La Pancera Gialla. Ginocchia che tremano.

24 Luglio 2013

paris

Ci sono certe volte che capita di emozionarsi. La bicicletta è così, fa bestemmiare ma fa anche venire la pelle d’oca. C’è l’emozione delle grandi storie, vissute in sella, a bordo strada o a bordo-televisione, su un caldo divano. C’è l’eccitazione dell’azione futurista, poetica, spesso insensata, dell’uomo all’attacco in sella al suo mezzo contro l’orizzonte. E poi c’è l’ubriachezza, quella che ti stordisce, con la ricchezza dell’immagine e con un fiume di birre, una dietro l’altra, una più calda dell’altra, fino a che le ginocchia tremano… per la pedalata fatta per raggiungerle, per l’affossarsi del divano, per la folla colorata intorno a te.

Questo finale di Tour è stato alcoolico ed emozionante, come spesso lo è stato questo Tour, emozionante come non lo era da qualche anno, al netto delle (brevi) interruzioni pubblicitarie e delle (lunghe) interruzioni logorroiche dello scantinato bulbarelliano.
E’ iniziato con un giovedì strano, in cui la bolgia dell’Alpe d’Huez, vero e proprio stadio del ciclismo su strada, è strabordata da un televisore appeso a un muro: davanti non c’erano divani ma il bike-cafè di Upcycle Milano, con un pubblico composto perlopiù dai giovani corridori del Team Galbiati. Giovani e disinteressati, concentrati più a far casino tra loro che a seguire la corsa, ed è giusto così per la loro età, con buona pace degli splendidi ubriachi che correvano travestiti a bordo strada, incitando tutti, dagli sconosciuti all’eroico vincitore Riblon. Sarà il francese dell’anno, forse… saranno sicuramente una cartolina dal Tour le sue lacrime sul podio, diventato più grande di un sogno. Travolgente.

Dietro di lui, lontano dalle sue lacrime, si consumava la caduta dell’impero di Contador. Una caduta epica e stupida: tatticamente sghemba, povera di gamba e ricca di acido lattico, eppure una caduta da eroe d’altri tempi. Se Froome procedeva in maglia gialla freddo e fiero come un simulacro, Contador perdeva come un uomo, come un fiasco di vino destinato a vincere soltanto grazie a “imprevisti” e “possibilità” dove i mazzi non esistono, su e giù tra le Alpi. Il madrileño scivolava indietro mentre sul tavolo si accumulavano dei piccoli boccali da pochi centilitri di luppolo, inesorabilmente vuoti. E perdeva ancora di più nel sabato di Annecy, dove poche settimane prima oltre 10mila cicloamatori avevano sudato la loro tappa del Tour pedalando. Contador sudava anche di più, mentre là davanti l’indio Quintana andava a dire che forse Froome non è così “padrone” della corsa come viene dipinto, mentre Purito Rodriguez s’arrotolava pedalando un sigaro da fumare verso Parigi.

Poi Parigi. Dove l’emozione è di casa, con la maestosità degli Champs Élysées che sbuca fuori dai recessi della storia e ti travolge. In genere, quando passa il Tour, la Francia si cristallizza in uno sguardo d’amore a bordo strada; a Parigi invece no, quando il Tour arriva a lambire l’Arc de Triomphe la Francia esplode, e capita di vivere quel boato anche a migliaia di km di distanza, ipnotizzati dallo spettacolo di un tramonto che lascia spazio alla luna, tra splendide proiezioni e giochi di luce, con un accenno di cassa dritta che -nel suo accelerare- insegue proprio la pedalata frenetica del kenyano in giallo… senza arrivarci, perchè il frullino di Froome è una ritmica esagerata, è gabber in bicicletta. Chris Froome vince lottando più contro le malelingue che gli avversari, vince aspettando e abbracciando i compagni di squadra, come ad abbracciare una storia strana come la sua, caso più unico che raro in 100 edizioni di Tour. Un secolo festeggiato con orgoglio sugli Champs Élysées, che fa svanire le strade che vediamo fuori dalle nostre finestre. Un Giro d’Italia non finirà mai così: celebrare la bicicletta in Italia è anti-storico, i politici ci chiamerebbero “operazione nostalgia”, gli automobilisti ci insulterebbero perchè le corse chiudono le strade e tolgono i parcheggi, i negozianti sbufferebbero pensando ai potenziali clienti là fuori a sudare a bordo strada, anzichè imprigionati al fresco delle arie condizionate dei loro camerini; forse a sostenerci avremmo soltanto i baristi, come sempre, perchè qualsiasi barista è un sostegno nella vita.

A Parigi, in Francia, tutto questo non accade. Perchè il Tour è il Tour. E il Tour è un’emozione, anche sbronzi sul divano.

(la foto -bellissima- in apertura, è di Iri Greco per Cycle!Magazine)

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