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Cosa succede a Roma (1^ parte) – il nuovo PGTU

News • di 13 Gennaio 2014

PGTU

A molti (troppi) mesi dall’insediamento di Ignazio Marino a sindaco di Roma, decisamente non ci è dato percepire un significativo salto di qualità rispetto alla precedente amministrazione. Vero è che i problemi relativi al bilancio hanno monopolizzato tempo ed attenzione di assessorati e giunta, vero è che senza un impegno finanziario non è possibile far partire nulla, tuttavia la mole disarmante di promesse sparse a piene mani in campagna elettorale aveva indotto perfino i più pessimisti fra noi a concedere a questa amministrazione il beneficio del dubbio. Inutile dire che il passare dei mesi sta progressivamente dilavando via quegli entusiasmi primaverili “come lacrime nella pioggia”.

L’unica “macchina” che fin qui ha preso il via è la revisione del PGTU, il Piano Generale del Traffico Urbano. Traggo la definizione dal sito istituzionale del Comune: “uno strumento programmatico che definisce le strategie per la gestione e lo sviluppo di tutte le componenti della mobilità”. Il nuovo PGTU finalmente integrerà la mobilità ciclistica come una delle componenti del traffico urbano, con specificità pienamente riconosciute, un proprio riparto modale (da incrementare nel corso del tempo) ed ingloberà l’attuale Piano Quadro della Ciclabilità conferendogli pieno riconoscimento istituzionale. Fin qui le buone notizie, ora però iniziano le perplessità.

La prima riguarda il motivo per cui si sta producendo un nuovo PGTU. In soldoni il precedente (1999) non è più applicabile sostanzialmente per due motivi: 1) non è stato realizzato praticamente nulla di quello che vi era previsto e 2) nel frattempo la città è cresciuta a dismisura, moltiplicando le cubature edificate ed alterando la distribuzione degli abitanti, in modo da creare ulteriori problemi ed emergenze rispetto a quelli preesistenti (e non risolti). Converrete che non è un punto di partenza entusiasmante: siccome il precedente PGTU è rimasto lettera morta e ora non va più bene, se ne fa un altro (con quali prospettive che diventi operativo non ci è dato sapere).

La seconda riguarda il metodo, ovvero il famigerato “processo partecipato”. In teoria, discutere un piano pubblicamente anziché mettere gli elettori di fronte ad un aut-aut del tipo “o mangi la minestra o salti la finestra” in sé può apparire una buona idea, nella pratica ottiene effetti deleteri. Convocare qualche decina di “stakeholders” (termine molto in voga che si può riassumere in : soggetti portatori di interessi collettivi) provenienti dal mondo del volontariato e dell’associazionismo significa trasformare qualunque riunione, pur nelle migliori intenzioni, in una sorta di assemblea di condominio in cui i vari intervenuti si godono il loro quarto d’ora di visibilità battibeccando fra loro e con i referenti istituzionali.

Come ulteriore aggravante c’è il fatto che, in questi primi incontri, non si discute nemmeno del merito dei singoli interventi, quanto dei “desiderata”, ovvero di quali punti risultino più “graditi” ai presenti, quale tipologia di interventi operare e quali target darsi nel medio periodo. Quindi non si discute di interventi fattivi, quantificati, comprensibili e da rendere immediatamente operativi, ma di cose come: “vorreste più zone pedonali?” (risp: “siii, siii!”), “vorreste più percorsi ciclabili?” (risp: “siii, siii!”), “vorreste più trasporto pubblico?” (risp. “siii, siii!”), “vorreste strade più scorrevoli per le automobili?” (risp. “siii, siii!”). Il tutto ignorando, o fingendo di ignorare (o bluffando), che le città sono sistemi dagli spazi ormai saturi, e che non si può operare una redistribuzione degli spazi aumentandoli a tutti. “Volete la botte piena e la moglie ubriaca?” (risp. “siii, siii!”)

Nella mia esperienza lavorativa, legata alla progettazione, non mi capita mai che si convochi una riunione per decidere “cosa ci piacerebbe” che succedesse. Per solito mi viene sottoposto un problema e mi si chiede di elaborare una soluzione. Io poi sottopongo la soluzione, o più soluzioni, al mio capo e lui sceglie quella che pensa sia più percorribile in termini di rapporto costi/benefici. In questo caso i problemi sono noti (inquinamento, incidentalità, sedentarietà, ore perse negli ingorghi del traffico…) e le soluzioni anche, perché le esperienze di altre città sono innumerevoli e condotte su archi temporali di diversi decenni: sarebbe stato possibilissimo tratteggiare due o tre scenari già sperimentati, argomentare pro o contro l’uno o l’altro e lasciar decidere i convocati  su quale di questi ritenesse più desiderabile, però a fronte di soluzioni già pronte per la messa in opera.

Purtroppo il “processo partecipato” non si esaurirà in tempi brevi. Dopo il primo incontro a dicembre 2013 ed il secondo a gennaio 2014 si andrà avanti nei prossimi mesi con un sondaggio della popolazione ed ulteriori incontri di definizione e confronto. Alla fine, credo verso giugno, finalmente sapremo cosa vogliamo. Per sapere qualcosa sulla reale fattibilità, tuttavia, bisognerà aspettare ancora. Poi si passerà al voto in consiglio comunale, quindi ancora per altri processi ulteriori prima di vedere (forse) qualcosa di realizzato. Sempre che nel frattempo l’amministrazione non cambi con le prossime elezioni e quella entrante non decida di ficcare il PGTU nel cassetto e far finta di niente, come avvenuto negli ultimi 15 anni col precedente…

Spero di darvi notizie più interessanti a seguito di un altro incontro che avrò a giorni, in cui tuttavia si tratterà di attività che interessano un solo municipio, quindi una piccola fetta del territorio cittadino.







5 Risposte a Cosa succede a Roma (1^ parte) – il nuovo PGTU

  1. roberto pallottini ha detto:

    grazie marco della sintesi, d’accordo su molte cose ma:
    – dobbiamo ancora continuare a scommettere su questa amministrazione (almeno per qualche altro mese…)
    – non è necessario terminare il percorso del PGTU per cominciare a operare, quindi dobbiamo sperare che si muovano subito (e cose subito realizzabili, a costo “quasi” zero e senza bisogno di PGTU)

  2. Io ci scommetterei pure su quest’amministrazione, ma è l’allibratore che me lo sconsiglia… :-(
    Sul “realizzare cose immediate”, magari… non vedo l’ora! Quando ne vedrò scriverò di quelle, per ora questo passa il convento.

  3. Lug il Marziano ha detto:

    Caro Marco,
    spesso faccio consultazioni, e le regole sono sempre le stesse. Le riassumo:

    a) Le cose che hai deciso le fai, a meno non escano valide ragioni per cambiarle;

    b) Le cose che non hai deciso, senti il parere delle persone.

    Ovviamente la bontà della consultazione è guidata dalla bontà degli stakeholders. Da come vedo noi ciclisti… non c’e’ verso…

  4. […] in cui io mi arrabbio, ma tanto. Perché dopo aver criticato le modalità di definizione del PGTU romano scopro cosa hanno fatto a Londra. Basta sfogliarne poche pagine per capire la distanza siderale che […]

  5. […] momento in cui mi arrabbio, ma tanto. Perché dopo aver criticato le modalità di definizione del PGTU romano scopro cosa hanno fatto a Londra. Basta sfogliarne poche pagine per capire la distanza siderale che […]

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