro cicloturista fermo sulla destra. Non riesco a trattenere la sorpresa, e gli regalo un bel sorriso. Si chiama Gilles, ed è un francese di 44 anni partito da Tangeri un mese fa, e pian piano, seguendo le Atlas, e lasciandole per la troppa neve, si incrocia col mio cammino, e insieme proseguiamo. Si era fermato 2 giorni su in mezza alle montagne ospitato da una numerosa famiglia di berberi, in cui ha avuto la fortuna di scoprire un altro modo di vivere. Sono curioso delle sue esperienze, e lui delle mie.

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Assieme parliamo spagnolo, mentre lui si preoccupa di trattare in francese o con qualche parola in più di magrebino. La strada in 2 sembra più veloce e scorrevole, e sempre con affianco la catena montuosa che cambia paesaggio chilometro dopo chilometro, raggiungiamo Khenifra, e per 5 euro a testa dividiamo una stanza nell’hotel centrale, che munito di caffetteria e wi fi, dona al the di fine giornata, un tocco di goduria in più.
Numerosi briefing dopo ci accordano di viaggiare uniti fino a Beni Mellal, poi, il mio nuovo socio, deciderà se viaggiare con più calma, o tagliare verso l’interno per sulla montagna.

Per le strade marocchine pedalate finora, numerosissime le caffetterie dove il marocchino tipo si gode un caffè o un the, dirimpetto alla strada principale, e ancor di più la presenza di piccole tende dove mangiare per lo più carne di pollo, bovino e pesce, ma anche di ovino e interiora, quali fegato cuore e altre cose che non ho avuto il coraggio di provare. Però forse la cosa che di più ho gustato, lungo i 700 km fino a Marrakech, sono i mandarini. Ovunque per la strada, ho incrociato carretti zeppi di mandarini, che per 10 dirham, circa un euro, una ventina, belli grossi e gustosi, controllavano quotidianamente la mia voglia di frutta.
E cosi dopo un altro giorno e mezzo caldo e assolato, arriviamo a Beni Mellal, dove da Fes ci dicono essere, le arance più buone del Marocco. Arriviamo presto, che è da poco mezzogiorno, e dopo un brain storming a suon di vitamina C, investiamo qualche minuto in più alla ricerca di un posto carino, che faccia al caso nostro, per questa altra giornata di riposo. E dopo siamo in giro, senza bicicletta, ma con un sacchetto zeppo di datteri (altrettanto buoni e facili da trovare) a risalire la città, per raggiungere la Kasba, ossia il forte dove le guardie dall’alto potevano osservare tutta la vallata. Questo è il pezzo grosso di Beni Mellal. Poco sotto i giardini reali, che offrono un scorcio ancor più particolare.

Decidiamo di continuare a viaggiare assieme, almeno ancora fino al prossimo bivio verso la Atlas. E così, se pensavo da solo di seguire la facile Nazionale 8 fino a Marrakech, attraverso 190 km di monotona pianura desertica, su consiglio del mio amico Gilles, 20 km dopo svoltiamo a sinistra, salutiamo la N8 e dopo un caffè al primo paese ancora in piano, iniziamo la salita verso la diga El Ouidane, che mai e poi mai avremmo pensato fosse tanto lunga e spettacolare. Arriviamo alla cima con 2 ritmi diversi e il pranzo è una libidine.
L’ennesimo momento paradisiaco per un viaggio in bicicletta.

Proprio lì in quel momento, un camion si ferma, guidatore e passeggero scendono, e uno da una parte e uno dall’altra, interrompono la loro vita quotidiana, e direzionati verso la Mecca, entrano in contatto con Dio. Nutro un sentimento di profondo rispetto. Dopo avermi regalato 2 mandarini. Risalgono sul camion e ripartono. Poco dopo arriva Gilles che bravo e fortunato aveva pranzato con dei ragazzi poco sotto. Assieme scendiamo verso la diga e dopo pochi km nel piano a goderci lo scorcio tra montagne acqua e cemento, riprendiamo la salita che ci porterà fuori dall’invaso artificiale. Siamo entrambi abbastanza stanchi quando siamo di nuovo in cima, a goderci l’ennesima conquista, ma anche sorpresi dalla tanta strada in salita. Ad Azilal arriviamo che son le 6, e sta praticamente facendo buio. Pericoloso viaggiare di notte. Mentre fingo di curare le bici, Gilles trova un bel posto sulla strada principale, per i soliti 5 euro a testa, e dopo una pessima doccia tiepida, siamo in strada, per il centro a guardarsi intorno, a mangiare l’impossibile, sempre per strada, sempre in mezzo alla gente.

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Un altro giorno di sole, ci mostra in che bel posto siamo finiti. E la strada piccola e poco trafficata sembra completamente nostra. Continui sono i su e giù fra uliveti e piccoli accrocchi di case. Sempre in giro qualcuno per la strada, a piedi a cavallo in mulo, sembra che il tempo qui si sia fermato nel momento giusto. Ci fermiamo più volte ad assorbire tutto quel che di bello ci circonda, finché arriviamo a Denmate. Il bivio verso le Atlas. Il passo è aperto, di neve non ce n’è, così dopo tante strette di mano ed in bocca al lupo, ci salutiamo e ci auguriamo buon viaggio e buona vita. Lui verso Ouazzarzate, verso il grande atlante e verso nuove avventure, io verso Marrakech e la fine delle mie. È stato per entrambi un bel viaggiare, in due, si è più forti, nulla da obbiettare. Soprattutto se uno dei 2 non conosce ne francese, ne magrebino.

Così sono le 3, quando esco da Denmate, e con altrettante ore di luce, non so dove dormirò stanotte, cosi con acqua e cibo, e tanta voglia di arrangiarmi, pedalo verso sud, forte, in leggera discesa. Qui i terreni non sono più asciutti, secchi ed improduttivi, ma di un verde intenso, ricoperti da un fitto manto erboso. Neanche 100 km, e l’acqua trasforma un paesaggio che ora non sembra neppur più marocchino. La strada è dritta e pian piano dolcemente, in leggera discesa. Si viaggia velocissimo intorno ai 28 km/h, senza apparentemente spendere energie. Numerosi sono i paesini che si vedono in lontananza, e affatto poca la gente presente in strada che chi a piedi, chi in bicicletta, chi a cavallo, si dirige o rientra dalla città.
L’attimo è talmente bello, che mi voglio fermare, e godermi tutto questo spazio colorato. Non so quanti km mancano al prossimo paese, so solo che domani arriverò a Marrakech, e tutto questo mi mancherà.
Il potersi fermare ovunque si vuole e quando si vuole.
E qualche mandarino dopo vede una bicicletta con delle borse che arriva dalla mia strada, il sole mi acceca e riconosco le fattezze solo davanti a me, Gilles! È lui, come l’avevo lasciato! E ora si riparte assieme! Ed io sono ancora più contento!

Il paese gli suscitava energia negativa, e voleva sistemare la macchina fotografica, che il giorno prima aveva trovato con una parte all’interno che si muoveva, cosi Marrakech diventa il nuovo obbiettivo comune! Guida una Surly, fissa del 26, molto comoda, la sella Brooks ormai ha preso una forma, che anche per il mio sedere, è davvero una goduria. Il portapacchi è parte integrante del telaio. Le ruote più larghe e il peso delle borse in più, lo rallentavano un po’, però era sempre dietro. Cosi alla stessa velocità e una bella scia, arriviamo dopo quasi 120 km ad un paese cui non ricordo il nome, 20 km prima di Tazart. Sempre nella penombra. Qui il francese non si parla tanto, e cosi anche il mio socio fa fatica a capire. Sembrerebbe che non ci siano posti per dormire.

Poi due ragazzi ci consigliano di andare al commissariato e a me sembra una grande idea. Un bel posto dove dormire. Ormai nel buio ci dirigiamo li, e ufficiali strani a parte, ci sono tanti strani ceffi. Gilles spiega la situazione al più graduato, ma sembra che non ci sia nemmeno un posticino fuori per montare le tende. Propongo di dormire in cella, che era ancora vuota, ma solo qualche risa. Ed ecco che però sempre l’uomo con cui discuteva, alza il telefono e compone un numero. Qualcosa si muove. Di lì a poco, due di alcuni ceffi più giovani, ci portano loro in motorino, noi in bici, alla scuola/laboratorio di agraria del paesino stesso. Li ci accoglie Mustafà, che però fa solo il custode, è il preside a decidere. Così quando lo vediamo arrivare da lontano, nel buio con una candela in mano, siamo preoccupati, ma con Mustafà al nostro fianco, fiduciosi! Infatti prima ci fanno piazzare sotto una tettoia, e poi aprono una stanza e ci permettono di dormire lì. Poi Ci offrono del the e del pane con olio e noi contribuiamo con quel tanto che abbiamo. Ne esce una gran bella inaspettata serata.

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L’ultimo giorno di viaggio è il più semplice di tutti. Sono solo 60 i km da fare, è la strada è come quella del giorno prima, dritta e veloce. Talmente dritta che ad un certo punto un piccolo aeroplano sbuca sulla strada davanti a noi. Quel che succede poi ha del comico ed inverosimile. Dopo aver atteso l’arrivo di un motorino, che vedendosi un aeroplano davanti a sé, chissà cosa avrà pensato, e poi motori al massimo, e via sulla strada davanti a noi utilizzata come pista di lancio. Entrambi a bocca aperta ci godiamo il momento in cui il piccolo aeroplano si stacca da terra e non semplicemente prende il volo. Viva il Marocco, e quei posti che ti fanno ancora vedere cose bizzarre come questa.

La strada da tranquilla e paciosa, pian piano si trasforma nella solita doppia corsia trafficata, in cui pero la testa è facilmente distraibile dalle tante situazioni che ti passano affianco. Quando ad un semaforo, vedo il primo calesse con i primi turisti, capisco che ci siamo, e dopo qualche svolta da una parte e poi dall’altra, arriviamo a Jãmaa el-Fnã, la celeberrima piazza dove si trova il mercato più grosso dell intera Africa. Ed è proprio come uno se lo aspetta. Odori, colori, suoni, sguardi. Uno non fa in tempo a realizzare una cosa, che te ne appare subito un’altra. Siamo frastornati da tanta confusione. Infatti scendiamo dalle bici, e cerchiamo di prendere consapevolezza della cosa. Ci mettiamo un po’. I pifferi, le scimmiette e i cobra che ondulano, sono dappertutto, ed è facile distrarsi un attimo e calpestarne uno, mentre l’ennesimo mercante prova a venderti qualcosa. Puntiamo subito il nostro ostello, che ci accoglierà per le 3 notti a seguire. Qui ho imparato nonostante l’età e l’esperienza, l’importanza dei tappi per le orecchie.

Cosi dopo più di dieci giorni, arrivo a Marrakech. Ed è molto diversa anche dalle altre città incrociate fin ora. Qui tutto è un po’ più permesso. Penso che nel corso degli anni sia cresciuta adattandosi al turismo e alle sue esigenze. E se molte barriere che in altri luoghi erano evidenti, qui scompaiono, e anche gli abitanti di Marrakech sembrano essere più libertini e forse, meno imposti. E per più di dieci giorni di viaggio, capisco che preferivo tutti quegli altri luoghi, dove il turismo non avevano cambiato le persone.
Non mi era mai capitato di vedere l’ostello come un oasi di pace, e di non vedere l’ora di tornarci.

Solo le 7 del mattina e quando stringo Gilles, è perché ci stiamo salutando davvero. Assieme passiamo anche i giorni in città, girandocela a piedi ed in bici, dandoci sempre una mano a vicenda. Anche lui colmo del caos, sta per ripartire, lungo una bellissima salita verso Ouazzarzate, in cima alle Atlas. E poi chissà.
Io invece, con la mia bici impacchetta a tracolla ricca di doni, verso un taxi per un ultima contrattazione in direzione aeroporto. Il volo con scalo a Lisbona mi permette di conoscere la città, il Barrio Alto e di recuperare in una notte, l’alcol non bevuto in queste due settimane marocchine. Delle gentilissime ragazze italiane, mi danno un letto dove chiudere gli occhi qualche ora, e già un bel po prima che albeggi cammino verso l’aeroporto un po’ ciondolante.
E ripenso a quanto sono stato bene e a quanto è stato bello, nella sua semplicità e spontaneità, perché una volta che hai una bici e voglia di pedalare, penso non ci sia cosa più facile che organizzare un viaggio in bicicletta…

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