La colpa è sempre dei ciclisti (mai dei giornalisti)

1 Aprile 2015

Scrivo da oltre un anno su questa testata giornalistica, ma ogni volta che qualcuno mi chiama “giornalista” mi corre un brivido lungo la schiena.

Non sono un giornalista: non ho il tesserino e non ho mai neppure tentato di diventare pubblicista. La mia formazione accademica e postaccademica mi ha portato a imparare molte cose, tra queste, non rientra il giornalismo, ovvero la capacità di riportare le notizie per come sono.

Preferisco dire che mi occupo di marketing e di comunicazione, ovvero di raccontare come le cose dovrebbero essere e diventare, perché la realtà, alle volte, è troppo orripilante per essere presa in considerazione.

Oggi ho appreso della morte di un ragazzino di 16 anni investito a Monza mentre tornava in  bicicletta dalla riunione con gli scout. Pare che il conducente che l’ha investito facesse uso di sostanze stupefacenti. Questa cosa è già di per sé abbastanza agghiacciante, a metterci il carico da 11 è arrivato un tweet inviato da uno dei principali quotidiani nazionali, repubblica.it.

La storia è quindi che un ragazzino di 16 anni è stato investito e ucciso da un’automobilista (drogato) mentre (probabilmente) attraversava la strada sulle strisce e, dopo l’impatto, è stato sbalzato di una decina di metri.
Il tweet riporta, invece, che il ragazzino avrebbe sbandato e che per questo sarebbe stato investito (cazzi suoi, se l’è cercata).

Ecco, io non sono un giornalista, ma se lo fossi e, ancora di più se fossi un giornalista di repubblica.it, chiederei che colui che ha scritto quel tweet venga cacciato pubblicamente dalla redazione, per lo meno per la salvaguardia del buon nome della testata giornalistica e dei giornalisti tutti (per poi mettere on line il video della cacciata).

Ma questa sarebbe un’operazione di marketing e non di giornalismo.

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