La Pancera Gialla. I paparazzi del torpore.

8 Luglio 2013

busmessIl primo commento su questo Tour centenario visto da un divano molto più giovane (e comodo), che è poi anche il primo sul nuovo Bikeitalia, arriva nel giorno di riposo della corsa. Sabato sera si sarebbe potuto dire che arriva a Tour già concluso, in verità, ma della verità non c’è mai da fidarsi, e infatti i Pirenei ci hanno regalato una domenica scoppiettante, seppur col silenziatore, che qualche possibilità ancora la lascia intravedere. Ma andiamo con ordine.

Qui a Milano fa caldissimo, il divanno è tutto appiccicoso e l’unica soluzione è continuare a stappare birrette fresche come non ci fosse un domani, che però poi arriva puntualmente. Il Tour parte dalla Corsica tra cadute e autobus sempre più grandi, fastidiosi, invadenti, che oltre ad incastrare noi umani incastrano pure la corsa e i corridori, quelli che restano in piedi almeno. Ma la corsa parte sotto silenzio, per giorni si parla solo di quella data, il 18 luglio, che non è più il giorno dell’Alpe d’Huez ma diventa il giorno del doping-leak governativo, quello che ci dirà che Pantani, Cipollini, Boardman o A.Merckx prendevano Epo. O forse non loro, ma altri al posto loro. Per chi guarda la corsa cambia poco, aggiunge solo noia. Per i commentatori in vena di nuovo vampirismo è invece una festa, celebrata con enfasi dai giornali di gossip, di cui l’italia è capofila, ovviamente. Invece l’annuncio verrà posticipato, il governo francese dà una sorprendente prova di intelligenza, e la corsa può iniziare ad accelerare.

A svegliarci dal torpore causato dal perbenismo dell’antidoping a posteriori ci hanno pensato in pochi, ad ogni modo: Bakelants e la sua nervosa resistenza, Cavendish e le sue volate da opera d’arte -che sia quando vince o ancor di più quando perde, splendido, da Greipel- e Sagan più con le sue dichiarazioni paleolitiche (“O mi tifate, o state zitti”) che per il coronamento dell’iper-lavoro di squadra.

Ecco, poi si arriva ai Pirenei e, sarà che è giunto il weekend, sarà che almeno la sudorazione diviene più democratica, dentro e fuori il televisore, e suona la sveglia. Prima grazie a Chris Froome, che ad Ax 3 Domaines realizza un’impresa rara nel ciclismo moderno, si prende la maglia (che, in termini di ciclismo globale, passa dal sudafricano Impey al keniano britannico) e mostra per l’ennesima volta quanto si possa andar forte pur pedalando male, malissimo. E’ una storia strana quella di questo keniano, arrivato al ciclismo tardi e male, con una carriera da loser e una crescita stroncata sul più bello da una malattia, la bilharziosi, che nelle sue terre d’origine uccide. Lui che invece ne è uscito, andrà a vincere il Tour, a meno che qualche avversario non si svegli. Così non è stato nella domenica del tappone, entusiasmante per come si è messo prima, soporifero per la mancanza di coraggio da parte di… chiunque nel finale. E Froome, tutto solo, si è tenuto la maglia e ha fatto fuori pure il rivale in casa, il compagno Richie Porte, meglio di quanto Valverde non sia riuscito a fare col connazionale Contador.
Un coitus interruptus per lo spettatore, nella giornata in cui il presidente Hollande faceva la sua comparsata al Tour. Ve lo immaginate Re Giorgio Napolitano al Giro? No di certo; probabilmente nemmeno sa come funzioni una bicicletta. E infatti in questa stessa domenica Re Giorgio stava a Monza, a inaugurare la fiera del cemento, delle autostrade, della speculazione chiamata Expo2015. A rovinargli la festa, in una città spenta dove nemmeno si trovava  un bar dove vedere il Tour, ci hanno pensato proprio dei ciclisti: un gruppo di 70 pedalatori in fuga che con gambe e inventiva hanno seminato persino l’elicottero della polizia irrompendo all’ingresso del cerimoniale. Se qualcuno dei loro colleghi sulle strade di Francia avesse un decimo del loro coraggio racconteremmo un’altra gara. E Re Chris starebbe un po’ meno tranquillo…

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