Freni a disco su strada e la sicurezza che non c’è

Freni a disco su strada e la sicurezza che non c’è

Stop alla sperimentazione e alla successiva introduzione dei freni a disco sulle bici da strada nelle competizioni ufficiali. È davvero la fine dei freni a disco nel mondo del ciclismo su strada professionistico?

Francisco Ventoso
Francisco Ventoso

Il 10 Aprile, durante la Parigi-Roubaix, al km 115 è avvenuta una caduta che ha segnato la gara. Infatti due dei favoriti, Sagan e Cancellara, sono rimasti bloccati dal gruppo di ciclisti coinvolti, mentre Boonen è riuscito a rimanere davanti, lottando fino alla fine per ottenere la quinta vittoria all’inferno del Nord (nessuno c’è mai riuscito, neppure il Cannibale Eddy Merckx). Tra i corridori coinvolti nell’infausta caduta c’è Francisco Ventoso, spagnolo di 33 anni, che ha riportato una brutta ferita alla gamba, per via del contatto con il disco montato sulla bici di un altro ciclista. Il giorno seguente, sulla sua pagina Facebook, Ventoso ha scritto una lettera aperta contro l’applicazione dei freni a disco nelle corse professionistiche, postando le immagini (molto crude) della sua ferita.

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Le ripercussioni della lettera non si sono fatte attendere e l’UCI ha deciso di sospendere l’applicazione dei freni a disco nel mondo del ciclismo su strada in via precauzionale. “Nessuno ha mai pensato che siano pericolosi?” chiede Ventoso dalla sua pagina Facebook “Sono come degli autentici coltelli. Io sono stato fortunato, per me è solo pelle e muscoli. Ma cosa accadrebbe se venissero in contatto con un’arteria femorale? Non voglio nemmeno immaginarlo!”. Ventoso ha ragione da vendere: quando si corre in gruppo a 80 km/h, ci si spintona e si cade, i dischi sono esposti ed è facile cadervi sopra, con il rischio di tagliarsi. Le voci, dal mondo del ciclismo su strada, sono state unanimi nel supportare le teorie del corridore spagnolo: molti direttori sportivi hanno gridato allo scandalo, che l’applicazione dei freni a disco su strada è pericolosa e insensata. Tutti contro i dischi, come se fossero l’unico pericolo.

Il ciclista belga Antoine Demotié
Il ciclista belga Antoine Demotié

La realtà è che il mondo delle corse professionistiche sta vivendo un’emergenza in termini di sicurezza. Solo due settimane prima della Roubaix, il ciclista 22enne belga Antoine Demoitié (in foto), è morto in seguito a una caduta durante la gara Gent-Wevelgem. La causa? È stato schiacciato da una moto. Più fortunato è stato Stig Broeckx, colpito da un’altra moto durante una gara in Belgio, che ha riportato “solo” una frattura alla clavicola. Al Tour dello Utah, negli USA, un ciclista irlandese è stato tamponato da un’auto di servizio. Emblematico poi il caso del tour del Qatar, dove è avvenuta una caduta colossale di corridori, poiché l’organizzazione si è “dimenticata” di segnalare la presenza di uno spartitraffico proprio sul rettilineo d’arrivo della tappa. Per cui il capro espiatorio di questa insicurezza non possono essere solo i freni a disco, nuovo male da scongiurare, bensì l’estremizzazione dello spettacolo, perché più spettacolo significa più audience, più sponsor, più soldi. Quindi, prima di gridare all’untore, si dovrebbe ridimensionare il problema.

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I freni a disco sono e rimangono la più importante innovazione tecnica nel campo del ciclismo di questo decennio e i risultati sono inconfutabili. Nel mondo della mtb e del ciclocross sono ritenuti lo standard essenziale, tanto che sia i professionisti ma anche i comuni appassionati non possono più farne a meno. Senza bisogno di scomodare test di laboratorio, chiunque abbia provato e usato con costanza i freni a disco può affermare quanto sia migliore la risposta, la precisione di frenata e l’affidabilità di questa tecnologia. La linearità di lavoro e l’efficienza in qualunque condizione climatica, rendono ancora più sicuro l’uso della bici, permettendo di affrontare con meno paure lunghe discese o tratti tecnici.

Per cui, nonostante le voci levatesi dal mondo degli addetti ai lavori, il problema della sicurezza nelle corse su strada è molto ampio e non si risolverà solo tornando ai freni a pattino. Probabilmente i professionisti non avranno mai più la possibilità di usare bici con freni a disco ma questo non significa che noi, amanti della bicicletta, non dovremmo utilizzarli, sia in mtb, nel ciclocross ma anche sulle bici da gravel e su quelle da corsa. Poiché la diffusione di uno standard rispetto a un altro, nonostante tutte le possibili idee sul marketing o sulla pubblicità, dipenderà sempre dall’accoglienza e dall’uso che ne fanno gli appassionati.

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C’era un claim molto famoso sui freni a disco, lanciato da Shimano, che diceva “Have what the pros can’t have” (abbi ciò che i professionisti non possono avere): probabilmente sarà così per molto tempo ancora.

Commenti

  1. Avatar Daccordi ha detto:

    E se la diffusione di uno standard – come dite nell’articolo – sia solo marketing, non ci avete pensato? Qualche tempo fa Shimano pubblicava dei test dove si diceva che la potenza frenante massimale delle pinze doppio perno era superiore ai dischi. Ovviamente questo test è prontamente stato nascosto in tempi più recenti e si trova difficilmente, anche se viene riproposto da alcune riviste Australiane e Americane

  2. Avatar Crea Mario ha detto:

    Mi ricordo più o meno le stesse polemiche e resistenze sull’uso obbligatorio del caschetto. Basterebbe, come gia detto da Elvio, trovare una soluzione per arrotondare il bordo, allargarlo o ridisegnarlo. Non credo sia molto complicato.

  3. Avatar Mauro ha detto:

    Una volta si diceva ‘buttare il bambino con l’acqua sporca’. Il disco purtroppo è proprio un componente che contribuisce alla sicurezza attiva, quindi si prende poco merito per le centinaia di incidenti che non sono avvenuti semplicemente perché NON sono avvenuti. Mi lascia un poco sorpreso la velocità con cui una dichiarazione così cruciale quale l’annullamento della sperimentazione sia avvenuta, cosa che impone un forte stop allo sviluppo.
    Imporre una protezione al disco sarebbe stato più logico ma avrebbe cozzato con gli investimenti di coloro che si sono aggiudicati il servizio di cambio ruote alle grandi corse che già avevano vita difficile per l’attuale confusione tra dischi di vario diametro, pattini, sganci rapidi e assi passanti. Insomma l’ennesima dimostrazione che quello che conta in questo caso non è ‘u pilu’ come diceva Albanese ma ‘la pila’ e non lo sviluppo di un mezzo più avanzato e sicuro. La mia scelta sarebbe stata la continuazione della sperimentazione a condizione che i dischi fossero protetti, ma capisco chi non se l’è sentita di aprire questa ‘scatola di vermi’ per assecondare chi indirettamente gli paga lo stipendio.

  4. Avatar Bruno ha detto:

    Nel mondo automobilistico si parla di sicurezza attiva e sicurezza passiva. Da questo punto di vista a mio parere, i freni a disco sono/sarebbero da far rientrare nei dispositivi di sicurezza attiva (concorrono nell’impedire il verificarsi di un’incidente). Magari si potrebbe continuare ad utilizzarli limitandone la pericolosità potenziale (con protezione o altre soluzioni) in caso di contatti accidentali con gli stessi a seguito di cadute.

    1. Avatar Elvio ha detto:

      Mi sembra che si perdano in un bicchier d’ acqua, la soluzione è semplicissima, infatti per eliminare il bordo tagliente basta smussarlo ( o qualdirsivoglia arrotondarlo, levigarlo, per la miseria!).
      Comunque, da parte mia, sono già 10 mesi che li uso,e ne io ne i miei clienti che li hanno montati tornerebbero ai freni tradizionali.

  5. Avatar luigino ha detto:

    Penso che una copertura sul disco comporti una perdita di tempo enorme in caso di foratura o sostituzione del cerchio quindi penso che non lo adotteranno mai

  6. Avatar Severino ha detto:

    Ciao Omar,
    l’articolo è di una tempestività assoluta, bravo.
    Non sono d’accordo nell’accomunare le tragedie provocate dall’inettitudine e ignoranza (vedi moto contro ciclista, auto contro ciclista e spartitraffico non segnalato) con le tragedie, per fortuna sfiorate, causate dai freni a disco.
    Nel primo caso il danno è provato da terzi, nel secondo da noi ciclisti che usiamo quanto ci viene messo a disposizione dalla ricerca e dalle aziende produttrici.
    Nel caso specifico trovo quantomeno frettoloso trasferire la novità dei freni a disco sulla BDC, mutuata pari pari dalla MTB e dal Cross. In queste due ultime modalità di “ciclare” non ci sono le stesse azioni, condizioni e velocità che troviamo nella BDC.
    Detto ciò mi chiedo se non sia possibile applicare una sorta di carter (così come attorno alla catena delle bici da passeggio) a “nascondere” il disco.
    Infine, se nelle gare PRO non verranno effettuati i test come potranno le aziende intervenire per modificare quanto oggi non è ancora perfetto? Aspetteranno forse che gli amatoriali forniscano idee e suggerimenti per le migliorie?
    Che dilemma, nel dubbio resto sui pattini.
    ciao.
    Buona bici a tutti.

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