Italia, mafia, good! Storie da Patrasso

5 Gennaio 2010

PatrassoA Patrasso, mentre cerco un posto per dormire è già buio. Per strada incontro tre ragazzi africani che vedono dalla bandiera sulla bicicletta che sono italiano. Mi fermo per scambiare due chiacchiere. L’unico che parla inglese è Mohazil, del Sudan. Gli altri due, Mohammed e Hassan sono algerini. Sono venuti qui dopo un lungo viaggio dall’Africa attraverso la Tunisia, la Turchia e poi a piedi fino in Grecia. Sono qui da quattro mesi e aspettano di poter andare in Italia in qualche modo. Ci hanno già provato diverse volte ma non avendo i documenti necessari sono stati rimandati indietro. Si offrono di ospitarmi, all’inizio sono un po’ titubante ma alla fine accetto, mi sembrano a posto.

Vivono nascosti con altri algerini, qualche marocchino e un rumeno, Romanos, e ripetono continuamente di considerarsi come fratelli. Sono divisi in due case se così si possono definire, due vecchi edifici al pian terreno nella periferia di Patrasso, che raggiungiamo a piedi. Non ci sono elettricità né acqua calda, solo un paio di fornelletti da campeggio e molte candele. Mohazil mi dice di non fare rumore perché nessuno sa che vivono lì, poi mi fa accomodare e cerca di farmi sentire a mio agio. Sistemo la bici in una sala e le borse le tengo con me nell’altra, che divido con Romanos. In meno di mezz’ora entrano ed escono almeno una quindicina di persone, tutti clandestini tra i venti e i trent’anni,tutti nordafricani tranne uno che come Romanos è dell’est Europa. Anche loro conoscono un po’ di arabo.

Mi ritrovo a parlare con tutti, anzi a gesticolare e Mohazil traduce i nostri discorsi. Tutti e dico tutti sono qui per raggiungere l’Italia, che vedono come la terra promessa, un sogno come dicono loro stessi. Parlano male della Grecia e dei greci,dicono che sono razzisti e che dopo mesi che sono qui nessuno o quasi gli rivolge parola, che li considerano come animali.

Per Hassan l’Italia è un chiodo fisso, non fa altro che ripetere “Italia, good, Italia!“. Poi intona un quasi perfetto “lasciatemi cantare, con la chitara in mano!“. Ha un fratello che vive a Melo (Milano) da ventidue anni. Durante la sera lo chiama dal telefonino e mi ci fa anche parlare, ci scambiamo gli auguri di buon anno e ci salutiamo. Poi torna ad attaccare un bottone sulle meraviglie del nostro paese tra le quali ci sarebbero lo stadio San Siro dove poter tifare Inter Milan e il più tipico dei nostri prodotti: mafia! “Italia, mafia, good!“. Insomma in Italia tutto è “good“, pure la mafia. Dice, sempre gesticolando, che i mafiosi russi non hanno un bell’aspetto mentre quelli italiani portano l’orecchino, hanno un bel viso sbarbato e dei capelli laccati pettinati all’indietro. Oppure che i mafiosi francesi sono poco pratici, quando hanno a che fare con qualcuno si perdono in chiacchiere. Gli italiani invece: “bum bum” e mima due colpi di pistola dopo i quali si alza il colletto proprio come farebbe il gangster di qualche film. Insomma, noi si che ci sappiamo fare.

Lo ascolto allibito. Poi provo a spezzare una lancia in nostro sfavore, dico che il razzismo esiste anche da noi, serpeggia tra i settentrionali verso i meridionali, figuriamoci verso gli stranieri, neri e per di più clandestini. Ma le mie parole non sembrano avere molto effetto e nonostante ciò il tormentone “Italia, good ,Italia!” continua incalzante, ora quasi fastidioso.

Mohammed insiste nel parlarmi in arabo quando sa bene che non capisco una parola, anche se alla fine una la imparo: “shue shue“, o per lo meno così si pronuncia e vuol dire piano piano. Romanos ha il naso storto e livido, forse a causa di un cazzotto. Anche lui ha un fratello e la madre in Italia, a Rimini. Dice che essendo comunitario per lui non sarebbe un problema raggiungerli ma comunque dopo diciotto mesi in Grecia è ancora qui. Un altro ragazzo algerino è l’unico che indossa sul capo una kefiah. Afferma scherzando di appartenere ad Al Qaeda.

Mohazil sembra in gamba, ha vissuto dieci anni in Ucraina per studiare ospitato da una famiglia. Ora parla inglese e russo. Tre volte ha provato invano ad infilarsi in una nave per l’Italia, un’altra volta è andato al confine tra Grecia e Albania e dopo cento chilometri a piedi tra le montagne è stato scoperto dalla polizia di frontiera e rimandato indietro. Lui crede che in Italia possa avere una chance per realizzarsi ed è convinto che prima o poi ce la farà. Mi chiede informazioni su come ottenere il permesso di soggiorno una volta arrivato. Poi addirittura mi chiede se personalmente conosco un modo per farlo scappare, se conosco qualcuno che dietro pagamento sia disposto a fargli da autista e portarlo in Italia illegalmente. Follie.

A leggende metropolitane del tipo: “ma è vero che voi potete avere le pistole?” si alternano questioni surreali come: “ho conosciuto una ragazza italiana su internet che mi ha dato il suo numero di telefono, secondo te ci potrà essere qualcosa tra noi?

Per un’oretta beviamo e fumiamo fino a ridere come tonti. Poi comincio ad avere sonno, ho nelle gambe cento chilometri di bicicletta e per non lasciare le borse incustodite non vado nemmeno in bagno. Mohazil mi raccomanda infatti di tenere tutte le cose più importanti con me come soldi e documenti, perché nell’altra sala c’è un gran via vai di gente e non si sa mai. Detto fatto, quando vado a prendere il telefonino nella tasca della bicicletta non c’è più. Non so se dirlo a Mohazil o passarci sopra. Alla fine non dico nulla e faccio finta di niente. Dopo i saluti e la buonanotte mi addormento con Romanos nella camera fredda. Durante la notte mi sveglio continuamente per tenere d’occhio l’orario e le borse.

Alle sette mi alzo, fuori è ancora buio,come quando sono arrivato. Mi sento un po’ infastidito per la storia del telefonino e un po’ sollevato che non sia andata peggio. In casa dormono tutti. Carico le borse sulla bici e comincio a pedalare verso il porto. Shuè Shuè. Piano piano.

Corso correlato

Masterclass: Bike Manager
1.499
Acquista
Lascia un commento

Iscriviti alla nostra newsletter

Ricevi il meglio della settimana via mail.

Iscriviti