Il ciclismo italiano è morto

22 Aprile 2017

Alle 8 di questa mattina è morto Michele Scarponi, 37 anni, ciclista professionista italiano in forza all’Astana.
Era uscito per il solito allenamento, ma un furgone che non ha dato la precedenza al campione di Filottrano ha messo fine alla sua esistenza come troppo spesso avviene sulle nostre strade,
michele scarponi
Michele era uno dei pochi corridori italiani che, nonostante l’età, era ancora in grado di arrivare a braccia alzate al traguardo. L’ultima vittoria era di 4 giorni fa a Tour of the Alps.

La morte di Scarponi arriva come una doccia fredda a pochi giorni dalla partenza del centesimo Giro d’Italia dove questi avrebbe corso in veste di capitano della squadra kazaka dopo il ritiro del sardo Aru.
Nei prossimi giorni i giornali e i commentatori si riempiranno la bocca di retorica parlando di “tragica fatalità” e di “inevitabile appuntamento con il destino”, ma come si fa a definire “tragica fatalità” un evento che si verifica 250 volte all’anno? Come Michele, ogni anno ci sono 250 persone che perdono la vita sulle strade italiane per la sola colpa di circolare senza carrozzeria, senza inquinare e senza fare rumore.

Solo che questa volta è capitato a un ciclista professionista e questo cambia tutto perché quando muore un campione non si può nascondere la notizia in ventesima pagina della cronaca locale, come polvere sotto il tappeto.

E l’eco mediatica della scomparsa di Scarponi sancirà ciò che tutti già sapevano: che il ciclismo italiano, prossimo alla propria fine, oggi è definitivamente defunto.

Ma non è morto, come dice Squinzi, per l’eccesso di doping e neppure, come dice Cipollini, per la mancanza di campioni, ma perché nessun genitore sano di mente, da oggi in poi, permetterebbe mai al proprio figlio di praticare il ciclismo su strada come disciplina sportiva. E senza giovani praticanti quale futuro può mai avere una disciplina che non ha eredi a cui lasciare il testimone?

Credo che questa sia una domanda che debba essere rivolta alla Federazione Ciclistica Italiana che nella febbre da tesseramento si è dimenticata che la bicicletta viene usata su strade troppo pericolose.

È una domanda che rivolta ai corridori professionisti che quando hanno un microfono a disposizione, invece di denunciare l’orrore che vivono ogni volta che si allenano, ringraziano gli sponsor e commentano l’ultima impresa con parole vuote e inutili.

È una domanda che va rivolta a Pietro Grasso, presidente del Senato della Repubblica che da oltre due anni e mezzo conserva gelosamente in un cassetto una riforma del codice della strada che potrebbe finalmente garantire qualche tutela in più a chi si sposta in bicicletta.

È una domanda che va rivolta al ministro Delrio che dispensa elemosine per il cicloturismo ma sembra dimenticare che il Ministero che presiede è quello dei Trasporti e che in quanto tale si deve preoccupare di come gli Italiani si spostano e non di come fanno le vacanze.

È una domanda che va rivolta a tutti coloro che sono sempre pronti a condannare la mancanza di disciplina dei ciclisti, salvo poi dire “non l’ho visto” quando avviene la tragedia, proprio come il conducente del furgone che ha ucciso Scarponi.

Oggi è un giorno triste per tutti noi, ma non per la morte del ciclismo italiano, assassinato da chi ne doveva garantire la buona salute, ma per la morte di Michele Scarponi, ciclista, padre, campione, marito, gregario, uomo.
scarponi simpatico

Addio Michele, grazie per le tue vittorie e per le tue onorevoli sconfitte.

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