Se le multinazionali delle bici uccidono la geometria e i piccoli telaisti

11 Gennaio 2016

fidusa bici

Ridotta all’estremo, una bicicletta altro non è che una serie di cerchi e triangoli che interagiscono tra loro alla ricerca della combinazione migliore per rendere più efficiente possibile la trasformazione della forza umana in movimento. E, sempre ridotto all’estremo, un telaista altro non è che una specie di alchimista che trascorre la propria esistenza alla ricerca della combinazione perfetta di questi triangoli e cerchi in funzione della persona che vuole utilizzare la bicicletta.

Giorgos Vogiatzis è un telaista greco che da oltre 30 anni costruisce telai su misura nell’isola di Rodi. Giorgos parla un italiano un po’ zoppicante ma si fa capire: lo ha imparato viaggiando avanti e indietro dall’Italia dove, oltre alla nostra lingua ha imparato l’arte della saldatura e della geometria per la realizzazione del più perfetto interfaccia uomo-bicicletta.

fidusa giorgos

Giorgos ha 55 anni e conosce molto bene il nostro paese: chiama per nome i principali attori del mondo bici e nel capannone dove taglia, salda, lima, sabbia e vernicia i telai, ogni metro quadro riporta una testimonianza di quanto l’Italia abbia contribuito all’evoluzione del mondo della bicicletta dagli albori fino ad oggi. Adesivi di Campagnolo, stendardi di Columbus, vecchie pubblicità di Vittoria, tutto questo contribuisce a farmi sentire a casa al momento del nostro primo incontro che inizia con un “caffè? Espresso, ovviamente, lo faccio arrivare direttamente da Messina”.

Fidusa, il marchio che ha creato, è una specie di mito in Grecia e le sue bici sono state portate in giro per il mondo dai campioni ellenici nelle diverse competizioni internazionali poi, negli ultimi anni qualcosa è cambiato.

Che qualcosa sia cambiato, lo si capisce gettando uno sguardo alle campionature di telai che ha pronte per andare in verniciatura: ci sono telai in acciaio con saldatura a TIG e a congiunzioni, telai in alluminio e telai in carbonio. La one man band del piccolo colosso di Rodi fa di tutto per rimanere al passo con le esigenze del mercato, rispondendo colpo su colpo a quella che è la domanda proveniente dai clienti. In qualche modo, però, sembra che tutto questo non sia sufficiente per reggere il passo con il mercato.

E come potrebbe essere altrimenti?

fidusa4

Mentre un tempo i ciclisti cercavano semplicemente la bicicletta giusta per sè, dagli anni ’90 in poi, i ciclisti hanno iniziato a desiderare e comprare telai in alluminio oppure in carbonio, con determinate caratteristiche di aerodinamica e di peso, spesso cambiando idea nell’arco di una sola stagione sulla base dei risultati dei professionisti, dei “suggerimenti” dati dalle riviste di settore e da quanto proposto dai negozianti della zona.

Da allora, Giorgos e quelli come lui stanno pagando caramente la scelta di aver puntato sulla sartoria e sul “su misura” invece che sulla standardizzazione, sulla riduzione dei costi e sulla produzione di massa. In qualche modo è come se il concetto del fast food e dell’usa e getta si sia impossessato anche del settore della bici e adesso cambiare la propria bicicletta ogni due anni sembra essere diventata una pratica normale.

Una lunga chiacchierata con Giorgos ha fatto in modo di confermare quanto già pensassi da tempo: se i corpi delle persone sono tutti diversi tra loro, come è possibile che un oggetto pensato per valorizzarne le caratteristiche possa essere prodotto in modo standard riconducendo il tutto a un banalissimo S, M, L, XL?

In un ragionamento di questo tipo ovviamente non si può tralasciare la questione economica: produrre un telaio in modo industriale e sfruttando delle economie di scala in paesi dove la manodopera è quasi gratis costa molto poco. Per questo, chi ha a disposizione un budget limitato da spendere per l’acquisto di una bici deve necessariamente ricorrere a prodotti industriali standardizzati cercando poi di aggiustare il tutto scegliendo un attacco più lungo o più corto, lavorando di fino sui distanziali al tubo sterzo o sull’arretramento della sella.

fidusa lima

Ma se la questione economica è tanto rilevante, come è possibile che là fuori ci siano persone in grado di spendere svariate migliaia di euro o più per portarsi a casa un telaio realizzato partendo dall’ipotesi che i corpi siano tutti uguali?

Forse ha ragione Giorgos quando dice che il marketing delle multinazionali ha appiattito tutto, ma è anche vero che se i piccoli telaisti (e ancora di più chi commercializza tubi) destinassero una minima percentuale del proprio fatturato per creare cultura nel mondo della bici, forse le cose sarebbero molto meno complicate e chi si trova davanti alla scelta di comprare una bicicletta svilupperebbe la capacità di scegliere, invece di finire, di volta in volta, nelle mani di chi ha la migliore rete di distribuzione o di chi ha il migliore campione in gara al Tour de France o al Giro.

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