The Mule (appunti di un artigiano per scelta)

15 Agosto 2014

[Che poi il mulo vero sarei io]

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In parte la dedico a mio nonno Antonio, che dopo la guerra sul mulo ci andava davvero, scomparendo da casa per giorni col fucile a tracolla, vagando per l’Etneo.

Sono passati oltre 5.000 km (si va verso i 6.000) sotto il movimento centrale dell’Utensile, la bici che ho costruito apposta per questo viaggio. Circa 2.500 per #escoafareungiro, il momento attuale.
Niente di che, per una bici (in acciaio).
Però posso cominciare a darne una valutazione consapevole.

Ho costruito uno stupendo mezzo da viaggio. L’avevo pensato e poi realizzato, ma non tenevo nel minimo conto di riuscirci davvero. Invece sì.
Riassumo le caratteristiche (sicuramente l’ho già fatto e mi ripeto):
– alta sul terreno (29 cm di luce dal punto più basso, circa 2 cm più del dovuto) e alla guida
– lunga di gambe (carro) per evitare di toccare le borse, qualsiasi sia il loro ingombro, e per comodità di pedalata, che è dolce e testarda, inesorabilmente regolare.

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Comodissima la pensai. Comodissima risulta. Solo il solito problema alle mani (tendono ad addormentarsi) che ho da più di 15 anni su tutte le bici tranne la reclinata, dove sono appoggiate e non reggono alcun peso.
Forcella esageratamente alta proprio per questo motivo, la ricerca della comodità.
Non alzandomi quasi mai sulla sella non sento il difetto delle carrolungo, la flessibilità sotto spinta.
Questa bici ingoia ogni tipo di percorso. Un terribile lunghissimo sterrato sul Baikal m’ha fatto temere danni, e niente accadde.
Sale come un mulo appunto, scende liscia (quale animale scende liscio?), gira paradossalmente in poco spazio.

Pesa, sì. Ha tanta di quella roba sopra che forse potevo evitarmi del surplus, però trovo tutto utile e non mi decido a buttare niente. Il primo indiziato era il cavalletto doppio (oltre un chilo di ferraglia) ma mi ha risolto tanti di quei problemi spiccioli (fermate per controllare la strada, per mangiare, bere, per smontare parte o tutta la bici per i treni) che lo lascio vivere con noi.

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Non solo non gli sto trovando difetti (tranne forse che è una bici maschio, ne ho fatte pochissime) ma sto scoprendone i pregi. Mi dà fiducia, svolge bene i suoi ruoli, mi corregge gli errori. Come me non conosce le strade che prende. E non gli importa niente, portando tutto.

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Fonte | escoafareungiro

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