Non bastavano le auto ad ammazzarci?

22 Novembre 2013

La Stampa e Repubblica contro i ciclisti

Io sinceramente comincio a rompermi i coglioni.
Lo so si poteva dire in modo meno brutale, ma mi sono anche rotto i coglioni di essere corretto in una guerra, perché di questo si tratta, che di corretto non ha nulla. Parlo della guerra contro i ciclisti che molti media portano avanti dal giorno in cui abbiamo deciso di alzare la testa per rivendicare il nostro spazio, per pretendere di non venire ammazzati per strada. Richieste legittime e di buon senso, ma che vengono bollate come pretenziose e immorali.

Dopo l’allarme lanciato ieri da Repubblica motori per la crescita incontrollata degli incidenti causati dai ciclisti (ben lo 0,6%!!!), oggi è il turno de La Stampa che, cogliendo al balzo una dichiarazione di Boris Johnson, sindaco di Londra notoriamente pro ciclisti, e quindi super partes, in cui afferma che vieterebbe l’uso di auricolari in bici perché mettono a rischio i ciclisti, isolandoli dal traffico, ha dedicato una mezza pagina, con tanto di infografica sulla mortalità in bici, al grandissimo problema dei ciclisti indisciplinati.

Non bisogna essere sottili esegeti per capire il messaggio: i ciclisti ascoltano la musica – i ciclisti muoiono – è colpa loro.
Chiaramente nessun giornalista si è preso la briga di fare il suo mestiere e di indagare quanti dei ciclisti morti in Italia avessero le cuffie. Avrebbe scoperto che probabilmente non è mai accaduto. Tra l’altro stesso discorso varrebbe anche per chi in auto, già isolato dal contorno, ascolta la radio, ma il problema non li ha sfiorati.

L’unica cosa vera di questo meschino messaggio, neanche troppo sottile, è che i ciclisti muoiono (non che i giornali si sprechino a parlarne quando accade). I ciclisti muoiono e muoiono ammazzati, ma stranamente nessuno parla mai di chi ne è la causa. Forse perché i produttori di quelle auto che sono nella quasi totalità dei casi le responsabili – per mancato rispetto degli attraversamenti pedonali, per l’eccessiva velocità, per un parcheggio in doppia fila, per distrazione – sono i principali inserzionisti dei giornali stessi. Ancora più vero nel caso de La Stampa, giornale di casa Fiat, unica testata in Italia a non aver parlato della campagna #salvaiciclisti alla sua nascita, e che da anni ospita una rubrica che dà voce ai lettori, Specchio dei Tempi, che pubblica quotidianamente interventi contro i ciclisti e solo quelli: potete scriverne quanto volete a favore, non vi leggerete mai.

Il quadro che ne emerge è che tutti odiano i ciclisti, che sono la causa di tutti i mali. Questa non è informazione, è pubblicità e anche ingannevole.
E alla fine le colonne si riempiono di inutili opinionisti che, cavalcando l’onda dello scontento che loro stessi hanno inventato, lamentano l’arroganza dei ciclisti, la nascita di una lobby delle due ruote.

Cosa fareste voi se un vostro sacrosanto diritto, quello di tornare a casa vivi e vegeti la sera, fosse non solo ignorato ma addirittura osteggiato e si cercasse per giunta in ogni modo di affibbiarvi la colpa di essere presi sotto?

C’è di che incazzarsi e tanto. Ma noi continueremo a combattere, civilmente come abbiamo fatto sempre, perché questa, come tante, è una battaglia di civiltà, una battaglia sui diritti e non sarà certo l’ostruzionismo di qualche “giornalista” a fermarla.
Potete contarci.

Pubblicato su Ciclofficina ABC

Commenti

16 Commenti su "Non bastavano le auto ad ammazzarci?"

  1. beppepiras ha detto:

    Jeby,
    la guerra sporca non l’abbiamo iniziata noi. abbiamo chiesto, gentilmente, ma fermamente, il nostro spazio e i nostri diritti.
    la risposta è stata, leggendo fra le righe e neanche troppo,: che cazzo volete, se crepate è colpa vostra, avete solo da andare sulle ciclabili o starvene comodamente in auto come tutti gli altri, o a casa, che è anche meglio.
    io non sono cattolico, neanche un po’, il porgi l’altra guancia lo ritengo una boiata colossale.
    se mi attacchi mi difendo, a parole e riprendendomi quello spazio in strada, che di diritto mi appartiene, e siccome il culo, ogni giorno, ce lo rischio io e non l’acutissimo giornalista o l’amico automobilista, se non ti dispiace penso di avere il diritto di fare in modo, con ogni mezzo, di salvarmi la pelle. per me, per i miei cari e per tutti quelli che sono nella mia situazione.
    quando giocheremo una partita alla pari, rispetterò tutte le regole. te lo prometto.

    1. jeby ha detto:

      Non è un discorso di teologia o di rispetto delle regole, ma di ottenimento efficace del risultato. Di certo non è un discorso da porgi l’altra guancia.

      Quando ti scontri con qualcuno, proprio perché sei in atteggiamento di scontro, incontri resistenza sempre maggiore e alla fine ottenere far passare un’idea richiede moltissimo tempo e moltissima energia. Forse il mio è un discorso troppo da “ingegnere”, ma la penso così.

      Comunque, capisco benissimo lo sfogo e da ciclista senza ciclabile so anche che è giusto tirare fuori i denti e le unghie quando è necessario, come te sono anche io uno di quelli che rischia quotidianamente la pelle per andare in ufficio…

      Ti ringrazio per la passione che metti nel portare avanti la causa dei noi ciclisti!

  2. jeby ha detto:

    A seconda della stagione (e della stagione della mia vita) sono ciclista, automobilista, pedone, pendolare coi mezzi, pendolare coi mezzi e la pieghevole, scooterista… Ho avuto la fortuna di vivere mesi in Olanda andando ovunque coi pedali, e di viaggiare in automobile attraverso buona parte degli USA e in generale mi piace fare lunghi viaggi in auto in Italia e in Europa. Ho venduto il cinquantino dopo 10 anni di utilizzo intensivo all-season, ormai aveva superato i 90mila km e oggi mi sposto quotidianamente in bici o coi mezzi o con un mix dei due… insomma, sono stato dietro ogni fronte, ne ho viste e ne vedo di tutti i colori e in tutte le salse.

    Detto ciò, sono d’accordo sul fatto che è sbagliato puntare il dito sviando l’attenzione, sono d’accordo sul fatto che i “giornalettisti” faziosi e ottusi disinformano e fanno un torto a tutti, e tra l’altro offendono la memoria di chi ha perso la vita di certo non per un paio di auricolari.

    Quello su cui non sono assolutamente d’accordo sono toni da guerriglia urbana che tirano in ballo l’odio o lo scontro: non ha senso, le cose si possono risolvere SOLO con la collaborazione di tutti gli utenti della strada in un clima di reciproco rispetto come individui, prima ancora che di rispetto del Codice.

    Dividersi in fazioni, automobilista VS ciclista o giornalista-automobilista VS giornalista-ciclista IMHO non ha alcun senso e non porta da nessuna parte, se non all’acuirsi dei problemi.

  3. cauz. ha detto:

    i canonici 92′ di applausi per l’articolo.
    ai suddetti commentatori però aggiungerei una categoria altrettanto meschini, che di questi articoli è filiazione diretta: i ciclisti democratici.
    quelli del “sì, però anche noi”, delle lucette e dei catarifrangenti, del rispetto delle regole al primo posto. come se nella vita contassero le regole, e non i fatti.
    a me questi democratici mi ricordano tanto quelli del “io non razzista ma…”, “nulla contro i rom, però…”, insomma, quelli delle locuzioni buone e rispettose che nascondono le peggio bestialità.

  4. marco ferrari ha detto:

    Beppe, mi sembra che tu faccia un po’ troppa dietrologia. Che la Stampa sia di FIAT poco importa. Di articoli superficiali e lettere anti-ciclisti ne sono pieni anche Repubblica, Corriere ecc. Vedi solo i commenti agli articoli sul mondo ciclabilità che compaiono su Corriere online. Questo è il modello culturale italiano. Nessun complotto anti-ciclisti ordito da oscure Spectre dell’auto. L’italiano medio rimane culturalmente attaccato all’auto e i ciclisti gli stanno sulle palle. E i giornali, tutti, scrivono quello che piace ai loro clienti (lettori).

    1. Beppe ha detto:

      Ciao Marco,
      Hai ragione ma solo in parte. Come vedi citavo anche Repubblica. Tuttavia proprio perché i giornalisti pensano di dover dire quello che le persone vogliono sentirsi dire (cosa già abbastanza agghiacciante), gli articoli tra pro e contro si alternano. Su La Stampa non è proprio così e, al di la delle dietrologie, so per certo (per stessa ammissione di alcuni giornalisti) che di certi argomenti (pro bici o no auto) non si può scrivere.
      Poi hai perfettamente ragione c’è un problema culturale alla base, ma non sono così convinto che sia ancora così radicato come vogliono farci credere.

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