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Smart Life: noi corrieri in bici del Nord

News, Rubriche e opinioni • di 16 Novembre 2016

Giovedì mattina; 8:40. La sveglia suona.
La sveglia più importante della settimana, ebbene sì. Senza questa sveglia non si lavora.
Competizione, prontezza, individualismo; sin dal primo batter d’occhi.
Sì, perché i turni non sono individuali, ma aperti a tutti, e come nella migliore società avanzata “chi prima arriva, meglio alloggia”.
E se non ti sbrighi alle 9 a prendere i turni che vuoi e di cui hai bisogno, nell’arco di 15 minuti sono tutti finiti e per questa settimana non si lavora.
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Siamo a Tallinn, Estonia, nel cuore freddo dell’Europa. Da circa 3 mesi ha aperto una nuova compagnia, importata dai vicini finlandesi. Si chiama Wolt, ancora poco conosciuta nelle altre capitali europee (sono presenti solo in Finlandia, Svezia ed ora Estonia) ma nulla di differente dalle altre aziende che si occupano di consegna a domicilio per il settore della ristorazione.
Quello estone è al momento il mercato perfetto poiché non c’è competizione, in tutte le grandi città europee si dividono il mercato i grandi protagonisti di questo settore: Foodora, Uber, Deliveroo, ma non in Estonia, dove Wolt è arrivata per prima e può modellare il panorama del cibo su due ruote.

Inizio agosto. Io mi trovavo di ritorno da un bel viaggio in bici, Paris-Madrid, e forse la bellezza del vento sulla faccia, ore e ore in bicicletta ogni giorno, mi hanno convinto che sarebbe stato bello prolungare questo stato d’equilibrio. Sapevo che a Tallinn, dove mi ero da poco trasferito, stavano aprendo un servizio di corrieri in bicicletta e allora, quasi per gioco, ho mandato un CV.
Ma che CV vuoi mandare a una compagnia di corrieri? Vuoi dire che sei appassionato dello schizzare in mezzo al traffico della città, incurante del pericolo e dell’inesistente copertura assicurativa offerta al mondo del “self-employment”?
Ovviamente mi hanno contattato subito, a me e poche altre centinaia di ragazzi, tutti alla ricerca di un impiego, qualche euro fatto in bici prima che l’estate finisca, nella speranza che un’altra idea per pagare affitto e bollette arrivi prima che l’inverno ci avvolga con la sua fredda stretta.

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Siamo ormai a novembre e la situazione si fa alquanto interessante nel resto d’Europa, dove qualcosa sta cambiando, o almeno un certo genere di consapevolezza sta nascendo.
Prima Torino, poi Milano, quelli che chiamano “i primi scioperi del mondo delle start-up”, il ritorno al mondo della paga “a cottimo”, un mondo dove se non corri non guadagni.

In Estonia, dove il salario minimo orario è di 2,54 euro per ora di lavoro, non è difficile convincere un bel numero di persone a lavorare per 6 euro l’ora. Peccato che non durerà; il modello economico importato dalle start-up di questo settore ha un sistema abbastanza innovativo, moderno, profonda espressione di un mondo fluido, ed in continuo mutamento. Da quando Wolt ha aperto qui in Estonia (3 mesi) il modello di pagamento è già cambiato 3 o 4 volte. All’inizio, in caso non superavamo le 2 consegne all’ora pagate ognuna 3 euro, si guadagnava un fisso orario di 6 euro l’ora, chiamiamolo minimo garantito. Eravamo pochi corrieri, e per garantirsi forza lavoro hanno alzato il fisso a 9 euro. Vedevamo sulla app aumentare il numero di corrieri di dieci o venti persone ogni giorno, fino a quando siamo diventati così tanti che la paga oraria è tornata a 6 euro, la tariffa a consegna scesa a 2,5 euro, e il numero di turni disponibili limitato, con parecchi corrieri che rimanevano a casa non essendo riusciti a “prenotarsi”.

Non finisce qui: per la fine del 2016 promettono “una radicale ristrutturazione”. In molti ignorano cosa questo significhi, ma chi segue le news provenienti dal resto dell’Europa sa che è solo un modello copiato dagli altri grandi del settore. Si passerà a una paga basata solamente su consegne, un contratto “a prestazione” per cui quando le chiamate non arrivano non si guadagna. Un sistema in cui i corrieri potranno mettersi “online” senza aver bisogno di turni, “available“, disponibili tutto il tempo che si vuole, il che non significa guadagnare.

Per capire cosa sta accadendo basta guardare alcuni dei video Youtube su Uber negli Stati Uniti. Ci si mette online, si aspetta la chiamata, il magico bip sulla app, e si scatta. Peccato che si scatti ben poco alcuni giorni, e alcuni dichiarano di guadagnare anche solo 10 euro per l’intera giornata disponibili on-line.
Unico esempio positivo degli ultimi mesi è quello inglese dove lo scorso 28 ottobre il Tribunale del Lavoro ha definito che i dipendenti di Uber non sono “liberi professionisti”, ma dipendenti, e che dunque Uber come azienda è obbligata a pagare il salario minimo e ad offrire copertura assicurativa. Un passo rivoluzionario del mondo della sharing economy. Fortunati i colleghi inglesi, peccato che nel resto d’Europa si respiri tutta un’altra atmosfera.
Benvenuti nel mondo del lavoro a prestazione, del “pago l’affitto solo se lo smartphone fa un bip”. Un mondo di giovani sempre più poveri, di meno giovani pronti a tutto, di persone di tutte le estrazioni, competenze, titoli di studio, con in mano uno smartphone, che poi tanto smart non è se non migliora la vita di nessuno.







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