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La Pancera Gialla. Un divano da pista.

Rubriche e opinioni • di 12 Luglio 2013

hernehillIl Tour si trascina stancamente tra castelli della Loira e rocche in mezzo al mare. Per carità, i posti sono bellissimi, le riprese fantastiche, i commenti dimenticabili, la cucina sicuramente inarrivabile, però resta un po’ quella sensazione di mancanza: where is the race?
Stancamente si procede, sudati e immobili, anche sui divani di tutto il mondo uniti. Chi ha disegnato questa seconda settimana di Tour ci ha fatto uno scherzo, ci ha infilato a sorpresa una settimana di maratona di Geo&Geo, roba da tortura medievale… e se ci si mette pure Bulbarelli che impedisce a Zandegù di cantare, negando quello che sarebbe stato il punto più alto della settimana di gara, be’, comincia a diventare un problema. Tanto vale dimenticarlo, il Tour, prendere coscienza dell’ineluttabilità della maturazione veloce di Marcel Kittel e lasciare la corsa scorrere silenziosamente nel teleschermo, vederla ma non guardarla.
Guardare oltre, oltre la Francia, oltre la Manica di fianco a cui si dipana il fiume di maglie e pedivelle della Grande Boucle. Perchè ci sono storie che vale la pena raccontare, anche se stanno in angoli semi-sconosciuti ai divani delle periferie. Una di queste è la storia del velodromo londinese di Herne Hill, del suo declino e della sua splendida rinascita.

Herne Hill si trova nella periferia sud della capitale inglese, lontano dalla frenesia della city, ha una lunga pista in cemento all’aperto su cui è stata scritta la storia del Ciclismo britannico: qui hanno pedalato il leggendario Reg Harris e l’ultimo eroe Chris Hoy, qui ha mosso i suoi primi passi Sir Bradley Wiggins e ci è passato pure, nei suoi ultimi mesi di vita, il campionissimo Fausto Coppi, un personaggio che -noi non sappiamo nemmeno questo- in Gran Bretagna è stimato come un vero mito, ritenuto uno dei più grandi sportivi di ogni epoca. Dieci anni fa il velodromo si è trovato a un passo dalla demolizione: un affronto al suo valore storico, una follia in un mondo in cui il ciclismo è tornato letteralmente ad esplodere, partendo proprio dalla “rivoluzionaria” Gran Bretagna. Una demolizione che non poteva essere accettata dai ciclisti d’oltremanica, che si sono coalizzati, hanno coinvolto la potente federazione British Cycling e sono riusciti non soltanto a salvare il velodromo, ma a trovare fondi ed energie per rilanciarlo come non mai. Oggi Herne Hill è un vero velodromo popolare, aperto ai ciclisti della città, agli amatori, a sessioni tematiche che vanno dalle giornate dedicate alle donne alla formazione per i ragazzi (e per i bambini è stata addirittura realizzata una pista corta e pianeggiante dedicata all’avviamento all’attività). Sono stati addirittura ripristinati i “Good Friday”, le riunioni dei pistard del venerdì sera che negli anni d’oro del velodromo arrivavano a contare 10.000 spettatori.

Tutto ciò non c’entra nulla col divano e col Tour, ma c’entra con le storie, e con una in particolare, perchè se nel mondo vai parlando di velodromi storici tutti ti risponderanno con un nome solo: il Vigorelli. A Milano la faccenda è andata in maniera molto simile, con un velodromo chiuso da un decennio per l’inettitudine di Comune e Federazione Ciclistica Italiana, con una giunta scellerata che nella sua guerra ai ciclisti ha incluso pure la demolizione della pista e con la sola ostinazione dei ciclisti cittadini capace di mettere i bastoni tra le ruote a questo piano distruttivo. Anche da Herne Hill e dalla British Cycling stessa è giunta questa settimana una lettera con la richiesta di salvare il Vigorelli proprio come Londra ha salvato il suo velodromo. Queste due storie si assomigliano fin troppo nei loro aspetti negativi, trovano punti in comune in quelli resistenziali… resta da capire se anche gli esiti saranno (auspicabilmente) simili: e qui il finale non è da guardare, ma da scrivere.
Intanto nel pomeriggio al Tour ci sarà probabilmente l’ennesima volata, e probabilmente sarà qualcuno che in pista si sarà fatto ossa, occhi e gambe a spuntarla. Magari un inglese. Poi domenica si scala il Monte Ventoso e si inizia a raccontare tutt’altra corsa: quella settimana di gara racchiusa in questi 22 giorni di Tour de France.






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