Vetta: quando l’umiltà è al servizio del telaio

21 Maggio 2014

Dopo tre appuntamenti confermati, disdetti e poi riconfermati (sempre per colpa mia), alla fine ce l’ho fatta. Alle 14:32 scendo dal treno in stazione a Padova e mi incammino. A poche centinaia di metri c’è l’officina di Vetta, un telaista molto apprezzato nell’ambiente, ma anche estremamente restio a farsi notare.

Mi faccio strada tra negozi con le serrande abbassate, villette silenziose e capannoni con la scritta “AFFITTO, prezzo basso” fino ad arrivare a un anonimo portone. Sul campanello c’è scritto solo Vetta, a penna.

Suono e mi viene subito ad aprire Antonio Taverna, un uomo che ha passato la cinquantina, con gli occhi stanchi per le ore trascorse davanti al saldatore e i capelli imbiancati, ma che ha ancora la forza di esibire un sorriso timido che sa di benvenuto.

vetta telaista 7Ci facciamo strada tra macchinari, telai, forcelle e pezzi di tubi tagliati. L’ambiente è estremamente pulito e ordinato, per quanto possa essere pulita un’officina dove si segano e si levigano tubi in metallo. Prima di ogni cosa, mi fa sedere in ufficio: un modesto stanzino dove sono appese foto di clienti soddisfatti e pergamene che raccontano dei bei tempi andati, quando la Vetta di Ferruccio Taverna fabbricava biciclette a ripetizione, dando lavoro a 15 dipendenti, molto prima dell’avvento del carbonio e del Made in China.
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Antonio si siede accanto a me e iniziamo parlando del più e del meno, dei grandi marchi e dei piccoli costruttori. Conosce tutti, lui, perché ha lavorato con tutti. Quando dice “Fausto” intende Pinarello, quando dice “Antonio” intende Colombo e così via.

Con il tempo, loro sono diventati grandi, grandissimi. La sua officina, invece è rimasta piccola e conserva ancora quel sapore di vero artigianato locale, quello fatto di passione, calli, lima e cannello. Ma non c’è un filo di invidia nelle sue parole e la foto appesa al muro di Ernesto (Colnago) che consegna una bicicletta a Papa Woytila è lì a dimostrarlo.

Ognuno fa il proprio mestiere. Vetta ha deciso di puntare tutto sul “su misura” senza mettere piede nel mondo dei telai prodotti in modo industriale. Porta avanti il mestiere lasciatogli da suo padre e prima di lui da suo nonno.
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Parliamo dei capannoni sfitti lì attorno e della crisi. Mi dice che lui non se la passa male perché è riuscito a ritagliarsi una nicchia di mercato che gli permette di tenere botta, ma ad espandersi non ci pensa proprio: di questi tempi allargarsi vuol dire solamente avere problemi. “Noi siamo fortunati perché il capannone è nostro, la produzione la facciamo io e mio padre, mentre mia moglie si occupa della parte amministrativa. Ogni tanto passano di qui ingegneri neolaureati che vorrebbero imparare a costruire le biciclette, ma, a parte il fatto che non sanno usare le mani, anche se insegnassi loro i trucchi del mestiere, poi cosa ci faccio? Io non posso assumere nessuno.

vetta telaista 1Suonano alla porta. È arrivato un cliente per ritirare dei telai. Io colgo l’occasione per fare un giro per l’officina e immediatamente mi viene incontro il padre di Antonio che mi racconta a cosa servono le varie macchine e mi mostra i progetti realizzati in passato, inclusa una bicicletta con pedivelle da 300 mm per andare a 60 km/h “ma devi spingere però!”, ci tiene a precisare.
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Mi racconta di quando, durante la guerra una bomba cadde proprio davanti all’officina di suo padre che, per quello ottenne un risarcimento dallo stato di 70 lire. Quanto valevano 70 lire nel 1945? Non lo so proprio, ma quello che importa è che la Vetta sia passata attraverso la guerra e sia risorta, insieme alle migliaia di piccole e minuscole aziende che hanno rimesso in piedi il nostro paese dopo il conflitto mondiale.

Antonio ritorna e mi mostra la produzione: i suoi clienti sono soprattutto persone con esigenze particolari. Nani, giganti e tutti coloro che non riuscirebbero mai a trovare il prodotto giusto tra i prodotti industriali. Per lui ogni prodotto è unico perché non esistono due persone uguali tra loro. E infatti ogni prodotto, oltre al numero di matricola, riporta il nome del committente sotto la scatola del movimento centrale.
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Poi ricomincia a parlare. Mi spiega tutto, ma senza la pretesa di insegnarmi nulla, con il suo spirito da eterno gregario non è il tipo che ci tiene a insegnare. “I marchi industriali nello studio delle geometrie partono da valori medi e quindi, se hai culo, trovi la misura che ti va bene, però poi devi avere ancora culo per trovare un meccanico bravo che ti metta in sella e ti regoli la lunghezza dell’attacco, la sella e tutto il resto. Altrimenti, non farai altro che passare da un modello all’altro senza pace”

“Ma non conviene allora farsi fare direttamente una bici su misura?” gli chiedo.

Risponde di no, perché un telaio industriale costa di meno di un telaio artigianale e io a quel punto non capisco: costa di più farsi fare un telaio che ti dura una vita ed è perfetto per te (un telaio di vetta parte dai 500 €), oppure cambiare ogni anno bicicletta nella speranza di vincere alla lotteria delle geometrie? Ma evito di sollevare la questione per non perdere il filo dei suoi racconti.

vetta telaista 6Mi parla dei suoi clienti e mi dice “io è come se fossi sposato coi miei clienti, perché prendere le misure del corpo non basta mica: devo sapere anche dove abita e dove utilizza la bicicletta, se si muove prevalentemente in città o fuori, se ha paura delle discese o se è un tipo spericolato, se vuole fare gare e se vuole fare cicloturismo. Sono un po’ come il carrozziere: uno va dal carrozziere e oltre a mostrare il danno da riparare, vuole anche raccontare la dinamica dell’incidente. Che poi gli incidenti sono sempre tutti uguali, ma ascoltare il cliente fa parte del lavoro, no?” Mi chiede, retorico.
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Gli dico di sì e penso a tutti quei bottegai che invece di ascoltare il cliente, cercano di convincerlo a lasciare quanti più soldi sul bancone perché così si sono fatti la giornata. Quanti ne ho conosciuti?

In quel preciso momento mi spiego perché Vetta è rimasto un piccolo produttore semisconosciuto e non ha mai fatto il grande passo. Troppa umiltà, troppa trasparenza, troppa onestà.
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E poi c’è la questione peso: “i ciclisti di oggi cercano biciclette leggerissime. Quando ero bambino io e i clienti venivano da mio nonno, la prima cosa che facevano, come oggi, era sollevare la bicicletta. Allora tutti la volevano pesante, perché se era pesante era destinata a durare, se era leggera voleva dire che si era risparmiato materiale e quindi non valeva niente”. E il suo obiettivo, infatti, non è produrre biciclette leggere, ma biciclette adatte a fare quello che serve: “se pesi 100 kg e usi un telaio da 900 grammi, forse ti stai fidando troppo, no?”. Io, ancora una volta, non posso dargli torto.
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Completiamo il giro della piccola fabbrica e mi porta nello stanzino delle misure. C’è una specie di bicicletta statica che serve a determinare l’esatta posizione in sella: giri una leva e ti cambia l’inclinazione del tubo sterzo, tocchi un galletto e ti si allunga lo sterzo.

vetta telaista 12L’inclinazione del tubo piantone dipende dalla lunghezza del femore, ad esempio” mi dice e continua con un’altra serie di nozioni di cui, nonostante la mia passione e interesse per la bicicletta, non sapevo nulla.

Ci salutiamo cordialmente e me ne vado sentendomi un po’ in colpa perché ho la sensazione di aver rubato tempo prezioso alla sua produzione, ma Antonio sorride e allora sorrido anche io perché so che, per fortuna, in Italia ci sono ancora persone che mettono al primo posto la qualità del lavoro e la soddisfazione della propria clientela.

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