Dino Lanzaretti, il ritorno del Gladiatore Nomade

19 Dicembre 2017

«Torno a casa in bici dopo un anno. Ho un bagaglio che pesa un sacco». Non è quantificabile quello che si porta dentro qualcuno che torna vivo dalla Siberia in bicicletta, impresa che non è semplice descrivere.
Vivo, Siberia e bicicletta sono parole che messe insieme non mettono a fuoco un’immagine sola. Eppure è qui davanti a me, lo sto vedendo e sentendo in collegamento su Youtube, insieme a Darinka Montiko, cicloviaggiatrice e scrittrice che ha attraversato l’Italia a piedi e che di lì a poche ore monterà in sella dalla Bolivia fino in Patagonia.

Inseguendo l’inverno per il mondo, Dino Lanzaretti affronta ogni sorta di imprevisto pedalando sulla «strada delle ossa», voluta da Stalin per raggiungere le miniere aurifere e lastricata dalle ossa dei prigionieri dei gulag morti di stenti durante la costruzione. Sopravvive per quasi due mesi a 50 gradi sotto lo zero, pedala in autosufficienza a una media di 45 km al giorno in sella ad una Bressan, costruita appositamente senza parti in plastica (che a quelle temperature si sarebbero disintegrate) ed equipaggiata per un peso complessivo di 100 kg, e riesce ad arrivare illeso a Yakutsk.

L’impresa comincia il 5 febbraio e, grazie al passaparola di Facebook, diventa argomento quotidiano. «Ho letto il post di un tizio… Siberia, bicicletta». «Ma è matto?», «Oh, E’ un po’ che non posta, hai per caso visto dov’è?», «Non saprei, l’ultima volta ha parlato di lupi», «La barba! Ti rendi conto? La barba!» Dino ha rischiato di morire per la barba. A temperature estreme, la maschera che gli consentiva di respirare, era diventata un tutt’uno con la barba: per due giorni non è riuscito a staccarla dalla faccia. Per due interminabili giorni, nel bel mezzo del Polo del Freddo, ha pedalato, forse dormito, montato e smontato la tenda senza ingurgitare cibo. Riusciva miracolosamente a bere con una sorta di cannuccia. Per bere a quelle temperature, non sviti il tappo della borraccia, ti ingegni per sciogliere il ghiaccio, finché anche il quarto fornelletto si spacca: in quelle condizioni e senza incontrare anima viva da giorni, Dino rischia di non farcela, eppure pedala. «Sono andato avanti perché non avevo altra scelta, una volta che riuscivo a mettere il culo sulla sella il cuore pompava ed ero salvo». Ed ecco che un camion spunta dal nulla salvandogli la vita.

Una volta sopravvissuto al Polo del Freddo, il resto sembra una passeggiata, soprattutto se a pedalare è Dino Lanzaretti. Giunto al confine con la Cina, non c’è verso di ottenere il visto. Gli tocca risalire e attraversare la Mongolia, dove il clima e più mite, il ghiaccio lascia spazio al fango, e il vento è sempre contro. Poi il deserto. Attraverso due continenti, Dino pedala verso casa. In Turchia, a cavallo tra i due mondi, compie quarant’anni. Da lì in poi il canto del muezzin lo abbandonerà, e dopo l’interminabile pioggia greca, sbarcherà a Bari il 26 novembre.

«Quando vivo un tramonto non riesco a non sollevarmi da terra».
«Non credo sia una distanza eclatante ma ciò che ho vissuto in mezzo si!
Sono sopravvissuto al luogo più freddo della terra con temperature oltre i -50*C, ho attraversato le steppe mongole perdendomi per giorni e giorni, danzato sulle sponde dei laghi del Kirghistan e scavalcato i suoi ripidi passi, pedalato tra le montagne del Pamir lungo il confine afgano, superato il deserto dell’Uzbekistan e del Kazakistan dove a farmi compagnia ho incontrato solo cammelli, attraversato il Caucaso e le sue rigogliose montagne, la Turchia lungo le sponde del Mar Nero e quindi la Grecia sotto l’attento sguardo di Dei passati di moda. E oggi sbarcherò a Bari in Italia, terrorizzato dall’idea di essere quasi alla fine di questo meraviglioso viaggio e emozionato per pedalare nel mio paese che non conosco.Un’altro mese ancora in strada, altri 1500 km fino al Nord prima di rientrare in casa mia e fare quel profondo respiro che sto immaginando da tempo. Cosa sarò dopo tutto questo?»

Il 10 dicembre lo intercetta Licia Colò. «Quando sei tornato?» gli domanda in trasmissione «Sto ancora tornando. Sono per strada, sto tornando adesso a casa». Dita incredule scorrono sulla cartina. Dino traccia nuove strade e dimostra (udite udite) che non c’è luogo al mondo che non sia pedalabile. 16.000 km di strada senza confine tra ghiacci, deserto, montagne. Laghi, mari, pioggia, fango. Il vento contro, le persone. La sua impresa fa venir voglia di pedalare nel bel mezzo di un gelido inverno a chiunque, anche a una pavida come me, che ha perfino paura di pedalare in discesa. Seguendo tutta la diretta su Youtube scopro che anche Darinka ha la stessa paura, eppure viaggia per il mondo. Le paure, come i confini, esistono solo nella mente.

Tre grossi cani siberiani.

E’ di nuovo inverno e Dino ancora una volta pedala verso Nord. Ha freddo, tutte le attrezzature invernali le ha spedite a casa alcuni mesi prima per alleggerire il carico nel momento in cui si preparava ad affrontare il deserto. E’ dalla Siberia che non tira fuori il piumino. «l’Italia è strana da pedalare: è difficile piantare la tenda, i cacciatori ti svegliano con gli spari e le strade non sono messe bene». Dopo aver percorso quasi 16.000 km in qualsiasi condizione, a Roma si rompe un cerchione. Non c’è altro da aggiungere. Indistruttibili fino alla capitale del Bel Paese, il nostro eroe è stato dove nessuno mai, dove è pericoloso perfino respirare, perché a temperature estreme ghiaccia anche il tuo respiro, dove se sudi sei morto. Ogni volta che sul social compariva la sua posizione, mi correva un brivido lungo la schiena. Vivo, Siberia e bicicletta sono parole che insieme fanno un certo effetto; nessuno sa spiegarsi come sia stato possibile sopravvivere, eppure Dino Lanzaretti ce l’ha fatta. «le gambe possono rallentare, puoi metterci più tempo, ma la testa deve seguirti». E quando racconta di come tre grossi cani siberiani lo abbiano inseguito e gli siano saltati addosso non per sbranarlo ma per fargli le feste, un po’ tremi, un po’ ridi. Ridere è stata la chiave del suo viaggio. Pedalare, ridere, e farci sognare. «Se ridi per primo conquisti i Siberiani. Una volta stavano caricando la mia bici in una macchina, ho creduto volessero rubarla, invece volevano ospitarmi, ma non sapevano come farmelo capire».

«E adesso che sei vicino a casa?», gli chiede Darinka.
«Se nel mezzo ci fosse un altro continente, lo pedalerei».
«Hai già finito il mondo?»
«Mi mancano l’Australia e la Nuova Zelanda. Per ora non mi tentano. Richiedono un grosso budjet e io viaggio senza sponsor. Mi finanzio facendo il cuoco durante le stagioni. E poi ho paura dei ragni». Sponsor a parte, uno che sarebbe capace di attraversare l’oceano in pedalò non se la sente di attraversare l’Australia perché ha paura dei ragni. «Le paure non si scelgono», scrive Paola Gianotti, la donna più veloce al mondo ad attraversare il globo in bicicletta, ma sappiamo che – come i confini – esistono solo nella mente.

Caro Dino, non vediamo l’ora di leggere il tuo libro.

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