Il caos generato dal bike sharing a flusso libero? È la normalità

4 Ottobre 2017

Da quando sono arrivate in Italia le aziende del bike sharing cinese, ovvero da due mesi a questa parte, c’è stato un gran dibattere sui social media e sui media tradizionali di quelle biciclette vandalizzate, abbandonate in giro, gettate nei corsi d’acqua disponibili, piazzate sugli alberi, sequestrate nei cortili interni alle case o semplicemente abbandonate alla meno peggio sul marciapiedi ostruendo passaggi già fin troppo angusti per i pedoni.

Non bastavano le auto parcheggiate sul marciapiede

Da più parti si sente levare un grido di protesta da parte di persone indignate nei confronti dell’inciviltà dei propri concittadini ma, dando un’occhiata a quanto avviene in giro per il mondo, è facile rendersi conto che il fenomeno non interessa solamente l’Italia, ma è diffuso in tutti gli angoli del globo terracqueo laddove hanno messo piede le aziende del bike sharing a flusso libero.

In principio fu la Cina.

L’inizio di tutto è stato la Cina sulle cui strade, nell’arco degli ultimi 2 anni, sono state riversate oltre 18 milioni di biciclette in condivisione a flusso libero. E i risultati sono stati immediatamente sconcertanti: questo ritaglio del New York Times dello scorso 26 marzo evidenzia come “negli ultimi mesi le biciclette sono esplose. Sono come mostri che occupano le città” e, ancora, “più di una volta ho faticato a parcheggiare l’auto perché queste bici sono parcheggiate ovunque”

A distanza di meno di sei mesi dall’uscita di questo articolo-denuncia, il comune di Pechino decide di correre ai ripari vietando in modo categorico l’installazione di nuove bici in città che ormai sono diventate 2,4 milioni, gestite da 15 aziende, alcune delle quali sono già fallite lasciando rottami in giro per la città che hanno causato non pochi problemi all’amministrazione della capitale cinese.

Il motivo di questo stop operato dall’amministrazione pechinese è presto detto: laddove i tradizionali sistemi di bike sharing prevedono, per operare in modo efficiente, un rapporto bici/abitanti di 1:1000, i sistemi a flusso libero (come ammesso pubblicamente dagli stessi operatori alla tavola rotonda che abbiamo organizzato a Pavia lo scorso 15 settembre) ricercano un rapporto bici/abitanti di 1:10. Il mercato qui è gestito quindi dalla logica del “chi prima arriva, meglio alloggia” e in cui vandalismo, furti e scorrettezze varie sono ordinaria amministrazione di un sistema che non ricerca l’integrazione con gli altri sistemi di trasporto esistenti e neppure standard minimi di qualità, ma il semplice criterio quantitativo della disponibilità: ovunque tu sia, ci deve essere una bicicletta disponibile e pronta all’uso.

Poi arrivò il resto del mondo.

E mentre i Cinesi iniziano a porsi domande di natura antropologica sulla propria propensione al vandalismo e sul proprio scarso rispetto per la cosa pubblica, situazioni analoghe si iniziano a verificare in giro per il mondo. Come a Manchester, prima città europea invasa da Mobike, in cui le persone tendono a privatizzare le bici del bike sharing a flusso libero utilizzando lucchetti privati o nascondendole in cantina.

Oppure a Singapore, dove qualcuno è arrivato addirittura a filmarsi mentre lancia da un palazzo una bicicletta Ofo:

E la stessa cosa si sta verificando in questi giorni a Milano e Firenze, prime città ad avere aperto le porte ai sistemi di bike sharing a flusso libero, come riportano le foto qui sotto riprese dalla rete.

E anche qui è fin troppo facile dire che noi Italiani siamo incivili e compagnia pedalante: basta andare agli antipodi per rendersi conto che la stessa cosa avviene ovunque.

Le immagini che vedete qui sotto arrivano dall’Australia, Melbourne che si è trovata a fare i conti con la stessa situazione:

E c’è addirittura chi evidenzia che le stesse bici sono ferme nello stesso punto da settimane, senza nessuno che se ne occupi:


Per non parlare delle biciclette recuperate nei fiumi:

#obike is a #fail in #Melbourne #yarrariver #iphoneography #igers

Un post condiviso da Leo Ibrahim (@librahim) in data:

Le soluzioni in giro per il mondo.

Ma le città stanno correndo ai ripari di fronte a questa situazione di degrado urbano che, coinvolgendo allo stesso modo Cinesi, Italiani e Australiani, difficilmente può essere quindi derubricata come questione di natura culturale, sociologica o antropologica.
La scelta più radicale è stata presa dal comune di Amsterdam che, come abbiamo avuto modo di riportare, ha scelto di vietare il bike sharing a flusso libero in città.

Le bici sequestrate a Melbourne

Recentemente è stata la volta del Comune di Melbourne che ha vietato solamente le biciclette di Obike, azienda di Singapore, accusata di “abbandono illegale di rifiuti sui marciapiedi”.

Esempio di bike sharing con stazione virtuale

Altre soluzioni adottate riguardano invece una limitazione del concetto di “flusso libero” attraverso la creazione di stazioni virtuali, ovvero dei punti prestabiliti di prelievo e riconsegna delle biciclette senza ricorrere però a infrastrutture fisse dislocate sul marciapiede o sulla sede stradale. La logica della stazione virtuale è molto semplice: poiché ciascuna bici è dotata di un dispositivo GPS, la stazione virtuale riconosce la presenza della bicicletta nell’arco di un determinato perimetro consentendo quindi la chiusura del noleggio solamente nelle aree consentite, ovvero lontano da flussi d’acqua, lontano da passaggi angusti, cortili privati, etc.
Questa soluzione è stata adottata con successo in molte città tedesche o austriache come Colonia, Berlino o Wachau.

Una stazione virtuale a Colonia


In ogni caso, prima di puntare il dito contro lombrosiane presunte propensioni alla criminalità della propria popolazione locale, vale la pena chiedersi se le aziende che operano il servizio abbiano messo in atto tutte le misure necessarie per evitare il verificarsi di queste sgradevoli situazioni. Un po’ la stessa cosa che fecero le autorità di Amsterdam negli anni ’60 quando si ritrovarono a fronteggiare la situazione delle biciclette bianche abbandonate dai Provos in giro per la città.

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