Il Tour ai tempi della Rivoluzione

9 Luglio 2014

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Gli Osservatori Esperti (™) risponderanno con supponenza che se lo aspettavano, che era ovvio, che sapevano già tutto. Ma per tutti noi umili osservatori da divano, il risultato è eccitante. Con o senza sorpresa, il dato di fatto è che il transito britannico del Tour de France è stato un continuo orgasmo collettivo. Una festa ciclistica e alcoolica, un tappeto umano in omaggio alla bicicletta srotolato chilometro dopo chilometro ai bordi della strada, in una folla mai vista. E’ il miracolo inglese in corso d’opera, ed è tutt’altro che un miracolo, o una casualità. Con buona pace dei commentatori della tivù di stato secondo i quali i britannici si appassionano al Tour de France perchè “non hanno il lago o le montagne dove andare la domenica pomeriggio”.
Invece la Gran Bretagna è diventata una sorta di Bengodi ciclistica per motivi tutt’altro che casuali o religiosi, è il risultato di progetti e investimenti ben precisi, primo su tutti l’investimento sulla passione. Quella sì che, a differenza delle fede, smuove pure le montagne; in questo caso le montagne umane della folla che ha accolto e accompagnato la corsa tra campagne verdissime che questo spettacolo ha reso pure bellissime.

Il progetto britannico nasce da lontano, con un occhio interessato alle olimpiadi londinesi e al suo ricco portato di denari e speculazione e un altro occhio rivolto necessariamente alle strade cittadine, ai ciclisti che aumentano a vista d’occhio tra chi si dedica alla pratica sportiva e chi semplicemente sceglie un mezzo di locomozione a pedali. Per dimostrare che facevano sul serio, questa campagna l’hanno chiamata “British Revolution”, e le sue radici le hanno piantate ben salde nel legno del velodromo di Manchester. Una fucina di campioni, ma soprattutto di idee e di energie, che ha travolto tutto il Regno Unito. Dai trionfi olimpici alle vittorie al Tour, fino all’elezione di Cookson alla guida dell’Unione Ciclistica Internazionale (dove ovviamente ha perso ogni afflato rivoluzionario) ma soprattutto al boom di praticanti e alla rinascita di un’economia della bicicletta florida come non mai. Un paese in cui rinascono velodromi antichi e dove persino i privati fanno a gara ad investire sulle infrastrutture ciclistiche. Dove i ciclisti stessi si ritrovano insieme ad alzare la testa e la voce, a partire da quella molla che fu la campagna CycleSafe, capace di reagire al dramma di un tragico incidente cittadino per tracimare nei media, nelle istituzioni e nella società, fino a contaminare il resto d’Europa, compresa l’Italia dove germogliò l’omologa Salvaiciclisti.

Il pensiero all’Italia, ai suoi laghi e alle sue montagne dove trascorrere le domeniche, è inevitabile. Perchè è qui che pedaliamo e perchè è sui divani d’Italia che beviamo dinnanzi allo spettacolo inglese del Tour. Come era avvenuto per lo spettacolo irlandese del Giro. E per l’italianissima desolazione del Giro stesso. Con le sue strade troppo spesso deserte intorno alle corse e pericolose nelle uscite di ogni giorno, i velodromi che anzichè venire valorizzati vengono lasciati crollare sulla loro storia, le infrastrutture inesistenti o -peggio ancora- inutilmente dannose e costosissime… Nel disunito regno di una FederCiclismo che tace di fronte all’emorragia di squadre, sponsor e strutture, per poi tornare a farsi bella caricando a pallettoni il fucile dell’antidoping, e spennando galline dalle uova d’oro in vista di ogni grande evento, che siano rassegne iridate e gran fondo ben redditizie.

Non ci sarà nessuna “Italian Revolution” all’orizzonte, eppure dall’Inghilterra il Tour torna in Francia con la maglia gialla sulle timide spalle di Vincenzo Nibali. Uno che non ha un decimo del carisma di un Bradley Wiggins ma che non ha paura di buttarsi all’attacco, anche contro ogni pronostico come in quell’ultimo km di Sheffield. Oggi il Tour vive la sua prima giornata chiave, sobbalzando e scivolando sul pavè del nord francese tanto umido quanto affascinante, e tra poche ore probabilmente sapremo già chi questa Grande Boucle la può ancora sognare e chi no, Nibali compreso. Tanti inglesi probabilmente avranno seguito la carovana nel tunnel per continuare il loro contagio passionale. Non ci resta che aiutarli a diffondere il virus.

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