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Da Orta ad Orta ovvero “il ciclista propone e la bici dispone”

Diari • di 26 giugno 2017

Dopo aver assaporato il lago Ceresio, il Lario, il Viverone e in attesa del Sebino, mi cimento con il Cusio. Come al solito mi documento sulle strade e sulle possibilità di visite extra ciclistiche, stampo la cartina del tracciato che vorrei fare e parto alla volta del Lido di Gozzano da dove ho deciso di iniziare questo percorso che, mi piace pensare, comprende anche l’ascesa al Mottarone (1492 metri sul mare, numero che rimanda a conquiste ben più importanti dell’eventuale raggiungimento della vetta da parte del sottoscritto).

Dal Lido di Gozzano dirigo la forcella verso Orta San Giulio. La strada comunale risale per circa 800 metri fino ad incrociare la SP 229, da qui, in discesa per fortuna, scorro tra muri a destra e muri a sinistra, non c’è spazio di fuga oltre la riga bianca che delimita la carreggiata e i mezzi pesanti mi fanno il pelo, sono circa 5 chilometri di fastidio e sospetto continuo. Il lago si intravede appena e mancano gli spazi dove fermarsi per una foto.

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Quando arrivo alla rotonda che, a sinistra, conduce alla penisola di Orta tiro un sospiro di sollievo e vengo accolto da questo bizzarro edificio che altro non è che un Hotel di prestigio di notevole fama.
Appena superato l’Hotel vi è la possibilità, tramite una breve salita, di raggiungere il Sacro Monte d’Orta (patrimonio dell’Umanità). Preferisco non considerare la variante e proseguo, come da programma, alla volta di Orta.
E’ un bel borgo di antichissime origini che ancora oggi si mostrano a noi; le stradine strette, acciottolate e spesso con gradini sono precluse alle auto e questo aggiunge un fascino ulteriore.

E’ ovvio che gli scarpini da ciclista non sono le calzature più adatte al passeggio ma, visto che mi ero informato precedentemente, con un paio di copritacchette si può ovviare al problema e rendere possibile un minimo di visita che non è per nulla banale.
La vista sull’isola di San Giulio, da sola, vale la passeggiata, ma non basta, anche la piazza principale è degna di nota e poi è impagabile perdersi nei vicoli e nelle stradine, senza meta ma con tutti i sensi attivati.

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Mentre esco da Orta lancio un ultimo sguardo agli antichi tetti in ardesia.

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Lasciata la “capitale” del lago più romantico d’Italia (così è definito il Lago d’Orta dalle guide turistiche) mi dirigo verso il Mottarone, ritorno alla rotonda con L’Hotel già fotografato e senza indugio, grazie alla freccia che indica la meta, inizio la salita.

Poche centinaia di metri e svolto a sinistra seguendo sempre le indicazioni stradali per Mottarone, ancora non ho usato la cartina che mi ero preparato. Raggiungo un altro incrocio, leggermente in salita, e la mia presunzione mi suggerisce di non guardare la cartina ma di seguire l’istinto, praticamente non seguo le indicazioni stradali per la vetta ma scioccamente vado verso Stresa.

Quando arrivo a Sovazza mi fermo a controllare la cartina…ORRORE!!! L’ho dimenticata nell’auto. Ma il nome del paese e anche quello indicato nel cartello (Gignese), insieme a Stresa, mi suonano corretti e conosciuti, quindi proseguo felice e spensierato.

Per arrivare a Gignese ci sono sei chilometri di salita non eccessivamente difficile, ogni tanto qualche contropendenza permette di rifiatare.
Non c’è nessuno, sono immerso nel verde di alberi e prati, l’unica compagnia è il torrente che scorre a fianco della strada, anche quando non è vicino lo sento mormorare: “dai che ce la fai, dai che ce la fai…”

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Gignese è un piccolo paese dedito al turismo ed è tenuto benissimo, le case private con i loro giardini ed il verde pubblico sono curatissimi ed invitano a soggiornare.
Lascio alle mie spalle un altro cartello che indica la direzione per Mottarone e poi…mi sorge un dubbio: “forse questa è la strada che avrei dovuto fare una volta sceso dalla montagna”. La conferma mi è data da un semaforo che praticamente segna l’inizio/fine della strada, a pagamento, che porta e torna dalla vetta.
Rapido cambio di programma, ciò che avevo previsto in discesa lo faccio in salita; detto fatto inizio l’erta.

Dopo 7/800 metri di durissima salita (val la pena ricordare che sono sempre sensazioni soggettive), sempre attorno al 14/15% e senza apparente voglia di scemare, ecco che
effettuo un altro rapidissimo cambio di programma, approfitto di un passo carraio e giro la bici tornando da dove ero venuto.

Ripercorro, al contrario, tutta la strada fino ad Armeno da dove, se avessi avuto la mia cartina al seguito e sopratutto non avessi peccato di presunzione, avrei dovuto salire verso il Mottarone.
Questa variazione di programma mi consente di visitare la parrocchiale di Santa Maria Assunta risalente al XII secolo, l’interno è tipicamente romanico e presenta interessanti affreschi sui poderosi pilastri.

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Quando ci si scotta con l’acqua calda poi si ha paura anche di quella fredda, quindi per non sbagliare ulteriormente seguo attentamente i cartelli che mi indicano il Mottarone.

Credendo, ma sopratutto sperando, che da questo versante l’ascesa sia migliore ci do dentro; anche questa volta il ciclista propone ma la salitona e il tempo (inteso come ere geologiche che ho sulle spalle) dispongono diversamente; altro cambio di programma:
“ho deciso! Vado verso Omegna e poi percorro tutto il lago fino al Lido di Gozzano; chi se frega del Mottarone, tanto non c’è neanche la neve”.
Mentre formulo questa decisione chissà perché mi viene in mente il paragone con una volpe protagonista di una famosissima fiaba di Esopo.
Ritorno, ancora, sui miei passi, ripasso dal centro di Armeno e mi rifocillo d’acqua freschissima a questa fontana; adesso devo seguire per Omegna ed è, guarda caso, tutta
discesa, mi permetto quindi una piccola sosta per foto-immortalarmi.

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Arrivare ad Omegna è un affare da meno di 10 chilometri, non sono più l’unico umano sulla strada, un poco di traffico lo trovo pur restando, per fortuna, nella norma.
Anche Omegna è completamente vocata al turismo, in giro si vedono auto con targhe tedesche, svizzere e anche molte francesi.
Ben vengano i turisti che qui sono coccolati, viziati e indotti a ritornare.

Percorro il lungo lago e scatto una foto.

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Dopo Omegna la strada sale e si posiziona alta sul lago; su questa sponda occidentale i paesini che si bagnano nel lago vengono raggiunti da stradelle che poi, difficilmente, proseguono lambendo lo specchio d’acqua e così costringono il ritorno con lo stesso tragitto.

Stando alti sull’acqua i panorami accrescono il fascino del lago e cado in tentazione: scatto ancora una foto!

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Mentre pedalo verso la fine del giro mi cade l’occhio, meglio dire: alzo l’occhio, verso uno sperone roccioso in cima al quale si intravede un campanile, la cosa mi incuriosisce ma non trovo indicazioni in loco, così la curiosità svanisce ben presto.

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Il desiderio di conoscere viene successivamente riacceso ad una rotonda dove èposizionato questo cartello:

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Mi faccio un veloce esame di coscienza: ho abdicato alla prima salita per il Mottarone, mi sono dato per vinto alla seconda, adesso basta devo, devo, fortissimamente devo salire al Santuario.
Inizio timoroso poi vedo un “collega” che mi precede di poco e questo mi stimola la competitività, lo raggiungo; si ferma ad un bivio, approfitto della sua sosta per effettuare anche la mia ed in perfetto stile vecchia barzelletta gli chiedo: “ scusa ma per la Madonna dove si va?”.
Vista la strada e il bivio la domanda è legittima.

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Decidiamo di andare a sinistra. Saprò poi che le due strade si ricongiungono al Santuario; quella presa da noi è poco meno di 3 chilometri, l’altra poco più di 4.
Il cartello non mentiva, la vista è impagabile (foto dalla rete).

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Il tempo di qualche foto, quattro chiacchiere con il “collega” e poi giù verso la costa.
Pensare che solo cinque minuti prima ero la!!! (foto dalla rete).

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Pochi chilometri ancora e poi ritrovo il Lido di Gozzano, l’auto e la cartina!!!
Sono le 14,00 del 16 maggio 2017 e i chilometri, tra andare e tornare, sono 82, tutto bene…

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