Quel negoziante di bici di Catania - Bikeitalia.it

Quel negoziante di bici di Catania

14 Gennaio 2015

Io e la mia bicicletta abbiamo viaggiato molto. Insieme siamo andati alla scoperta di circa 30mila km di strade, attraversando oltre una ventina di paesi diversi sparpagliati su 4 continenti. In ogni viaggio non ho mai resistito alla tentazione di andare a visitare i negozi di bici locali per scoprire che aria si respiri lì dentro, quali siano le tendenze ciclistiche del luogo o semplicemente perché c’è sempre un pattino del freno da sostituire, un cono del mozzo da stringere o del nuovo mastice da comprare.

Turan, il miglior meccanico di bici di Izmir, Turchia

Turan, il miglior meccanico di bici di Izmir, Turchia

In ogni viaggio, per me, i negozi di bici hanno sempre rappresentato una sorta di oasi nel deserto, luoghi in cui puoi sentirti a casa per 5 minuti, lavarti le mani, chiedere in prestito una chiave dinamometrica per un nanosecondo e chiedere informazioni su quali strade percorrere e quali evitare nei dintorni. E mai, ripeto mai, che mi sia capitato di sentirmi come un intruso.

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Un biciclettaro di San Jose, Argentina

Dopo oltre 8 anni di viaggi in bici in giro per il mondo, il caso ha però voluto che lo scorso fine settimana arrivassi a vivere un’esperienza unica nel suo genere, ma procediamo con ordine.

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Un negozio di Zanzibar, Tanzania

È Sabato 10 gennaio, c’è il sole ché sembra quasi primavera e io e mia moglie arriviamo a Catania dopo aver compiuto un bel giro in bici alla scoperta della Sicilia. I tempi sono strettissimi: il nostro programma prevede un’esplorazione della città, una cena con i cicloattivisti catanesi e poi l’aereo all’indomani per ritornarcene a casa.

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Un ricordo di Sucre – Bolivia


Sì, l’aereo, croce senza delizia di tutti i cicloviaggiatori, perché portare una bicicletta in aereo significa smontarla, riporla all’interno di uno scatolone, pagare il supplemento e consegnarla al check-in in aeroporto. Il fatto è che gli scatoloni per bici non vengono venduti in aeroporto, ma bisogna arrivare sul luogo già forniti e, per farlo, occorre fare il giro dei negozianti di bici in città o, alla peggio, assemblarne uno con i cartoni che si trovano fuori da supermercati e centri commerciali.

Mi informo attraverso gli amici catanesi, ma i negozi che mi indicano hanno buttato tutti i cartoni proprio il giorno precedente, allora, armato di google maps, inizio a chiamare tutti i negozianti in centro, finché non trovo quello che mi dice “sì, ce li abbiamo, passa pure”.

Che fortuna, è a poche centinaia di metri dall’albergo in cui alloggiamo! Arriviamo lì. Il negozio non è un granché, ma chissenefrega. È mezzo vuoto e la metà piena è occupata da biciclette di gamma molto bassa, qualche cineseria. Anche le vetrine hanno pochi articoli, giusto qualche attacco pista che, evidentemente, erano stati comprati quando impazzava la moda delle fixie, ma che poi sono riimasti lì a prendere polvere. Il proprietario, però, è disponibilissimo: mi passa i cartoni e mi chiede addirittura se mi serve del nastro adesivo. Annuisco e lui si mette a cercare, ma trova solo un rotolo quasi finito che non può bastare per entrambe le bici. La sua estrema gentilezza mi insospettisce. E infatti.

Prima di andarmene, chiedo in modo retorico: “le devo qualcosa?
20 euro” mi risponde lui senza battere ciglio.
Sta scherzando?” chiedo.
No, sono serissimo” mi risponde lui.
Ma veramente?” ribatto.
Certo” chiosa perentorio.
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Mi faccio due calcoli veloci: voglio visitare Catania e il tempo stringe, l’ultimo negozio rimasto è a 8 km e di assemblare due cartoni per bici partendo dalle scatole della pasta, non se ne parla. In fondo per 20 euro non diventerò povero, mi dico. Metto mano al portafoglio mentre lui si dirige verso il registratore di cassa ed emette lo scontrino.

Appena fuori, chiedo a mia moglie di fare una foto al negozio, a futura memoria. Subito esce il proprietario che inizia a sbraitare dicendo di non aver paura della pubblicità negativa, che il suo negozio è lì dal 1903 e che continuerà ancora per molto, poi mi dice che sono un irriconoscente perché lui mette da parte tutti i cartoni per fare un favore ai turisti e poi chiosa: “E poi tu cosa pensi? A me, i cartoni, i costruttori di bici me li fanno pagare!”.
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Ribatto qualcosa, ma poi mi dico di lasciare perdere, allora lo ringrazio, arrotolo i cartoni, li carico sul portapacchi della bici, saluto e me ne vado mentre penso a millemila cose:

Penso che chiunque abbia il diritto di vendere qualunque cosa se c’è qualcuno che è disposto a comprarselo, ma penso anche che se io ho la percezione di star pagando per della spazzatura, io, cliente, non posso essere soddisfatto del trattamento.

Penso che un imprenditore che non sa soddisfare i propri clienti dovrebbe cambiare mestiere perché un cliente non soddisfatto non tornerà mai più e, oltretutto, ne parlerà con i propri amici creando una pessima reputazione nei confronti dell’imprenditore stesso.

Penso che un negozio di bici aperto nel 1903 e che ha resistito agli anni della motorizzazione di massa non meriti di diventare un luogo di smercio di immondizia proprio in occasione della seconda primavera della bicicletta.

Penso che il negoziante in oggetto sta perdendo una grande occasione: invece di vendere i cartoni ai turisti (che evidentemente tanto spesso passano da lui), potrebbe vendere delle magliette con scritto “I bike Sicily” o souvenir a sfondo ciclistico. Tu regali al turista un cartone (cioè dell’immondizia) e lui, per riconoscenza, magari ti compra un gadget.

Penso che proprio la Sicilia, che già ha un problema di immagine, dovrebbe fare di tutto per trattare i turisti come amici da coccolare e non come polli da spennare, soprattutto perché siamo nell’era di tripadvisor e di tutti i socialcosi e il non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te dovrebbe essere una regola ineludibile.

Penso che dopo poche ore ci aspetta una cena con i ragazzi di #Salvaiciclisti e che già a un primo sguardo Catania è proprio una città meravigliosa.

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Commenti

76 Commenti su "Quel negoziante di bici di Catania"

  1. Daniele ha detto:

    Leggo adesso l’articolo,
    sono catanese e conosco il negozio in questione da sempre….
    Mi ricordo il vecchio titolare, ìl sig. Garozzo, il quale era una persona distinta, sempre in giacca e cravatta, ma non era un esempio di….. generosità.
    Era molto competente infatti ha creato un marchio “Garozzo” appunto, che al tempo campeggiava discreto ma vistoso su molte biciclette. Tale marchio era molto conosciuto e apprezzato, questo grazie alla collaborazione di un biciclettista, la buonanima del sig. Bonanno, che aveva l’officina nel retro della sua bottega. Altro gran professionista, ma dai prezzi assolutamente fuori mercato. Il suo tariffario era il più alto della città.
    Giustamente qualcuno ha detto: siamo nel libero mercato…
    Conosco anche l’attuale proprietario e mi ricordo di lui dal tempo in cui era “impiegato” (e non garzone) di Garozzo. Su lui niente da dire, serio e competente!
    Oggi ha rilevato l’azienda, Garozzo è ancora vivo ma anzianissimo. Dalle nostre parti una volta succedeva spesso che un dipendente (il più promettente) rilevasse l’azienda del datore di lavoro…, ciò rappresentava il naturale evolversi delle cose, non come oggi in cui tutti i valori sono andati perduti e non si riesce a capire più nulla di come vadano le cose…
    Per me il sig. Curulli è persona seria e affidabile, ha un tariffario poco più alto dei concorrenti, ma a dire il vero anche questi non sono “specchiati” e poi non sono nemmeno tanti..
    Io ci vado sempre e non penso che l’amico ciclista sia incappato in qualcosa di così orribile: semplicemente aveva un problema e Curulli gliel’ha risolto… basta! 20 euro? Non mi sembrano uno sproposito…
    Quando si parte, con qualsiasi mezzo, si accetta di tutto perchè i contrattempi capitano sempre..le necessità pure!! Quì siamo addirittura arrivati a fare una lezione di geopolitica, di etica e di mafia….
    Incredibile…
    Saluti a tutti

  2. Paolo ha detto:

    Leggo solo ora l’articolo,
    preciso una cosa, a me arrivano le bici imballate ed alcuni cartoni li tengo sempre nel caso servino, come sarebbe stato il tuo caso. Chiaramente l’imballaggio non mi costa niente, non é possibile ricevere le bici senza il cartone…
    Non mi sognerei mai di farteli pagare.
    Tengo anche i vari protettori dell’imballaggio che sicuramente aiuterebbero a proteggere efficacemente la bici durante le “gentili” manovre al check dell’aeroporto.
    Quando visiterai Barcelona e dintorni…..

  3. Domenico ha detto:

    Lavoro in un corriere e spesso capita di consegnare bici ai negozianti..i cartoni?? Vanno tutti buttati via perchè anche il produttore preferisce usarne uno nuovo perchè col trasporto andrebbe rovinato.
    Se mai passerò di lì..lo farò cercare in lungo e in largo nel negozio..poi gli dirò…grazie ma non mi serviva nulla!
    Dimenticavo..dal 1903 il negozio ci starà pure..ma i suoi fondatori uscirebbero dalla tomba per far cambiare il mestiere a quel tizio..a fare i cartoni!!

  4. Raffaeke ha detto:

    Ci sono persone che hanno un atteggiamento fideistico/religioso nei confronti del sapere e nella comprensione dei problemi quotidiani. Altri, hanno un approccio più razionale (logico), altri ancora intuitivo, E’ un fatto di metodologia gnoseologica.
    Tralasciando l’approccio intuitivo (esclusiva di pochi fortunati), la distinzione fra i due metodi rimanenti, qui, è netta.
    Chi difende l’ex-Garozzo è un religioso del pensiero alla stessa stregua di chi dice “Catania è bellissima”, “Catania ‘nto me cori”, “Catanuzza bedda”, e litanie varie: chi lo dice, lo fa o perché non conosce altro (<> si direbbe in Sicilia), o perché per misteriose ragioni di fede (e/o vergogna) non può dire altro… a se stesso.

    Il negozio in piazza Spirito Santo è decisamente il peggior negozio di bici della città. Forse della regione (ma non ho dati per confermarlo).
    La miopia imprenditoriale dell’ex garzone (ora titolare) di Garozzo è quella tipica del catanese della fiera che truffa i turisti che magari dalla Scandinavia optano per le vacanze in Sicilia portando valuta pregiata e dandoci lavoro. Lui crede d’aver fatto la “spertizza” (l’atto di furbizia), ma non capisce che il turista truffato ha pagato sì, ma non il prodotto scadente o -come in questo caso- il cartone. Ha pagato, invece, la lezione che varrà in futuro per sé e… per tanti altri. Sconsiglierà quindi Catania ad amici, parenti, sul web. E lo farà a ragion veduta. Quella “spertizza” dei 20€ costerà a quel negozio almeno mille euro/anno tra tutti i clienti che perderà (questo post sta rimbalzando su facebook tra i catanesi ciclisti… fate un po’ voi) e migliaia e migliaia di euro spalmati tra mancato turismo, mancato lavoro, immagine….
    Tutto per 20€.
    Se non voleva regalare dei cartoni (altrimenti spazzatura) poiché chiaramente non appassionato di ciclismo, l’avrebbe dovuto fare almeno come imprenditore: perché gli sarebbe convenuto. Ma il catanese già citato i conti non se li sa fare.
    Credersi sperto ed essere intelligente, non sono certo la stessa cosa.

    Raffaele

    1. Paolo Pinzuti ha detto:

      Non ho nulla da aggiungere

  5. Peppe MTB ha detto:

    Ecco, appunto.

  6. Maestrodario ha detto:

    Purtroppo il negozio in questione si trova proprio in pieno centro ed è facile, per un turista, incappare in questo “commerciante”. Come dice Emanuele: il negozio era del sig.Garozzo che l’ha mandato avanti per decenni… Adesso è così mal messo e mal gestito che io (che abito a meno di cento metri) vado da un’altra parte!

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