Il Giro d’Italia si scopre ambientalista, però…

6 Maggio 2014

Da qualche giorno a questa parte sulle reti RAI è possibile vedere lo spot pubblicitario che trovate qui sotto:

Bello, no?

Sembra che finalmente anche gli amici del Giro d’Italia si siano resi conto del potenziale della bicicletta nella lotta al riscaldamento globale e, soprattutto, del fatto che andare in bici significa rinunciare al petrolio e a tutte quelle spiacevoli cosucce che l’uso del petrolio comporta: inquinamento atmosferico, sversamenti, guerre, corruzione, etc.

Il problema è che questa improvvisa consapevolezza ambientalista finisce per sollevare qualche perplessità, soprattutto sul finale del video, quando dice: “3.500 km senza un litro di benzina”. E proprio quel “senza un litro di benzina” che disturba, perché chiunque sappia che cos’è il Giro d’Italia sa che questo è composto dai corridori che pedalano e da una pletora di accompagnatori che si spostano con ogni possibile mezzo di trasporto all’interno della “carovana rosa”.

Non so esattamente quantificare il numero di veicoli che compongono la carovana, ma per farsi un’idea basta dare un’occhiata al video sotto:

Negli 8 minuti di video ho avuto modo di contare 46 moto e 79 auto a cui bisogna aggiungere, ovviamente, gli elicotteri delle riprese, i camion che trasportano biciclette, materiali e gadget, i camper e gli autobus delle squadre. Tutti veicoli che ovviamente, non si spostano ad acqua, né a pedali. Nell’edizione del 2010 le emissioni di CO2 generate dal Giro furono quantificate e compensate attraverso interventi di riforestazione. Per l’occasione si stimò che tutto il giro d’Italia generasse emissioni per 1.700 tonnellate di CO2, ovvero equivalenti alla combustione di 740.000 litri di benzina. (ipotesi un litro di benzina = 2,3 kg di CO2).

La manovra di comunicazione (che avrebbe avuto senso nel 2010), in questo caso, più che tingersi di verde rischia di tingersi di marrone perché si finisce per attribuire valori di sostenibilità a un evento che di sostenibile ha veramente ben poco e questo sa un po’ di presa in giro. Però sono convinto che chi ha realizzato il video non fosse in malafede: forse voleva solo dire che chi va in bici non inquina e che se tutti pedalassimo di più avremmo dell’aria più pulita.

Peccato però che il grande valore del giro d’Italia non sia stato individuato: la carovana del Giro, ogni volta che si muove sposta soldi, tanti soldi. Soldi che in un periodo economico delicato come quello attuale sono preziosissimi, soprattutto per quelle zone del paese ignorate dal turismo di massa ma che, come ogni singolo angolo del nostro bellissimo paese, hanno un potenziale enorme.

Il caso di Taranto è eclatante: Mercoledì 14 maggio la corsa rosa partirà dalla città che per noi fa ormai rima soprattutto con ILVA, tumori e diossina. In quell’occasione la TV mostrerà le meraviglie della città dei due mari (se non l’avete mai fatto, vi consiglio fortemente di andare a scoprire Taranto vecchia e il castello aragonese) per poi guidarci attraverso le bellezze di Puglia e Basilicata per arrivare a Viggiano, grazioso paesino della provincia di Potenza di cui, probabilmente, non avremmo mai sospettato l’esistenza.

Qui gli alberghi, i ristoranti e gli esercizi commerciali avranno modo di approfittare dell’evento per raggranellare qualche denaro utile, nella speranza che la visibilità offerta dal Giro possa attirare qualche turista in più durante il resto della stagione.

Magari qualcuno a cui è venuta voglia di pedalare. Il cicloturismo ha infatti un potenziale enorme, ma che è ampiamente sottovalutato proprio perché promuove soprattutto le piccole economie locali (ovvero la ridistribuzione delle risorse) e non solo i grandi centri.

Un recente studio dell’Università del Montana ha evidenziato come i cicloturisti spendano in media più dei normali turisti e in Italia c’è chi lo ha capito da tempo (la sola provincia di Trento ricava ogni anno oltre 85 milioni euro dal cicloturismo)

E allora sarebbe bello se per il 2015 il Giro volesse intraprendere proprio questa strada, rendendo la corsa rosa come lo strumento per far scoprire l’Italia a pedali, magari suggerendo itinerari con percorsi e pendenze abbordabili anche da chi non è in grado di scalare le montagne a 25 km/h e preferisce fermarsi ogni tanto in una trattoria per assaggiare del formaggio locale accompagnato da del buon vino.

Proprio nello spirito originario del Giro quando era ancora organizzato dal Touring Club Italiano. Questa sì che sarebbe la vera sostenibilità del Giro d’Italia.

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