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Ritratto di Enrico Toti, bersagliere ciclista

News, Storia • di 14 gennaio 2015

Un’esistenza costellata di sfide e soddisfazioni, viaggi in bicicletta e battaglie al fronte. Ritratto di Enrico Toti, il cicloviaggiatore con una gamba sola.

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Di Enrico Toti conosciamo soprattutto un’immagine, quella che lo vede ritratto nel mezzo di una battaglia mentre, pochi attimi prima di morire, scaglia la stampella contro il nemico al grido di: “Nun moro io!“.
Verità o leggenda, il lancio della gruccia è solo uno dei tanti misteri attorno alla figura di questo ciclista mutilato e combattente della prima guerra mondiale.
Ma andiamo con ordine.

Enrico Toti nasce a Roma nel 1882. Ancora quindicenne si imbarca su una nave come mozzo, lavoro che si protrarrà per 8 anni fino al 1905, data del suo congedo e dell’assunzione come fuochista presso le Ferrovie dello Stato.
Il 27 marzo del 1908 è un giorno che segnerà per sempre la vita di Enrico Toti. Alle prese con lavori di manutenzione su una locomotiva nella stazione di Colleferro, scivola e finisce con la gamba sinistra sotto gli ingranaggi del mezzo. Nonostante il trasferimento in ospedale è costretto a subire l’amputazione dell’arto a livello del bacino.

Va ricordato che una menomazione fisica in quel tempo poteva avere pesanti ricadute anche sulla vita professionale. Enrico Toti era un manovale, poco istruito, dal cui stato fisico dipendeva il suo lavoro e il sostentamento economico. Nel contesto dell’Italia del primo Novecento una simile invalidità avrebbe rappresentato un danno enorme per chiunque, ma non per il giovane Enrico Toti che si rialzò e non si perse d’animo.
Non sappiamo con certezza se fu proprio la perdita della gamba a far emergere in lui lo spirito coraggioso e avventuriero, ma è un dato di fatto che l’ex-ferroviere romano si sia reso protagonista delle esperienze più incredibili proprio dopo l’incidente.

Nel 1911, dopo un periodo di avvicinamento alla bicicletta decide di intraprendere un primo viaggio a pedali attraverso l’Europa, passando per Francia, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Russia e Polonia, per poi fare ritorno in Italia l’anno successivo, nel 1912. Ma Enrico Toti è instancabile e dopo pochi mesi dal rientro parte per un secondo lungo viaggio, ancora in bicicletta ma stavolta in Africa, pedalando tra Egitto e Sudan. Qui viene fermato dalle autorità inglesi occupanti e, ritenuto troppo pericoloso il percorso intrapreso, viene rispedito prima al Cairo e infine a Roma. E’ un episodio molto rappresentativo della vita di Enrico Toti, un uomo che si è dovuto misurare più con la diffidenza degli altri che con la propria disabilità.

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Ecco cosa scrive lo stesso Enrico Toti nella sua autobiografia a proposito di quel viaggio in bicicletta:
Attraversai tutta la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Germania, la Danimarca, la Svezia e la Norvegia. Arrivai al Circolo Polare Artico, e convissi, a causa del ghiaccio, qualche tempo con gli esquimesi in Lapponia. Di là in Finlandia, poi in Russia e da Pietrogrado, attraverso le innumerevoli steppe, giunsi a Mosca. Attraversai la regione dei Turcomanni, la Polonia, l’Austria fino a che giunsi a Roma, in famiglia. Dopo qualche mese di riposo andai in Alessandria e percorsi lungo il Nilo, tutto l’Egitto, la Nubia arrivando fin sotto l’Equatore nel Sudan, poco lungi dal Congo. Percorsi nel mio giro di esplorazione circa ventimila chilometri“.

Con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, Enrico Toti vuole arruolarsi e nonostante il respingimento a tutte le sue richieste decide di partire da solo per il fronte, anche questa volta in sella alla sua bicicletta. Arrivato a Cervignano del Friuli viene prima destinato a “servizi non attivi” in qualità di volontario, e solo l’anno successivo trasferito nei bersaglieri ciclisti.

Il 6 agosto del 1916, durante la battaglia dell’Isonzo, Enrico Toti viene ferito da colpi avversari contro i quali, poco prima di morire, si dice abbia lanciato la stampella pronunciando la celebre frase “Nun moro io!“. Il 4 dicembre dello stesso anno viene decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: “Soldato Enrico Toti, da Roma, del 3° btg. bers, ciclisti. Volontario, quantunque privo della gamba sinistra, dopo aver reso importanti servizi nei fatti d’arme dell’aprile a quota 70 (est di Selz), il 6 agosto, nel combattimento che condusse all’occupazione di quota 85 (est di Monfalcone). Lanciavasi arditamente sulla trincea nemica, continuando a combattere con ardore, quantunque già due volte ferito. Colpito a morte da un terzo proiettile, con esaltazione eroica lanciava al nemico la gruccia e spirava baciando il piumetto, con stoicismo degno di quell’anima altamente italiana. Monfalcone,6 agosto 1916.

Di Enrico Toti non rimane soltanto un’onorificenza militare e il ritratto del lancio della stampella contro il nemico in punto di morte. Quella che ci lascia è un’eredità a tratti scomoda, fatta di dubbi sull’attendibilità degli episodi di cui si sarebbe reso protagonista e di un’immagine cavalcata dal regime fascista per scopi propagandistici.
Cominciamo dai dubbi. Nel 1993 Lucio Fabi, uno dei massimi storici della prima guerra mondiale, pubblica un libro intitolato “La vera storia di Enrico Toti” aprendo un dibattito in cui afferma che lo stesso non sia mai stato arruolato ufficialmente come soldato, tesi che lascerebbe comunque spazio all’ipotesi di un aggregamento al fronte “ufficioso” ma non per questo totalmente inventato. A smentire questa dichiarazione è stato il generale Sabato Aufiero proprio durante la presentazione del libro, mostrando un attestato che certificherebbe la presenza al fronte del soldato Enrico Toti.

L’altra eredità di Enrico Toti, più imminente agli anni della sua morte, è quella dell’eroe venuto dal popolo, nazionalista e antiborghese, morto al fronte per difendere la Patria; tutti elementi ideali per “elevarlo” da Mussolini a icona fascista, tanto che i numerosi monumenti e statue erette in sua memoria risalgono proprio al ventennio.
Eppure Enrico Toti era un invalido, per di più in anni in cui la prestanza fisica era esaltata dallo stesso regime e con gli “storpi” non si andava tanto per il sottile. Era uno spirito libero, un viaggiatore solitario e ribelle che non amava prendere ordini, che si recò al fronte di sua volontà senza rispettare le sentenze di respingimento. Anche per questo il suo carattere irrequieto aveva poco a che fare con l’obbedienza al capo tanto declamata dall’ideologia fascista.
In ultimo, rispetto alla sua partecipazione al conflitto, chi ci dice che Enrico Toti non si sia recato al fronte per il semplice bisogno di non sentirsi “diverso” dai suoi coetanei, per mostrare di essere più forte della sua invalidità, piuttosto che per un’adesione convinta alle motivazioni che portarono l’Italia in guerra?





4 Risposte a Ritratto di Enrico Toti, bersagliere ciclista

  1. Lucio ha detto:

    Mise sembra fuor di luogo il commento finale sulle motivazioni di Enrico Toti, che lascerebbe pensare ad una persona autoreferente e incapace di motivazioni ideali

    • Alessandro Micozzi ha detto:

      Ciao Lucio, non è una sentenza ma c’è un punto interrogativo, la domanda è lecita. Inoltre su Enrico Toti si è detto e scritto ben di peggio, alcune fonti storiche lo descrivono con parole simili a quelle che hai usato tu.

  2. Paolo ha detto:

    quando si parla di ‘regime (immagino si alluda a quello fascista), ricordo che esso è nato dai ‘fasci di combattimento’ che era pieno zeppo di invalidi, tra ‘storpi’, ciechi, amputati a braccia e/o gambe. Costoro furono il motore principale della trasformazione del dopo 1° Guerra Mondiale proprio a causa delle loro menomazioni, ITALIANI che hanno sacrificato il loro corpo per degli ideali su cui oggi i cretini si fanno pure quattro risate, ma in cui tutti gli altri paesi europei credono.
    Dunque, non penso proprio che Toti sia stata l’eccezione di regime, ma anzi come gli altri che hanno deturpato il loro corpo alla causa, di guerra o di lavoro, per la Patria in ogni caso,

    • Lucio ha detto:

      Guarda che, come dici tu: “proprio a causa delle loro menomazioni, ITALIANI che hanno sacrificato il loro corpo per degli ideali”, m lui non aveva sacrificato il suo corpo per ideali. L’incidente gli era capitato mentre lavorava come manovale, nelle ferrovie italiane.

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