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Iran sud-occidentale in bici, tra deserto e mare

Asia, Itinerari • di

Casualmente arriviamo a Shiraz durante i giorni culmine di una celebrazione religiosa islamica che commemora la morte dell’Imam Husayn, amato da tutto il popolo.
La città è addobbata con striscioni neri e verdi, bandiere nere e la maggior parte della gente veste in nero. Per le strade si svolgono processioni in cui tamburi e altri strumenti danno il ritmo a file di uomini che procedono autoflagellandosi le spalle con catene metalliche (all’apparenza innocue). Viene distribuito cibo gratuitamente e la sera i fedeli si raccolgono in strutture allestite appositamente per piangere la morte del loro idolo.
Visitiamo la città incuriositi da questi rituali. Il dispiegamento delle forze di polizia e il fortissimo attaccamento legato a questa celebrazione, però, più che affascinati ci lasciano perplessi.

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Tale commemorazione raggiunge il suo apice nei giorni del Tashu’a (nono giorno del mese lunare di Muharram) e della Ashura (decimo), quando tutte le attività chiudono e la città attende silenziosa le processioni serali. Ci mettiamo in marcia proprio nel giorno del Tashu’a. Siamo diretti verso il golfo persico, più precisamente verso Bandar Abbas, da cui prenderemo un traghetto per Dubai.

Mappa

Altimetria

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Traccia gps | Mappa kml

Ci muoviamo in direzione della cittadina di Servestan, seguendo la trafficata via n. 86. Questa costeggia per diversi chilometri il letto di un lago che, al tempo del nostro passaggio, è completamente secco, ma regala uno scenario particolarissimo circondato dalle montagne. La strada è a quattro corsie e un po’ noiosa perché procede praticamente rettilinea per oltre 80 km senza dislivelli rilevanti. Nota positiva della giornata è il pranzo che ci viene offerto, in onore dell’imam Husayn, lungo la strada. Scatole di polistirolo contenenti riso con fagiolini e salsa di pomodoro vengono distribuite copiosamente a tutti i passanti. Addirittura, quando tutti i presenti sono sfamati, vengono fermate le auto in corsa e stipate di scatole.

Arrivati a Sarvestan siamo immediatamente invitati da una famiglia a trascorrere la notte nella loro casa e a partecipare alla cena di famiglia (con circa 400 persone) a casa della zia. Si mangia separatamente, prima gli uomini e poi le donne ed i bambini. A seguire tutti in strada per assistere alla processione e simbolica autoflagellazione, insieme a ciascuno dei 20000 abitanti del villaggio. Ci assicurano che possiamo fare fotografie, ma non è così e ci infiliamo in quello che sembra un guaio. Un poliziotto in borghese si altera per la nostra presenza, i nostri ospiti ci spingono dentro al cancello di casa dicendoci di restare lì e intanto sentiamo discussioni e grida all’esterno. Usciamo portando i passaporti, nel tentativo di calmare la situazione, ma questi ci vengono portati via per 20 lunghi minuti di panico, apparentemente per farne fotocopie. Quando ce li vediamo restituire tutto sembra essersi chiarito, ma noi corriamo a letto e la mattina successiva lasciamo Sarvestan prestissimo, con un ricordo poco piacevole. 5 km fuori dal paese prendiamo la svolta per Jahrom, sulla destra, e ci avventuriamo lungo una strada completamente deserta che attraversa infinite distese aride.

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Dopo una bella discesa (ai margini della quale ci sorprendono della rigogliose piantagioni di palme) ci immettiamo nella strada n. 67, dove le poche macchine che passano si fermano per regalarci limoni, mele e dolcetti. La scarsa pendenza della giornata ci consente di arrivare a Jahrom, a 110 km di distanza, entro la mattinata, ma siamo esausti a causa delle temperature, che, procedendo verso sud, ritornano altissime. Jahrom è una cittadina vivace di circa 100000 abitanti. La mattina successiva esploriamo il centro alla ricerca di un caffè espresso, camere d’aria e cambia valute e ci ritroviamo così a partire alle 10:30 sotto un sole spietato. Abbiamo deciso di pedalare fino a pomeriggio e poi, dovunque siamo, chiedere un passaggio per Lar, dove una famiglia amica di persone conosciute in Iran ci attende come fossimo vecchi amici. Pedaliamo in leggera salita per una trentina di chilometri, fino a raggiungere i 1600 m con 1100 m di dislivello positivo e poi una discesa e un tunnel perfettamente illuminato ci portano fino al villaggio di Juyom, a circa 80 km dalla partenza.

Sul percorso abbiamo trovato solo un punto per rifornirsi di acqua e cibo, oltre la metà. A Juyom fermiamo un camioncino scarico che va nella nostra direzione e ci carichiamo bici e borse. Il camionista dice di avere un secondo lavoro, nella squadra antinarcotica, ma più tardi comincia a mettersi in bocca dei pezzi di scottex riempiti di erba sminuzzata, a fare strani versi e cantare con toni acuti. Decidiamo che preferiamo scendere e continuare sulla bicicletta. Siamo a circa 15 km da Lar e la notte avanza veloce nonostante siano appena le 5 di pomeriggio, quindi spingiamo sui pedali e accendiamo le luci. Il traffico è scarso. Prendiamo per la new town e ci lasciamo indietro, sulla sinistra, la fortezza illuminata in cima ad uno scenografico promontorio. La famiglia che ci ospita ha invitato amici e parenti per la cena in nostra compagnia e soprattutto ha preparato un banchetto ricchissimo che ci ripaga di tutte le fatiche della giornata.
Dopo Lar prendiamo la via n. 94 che si infila spietata nel deserto del sud dell’Iran. Il profilo è pianeggiante, quindi procediamo spediti, ma le aree di servizio sono rarissime e ancora di più i villaggi.

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Abbiamo una grossa scorta d’acqua e cibo e per pranzo ci fermiamo vicino ad Hormood, dopo 80 km. Dobbiamo piantare la tenda in un’ombra perché altrimenti le mosche ci tormentano. Ripartiamo attorno alle 14 e pedaliamo ancora per una ventina di chilometri fino al piccolissimo villaggio di Sar Tang, dove avevamo pianificato di passare la notte. Qui invece mancano market e ristoranti, quindi decidiamo ancora una volta di chiedere un passaggio, per Bandar-e Khamir, una città di mare a circa 100 km di distanza. La famiglia che ci carica è però diretta a Bandar-e Pol, il piccolo porto da cui si imbarcheranno per tornare all’isola di Qeshm, dove abitano. Dopo 5 minuti di chiacchiere – la figlia quattordicenne parla un buon inglese – ci convincono ad andare con loro sull’isola con la prospettiva di spiagge chiare e acqua limpida. Senza pagare il biglietto (solo le auto pagano il pedaggio) facciamo la traversata di 15 minuti che va da Bandar-e Pol al porto di Laft, sull’isola di Qeshm.

Sono le 18:30 ma sembra notte fonda, quindi non possiamo apprezzare nulla del panorama. Il clima, invece, ci sconvolge: l’aria è bollente e umidissima e siamo completamente bagnati di sudore. Le nostre guide ci accompagnano ad un hotel economico vicino al porto e poi partono per Qeshm City, dove abitano.
Al risveglio il caldo è ancora più insopportabile, ma siamo curiosi di esplorare l’isola e pedaliamo verso la particolarissima cittadina di Laft. Il paesaggio attorno a noi è veramente desertico ora, con le dune di sabbia ai margini della strada.

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Alla vista del mare ci convinciamo che il cambio di programma è stato un bellissimo azzardo: l’acqua è azzurra e non ci sono turisti o bagnanti. Laft è famosa per un particolare elemento architettonico, la torre del vento che corona la maggior parte degli edifici della città e che serve per la regolazione passiva del clima all’interno delle abitazioni. Dopo aver fatto un giro per i suoi vicoletti e intravisto qualche donna in abiti tradizionali (chador colorati e maschere sul viso che indossano solo dopo il matrimonio), partiamo in direzione di Dargahan, che si trova a 40 km.

Il caldo è davvero soffocante e quelle poche volte in cui troviamo un albero ci ripariamo sotto la sua ombra a bere. Dargahan è più moderna e turistica di Laft, con un lungomare che potrebbe vagamente ricordare una situazione all’italiana. Dopo il pranzo ci restano da pedalare 20 km per la città di Qeshm, al margine orientale dell’isola, su una grossa strada a quattro corsie. Qua ci accolgono grandissimi centri commerciali e un gran numero di hotel. Nel complesso la città ha un aspetto più occidentale rispetto a tutto l’Iran attraversato, probabilmente perché è un porto franco con scambi commerciali internazionali. Dopo tanti e sudati giorni di monti e deserto non vediamo l’ora di spendere una giornata nelle spiagge dell’isola. Scegliamo Golden Beach, una decina di chilometri a sud-ovest rispetto alla città.

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Qui Chiara deve comunque rispettare le regole iraniane in merito all’abbigliamento femminile, indossando pantaloni e maniche lunghe e velo. Visitiamo la fortezza portoghese e poi ci imbarchiamo in direzione di Bandar Abbas. Questa volta il biglietto costa 125000 rial, poco più di 3 €, a testa e la traversata dura 45 minuti. Le corse sono frequentissime al terminal passeggeri. Le biciclette però non devono essere frequenti: all’interno non c’è spazio. Smontiamo le borse, sistemiamo tutto all’esterno (a prua) della piccola imbarcazione e incrociamo le dita. Sbarchiamo al porto di Shahid Haqqani, nel centro di Bandar Abbas e visitiamo i viali centrali della città. La popolazione è in prevalenza bandara (o araba) con fisionomia, carnagione e abiti molto diversi da quelli persiani. Dal punto di vista religioso si differenziano dai vicini in quanto sunniti, che non celebrano i giorni di Ashura e Tashu’a. Alle 17 ci spostiamo verso sud-ovest per 12 km, fino al Bahonar Port, dove prendiamo il traghetto delle 21:00 per Dubai. Il biglietto costa caro: 75 € a persona, la traversata dura tutta la notte.
Lasciamo l’Iran divisi tra il dispiacere di salutare un popolo stupendo ed estremamente ospitale e il sollievo di abbandonare un paese complesso, ancora lontano dalla democrazia, che spesso ci ha fatto sentire ingabbiati.

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