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Viaggio invernale a sud

Diari • di 5 luglio 2017

Reduci da un’estate sonnacchiosa rispetto ai grandi viaggi, escludendo una due giorni assieme sul Gran Sasso e una solitaria nel Chietino del professor Lino, i nostri eroi trapassarono in autunno con incerto stato d’animo.
Il capitano Andrea se ne tornò in quel di Casterno a diffondere il verbo musicale ai fanciulli, mentre l’altro se ne rimase a Teramo a diffondere solo il verbo, grammatica di base per italici inconsapevoli. Ma fu il capitano, nelle lunghe sere nebbiose del Ticino, ad ipotizzare una riscossa. Decise infatti, complice la solitudine e gli eccessi dello “Strega”, di chiedere esplicitamente al Concistoro dei Savi della bici il placet per quella che sarebbe diventata la prima avventura invernale.

L’autorizzazione pervenne da Anversa in una radiosa mattinata decembrina, una busta con sigillo di ceralacca e carta pergamenata che venne solennemente aperta dal Capitano alla presenza felina e attonita di Sasha e Babuska. Commosso da simile opportunità, lo stesso telegrafò immediatamente a Teramo esultando per i corridoi invernali che si sarebbero presto spalancati. Insieme i due decisero la data del 27 dicembre per la partenza, consapevoli come erano che solo in tal modo avrebbero potuto smaltire gli incubi familiari del Santo Natale.

Invernale a sud

Alla memoria di J. H. Page Cimitero Canadese di Ortona.

Eccitarsi per una nuova partenza, sentire in qualche recesso della mente che quanto si sta per compiere possiede una carica di sofferta umanità. Quell’intrigo senza fine che chiamiamo vita, sembra volersi sciogliere, annullare al primo attacco sui pedali. Ci si allontana sorridenti, il sole, l’aria pungente ti accompagnano, il vento ti sferza il viso e rallenta all’infinito il tuo faticoso procedere. Sentirsi partecipi, procedere insieme agli elementi e con essi confrontarsi ad ogni pedalata. Raggiungere la costa, cambiare la direzione di marcia, spingersi verso un sud che sa di Mediterraneo, di pesca, di fatica della terra, di lacrime e sudore.
Gioire per una ciclabile che percorre una pineta con la vista sul mare, incrociare uno sguardo, cogliere gli uomini, come in un istantanea, continuamente indaffarati sul senso, su cosa fare, cosa dire, cosa rispondere al domani, cosa negare all’oggi.

Attraversare paesi d’inverno, vuoti, silenziosi, e provare un senso di tristezza, con il freddo che ti penetra nelle ossa, e non concede tregua, che ti sfida a proseguire, se hai il coraggio di proseguire.
Osservare il mare alla tua sinistra, seguirne l’evoluzione che il vento gli impone, sentirlo un amico a tratti caloroso e poco oltre un nemico minaccioso o indifferente. Inoltrarsi tra le pieghe del sud, seguirne un percorso, scivolarci dentro e avvertirne la protezione oppure l’estrema ruvidezza.

Con il trascorrere delle ore cominciare a provare la stanchezza, desiderare fermarsi, un posto caldo, vita, acqua bollente sul corpo. Scendere dalla bici, bere una birra, parlare con quella bella ragazza del bar, magari desiderare le sue attenzioni, avvertire come una socievolezza nuova, una voglia di vita sempre nascosta ma che il movimento ti aiuta ad estrarre da te stesso, come argento da una miniera. – Ehi capitano, perché non ti metti lì, dietro a Gaspare ma davanti a Baldassarre? Ecco proprio li!

Scattare una foto demenziale con Andrea che sembra Fantomas in un diabolico adattamento epifanico.
E ridere di gusto, sapendo bene che quella vena di comica follia è il prezzo da pagare alle ferite della vita, che quella vena di follia, ora ti innalza nella sua grandiosa solitudine, e ti sospinge verso le seduzioni dell’arte, ora ti sommerge con il suo carico di inadeguata inconsistenza. Ma sai pure che quei brandelli di genio sono il risultato di un’anima fatta a pezzi dalla vita, che niente ripaga niente, e che alla fine della strada, alla fine di un’altra storia da raccontare, alla fine, alla fine, c’è solo la fine, la deposizione.
Tornare al viaggio, alla contingenza di una strada da percorrere, attraversare il Molise e non capirne il volto, se non la nettezza di un murales o la gentilezza di una donna che ti indica la via aggiungendo poi che le macchine non si fanno scrupoli, nel loro procedere, di due poveri cicloturisti.

Continuare a scendere a Sud, esultare per l’insegna del Gargano, entrare nella laguna e di lì a poco fare irruzione a Lesina, porta d’ingresso di un regno tutto da scoprire.
Il B&B è fantastico, caldo, ma le due chitarre troppo trascurate per poter cantare.
Nonna Lina è una gran zoccola, promette amplessi impossibili e chiede sempre denaro. A Lesina si appendono ombrelli, aquiloni e stendardi natalizi, e noi li guardiamo dal basso agitarsi nel vento. – Capitano, che vento! –
Attraversare il Gargano con un vento costante, appena sostenibile, rallentare ancora la
visione delle cose, costeggiare camping deserti, cogliere arance, incrociare il volto duro di un bracciante, sperare che la meta giunga, prima o poi, arrivare a Torre Mileto e rifugiarsi in un bar. Osservare il mare e all’orizzonte scorgere il profilo delle Tremiti battute dai venti mentre una mucca in libertà aggiunge un tono surrealfolk al tutto.

Seconda tappa, Rodi Garganico, niente pausa, solo una foto, Peschici è a 13 kilometri. Apparirà al professor Lino, dietro una curva, mentre il suo Mp3 suona un brano di Endless River dei Pink Floyd. Peschici, la bianca, quella che ad ogni primavera, si riveste di nuovo splendore. Trovare il primo bar aperto, scannucciarsi un punch e fumarsi un sigaro mentre la giovane e sensuale fanciulla con le tette grandi e i jeans provocanti immortala la scena prestandosi al rituale di una foto inutile eppure viva testimone del nostro arrivo.
Trovare un’ altra stanza fredda da riscaldare mentre l’ennesima doccia concede tregua al grande freddo che è dentro. Trascorrere una bella serata con pesce, vino rosso e rhum, allietati da un focolare acceso intorno a cui discorrere con l’umanità presente, avvertire un senso di pace, una pace su cui ricostruire sempre una nuova speranza.

Corale

– Peschici è dama vestita di bianco e oggi ha la gonne mosse dal vento –
– La Puglia è una meraviglia assoluta, una grande matrona che fuma sigari e sparge ceneri –

Affrontare una nuova Odissea l’indomani, un viaggio di ritorno in treno, lento, stancante, macchinoso, cambi, attese, volti, una giornata intera. Ed osservare le bici appese al gancio oscillare mute come la lira di Quasimodo, e intanto guardare il mondo là fuori che regala distese di mare e poi lunghe teorie di ulivi. Oscillare come le bici, come le lire, come le chitarre appese e mai più suonate, come le scarpe da calcio attaccate al chiodo, combattuti tra la gioia, l’orgoglio e la nuova amarezza per una speranza di vita che è sempre e solo nostalgia.

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