Il Giro d’Italia delle nuove possibilità

30 Maggio 2014

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Perdonatemi una divagazione personal-calcistica, che sembra non c’entrare nulla con questo Giro e invece c’entra. Sabato scorso sono uscito in bici in tarda mattinata, poi sono rientrato e ho acceso il tivucolor, stappato la prima di un numero ingente di birre e preso posizione su un divano che tra tappa e partita dell’ex-coppa dei campioni (con tempi supplementari) mi ha accolto per 9 ore, pause gabinetto escluse. Ho visto una tappa pallosissima, inchiodata dal catenaccio di questi “big” piccoli piccoli e da degli scattini nel finale, sufficienti a scatenare una rabbia che ha ingiustamente oscurato il capolavoro di Battaglin al traguardo (ne riparleremo alla fine dell’anno nei gesti migliori del 2014). Poi ho visto una partita di pallone ancor più statica e catenacciara. Fino a un certo punto però, finchè non si è levato un urlo a riempire lo stadio e le piazze: erano i tifosi del Madrid che cantavano “Sí, se puede!“. Si può. Si può vincere (come dimostrato dalla partita). E si può forse anche uscire dall’incubo attendista che sta attanagliando il Giro d’Italia.

Magari non subito, come la tappa immediatamente successiva quando la corsa verso Montecampione è stata essenzialmente uno spot turistico delle località attraversate, tanto era vuota di contenuto la corsa. Magari non sempre. Però si può. E la giornata di pioggia, neve e freddo, ha dimostrato che sí, si può.
Si può opporsi alle richieste di troppi ciclisti viziati dal malgoverno con cui sono cresciuti, abituati a partire in calzoncini corti sotto la neve e poi a imporre alla direzione di gara di farli andare in bus anzichè in bici. Si può far saltare il copione già scritto di un gruppo perchè parte obbligato a partire ma con l’intenzione di vedere come sono le strade. E le strade sono fredde e umide, e qualcuno pensa subito che -alla faccia dei viziati di cui sopra- si può pedalare uguale. Magari pensa pure che è quello che fanno i ciclisti nel mondo tutti i giorni, per scelta o per passione, gli stessi che non hanno l’ammiraglia a 50 metri di distanza carica di indumenti caldi e asciutti, realizzati con i migliori materiali sul mercato. E se si può pedalare uguale, tanto vale scaldarsi incendiando la corsa, così fa la Movistar sin dall’inizio, pronta a lanciare il suo bellissimo capitan Quintana nel momento più propizio… e la storia dello sport ci dice che il momento giusto è quando l’avversario può essere sorpreso. Magari perchè sta ascoltando la radio come sulla discesa dello Stelvio. Magari perchè sta tramando il prossimo capriccio. Magari perchè non ha le gambe per star dietro a 70km di attacco forsennato, insieme all’attaccante più bello di questo giro che è sua santità Pierre Rolland e a quell’inossidabile astronauta canadese chiamato Hesjedal.
Sí, se puede. Si può ancora rianimare questo ciclismo sonnacchioso, e dimostrare che il Ciclismo -quello maiuscolo- appartiene a chi lo ama: a chi pedala ogni giorno e a chi lo vive con tutta la sua passione. Questo hanno dimostrato Vegni e Quintana, gli organizzatori e i ciclisti tutti. Foss’anche, e così è stato, solo per un giorno.

Dopodichè tutto è rientrato nella norma, con Pirazzi che manda affanculo il mondo e gli esteti dello scattino che tornano a primeggiare sulle loro salite. Probabilmente tutto resterà nella norma fino a fine Giro a questo punto. Vincerà meritatamente Quintana, e si spera soltanto che la strada dietro di lui premi chi pedala con amore e coraggio, e non solo chi s’attiene a grigi doveri. Questo Giro in grado di sfuggire alla normalizzazione quello che aveva da dire al ciclismo moderno l’ha già detto: ha detto che le partite non sono perse fino all’ultimissimo minuto, che alle volte basta quell’idea folle e geniale, e basta il coraggio di inseguirla, per ribaltare il risultato. Sí, si può. Si può?

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