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Girolibero

Un viaggio lungo le Alpi (parte 2)

Diari • di 17 gennaio 2018

2° Tappa: Saint Etienne de Tinee – Chiappi

Lunedì 28 agosto – Visto che fuori è ancora buio, aspetto ancora un po’ ad alzarmi dal letto e a preparare le borse per il viaggio.
Appena pronto vado in cucina per vedere se riesco a rimediare una mezza colazione prima di partire: c’è del pane secco, sarà stato almeno di sabato, provo comunque a mangiarlo ma solo perché mi aspetta una lunga giornata in sella; al terzo morso devo lasciar perdere, è veramente troppo duro, allora provo a vedere cosa c’è in frigo, pessima idea, sarebbe stato meglio farmi gli affari miei!
Così non mi resta che partire a stomaco vuoto e un po’ infastidito dall’esperienza. Anche questo, comunque, fa parte dell’avventura.
Poco prima delle sette e trenta sono giù in strada in direzione di Saint Etienne de Tinee, l’aria è bella fresca ed il cielo è appena velato, secondo il meteo non dovrebbe esserci brutto tempo, almeno nella prima parte della giornata.

Pedalo una decina di minuti e, mentre cerco di carburare, sono già arrivato nel centro abitato di Saint-Etienne, attraversando i vicoli mi guardo intorno in cerca di un qualche locale dove fermarmi a mangiare qualcosa e, proprio prima dell’incrocio per il Col de la Bonette, c’è un baretto.
Fuori c’è un discreto movimento di escursionisti seduti ai tavoli quindi, avviandomi fiducioso verso l’ingresso, poggio la bici ad un muretto ed entro, chiedo subito un caffè e qualcosa da mangiare ma ahimè, non solo non hanno nulla da mangiare, il caffè è pure pessimo, così, con la coda tra le gambe, mi rimetto in sella pensando al fatto che dovrò salire fino a 2800 metri senza niente nello stomaco.
Nonostante tutto sono ottimista e molto eccitato, erano settimane che pensavo a questo momento, finalmente è arrivato il giorno della scalata di uno dei valichi più alti d’Europa.

Subito dopo il ponte davanti al bar si svolta a sinistra dove inizia la salita di circa ventisei chilometri che mi porterà fino al valico, unica consolazione del momento è il paesaggio suggestivo, ricco di vegetazione, ancora avvolto nel silenzio delle prime ore del mattino.
Dopo un tratto di moderata salita si attraversa il ponte “Pont Haut”, al termine del quale c’è un bivio, svoltando a sinistra si sale al villaggio di Saint-Dalmas-le-Selvage di appena 140 anime e, proseguendo ulteriormente, al Col de la Mautiere.
Continuo tenendo la destra, la strada inizia a restringersi sensibilmente tra la rigogliosa vegetazione, dopo non molto si arriva ai primi due tornanti nella località turistica di Vens Waterfall, un paio di case ed una bella cascata sul ciglio della strada.

Lasciati alle spalle i tornanti si affronta un breve tratto di un paio di chilometri prima di ritrovarsi in un maestoso paesaggio, un ampio vallone ai piedi di questi giganti di pietra: il Vallon du Pra.
Mi immergo completamente in quest’atmosfera di pura natura selvaggia, mi sento come parte di questa meraviglia; è in momenti come questo che apprezzo profondamente ogni attimo del mio vagare solo con me stesso.
In un tale silenzio si può ascoltare ogni singolo rumore della natura che mi circonda. In lontananza vedo degli animali selvatici tra gli alberi, ma da questa distanza non riesco a distinguerne la specie, risalgono la costa placidi e tranquilli.

Di colpo questo silenzio viene interrotto dal passaggio di un uno spazzaneve adibito alla rimozione dei massi dalla sede stradale, mi passa accanto e, velocemente, scompare dietro la curva sopra il borgo di Pra.
Sono ormai giunto nella parte alta della valle, la folta vegetazione inizia a lasciar spazio ad un ambiente spoglio prettamente di alta montagna, intanto mi avvicino alla base di una quindicina di ripidi tornanti. Ci sono delle prime case solitarie, avverto un forte profumo di cucina e, rammaricato, penso a quanto avrei voluto mangiare qualcosa anch’io.

Attraverso i primi tre tornanti con molta calma dosando bene le mie energie e cercando di apprezzare il più possibile ciò che mi circonda; passato il terzo tornante si attraversa il minuscolo borgo di Bousieyas, ad un’altitudine di 1880 metri, qui inaspettatamente, proprio quando ormai avevo perso ogni speranza, incontro in una piccola piazzola sulla sinistra una sorta di baretto dove c’è anche l’unica fontana della salita.
È ancora chiuso ma la fortuna questa volta è dalla mia parte. Fuori, tra i tavoli, c’è la proprietaria che sta apparecchiando per i turisti, è una ragazza molto gentile e sorridente, al contrario del tipo che è dentro, che nemmeno mi degna di uno sguardo e accenna appena ad un saluto sforzato; con un po’ di fatica riesce ad illustrarmi il menù per la colazione, specificandomi orgogliosamente che è tutto di produzione propria.

Mi accomodo nel primo tavolinetto accanto alla fontana in compagnia del loro cane. Intanto tra le vette e le nubi inizia a fare capolino un timido sole e mi metto subito in modalità lucertola. Dopo neanche cinque minuti mi viene servita una ricca colazione, finalmente riesco a mettere qualcosa di sostanzioso sotto i denti. Era ora!
La colazione è ottima e abbondante, mi sento decisamente meglio e posso riprendere la salita con il sorriso. Saluto la gentile ragazza, una carezza al cane e via a pedalare su per i tornanti. Superata la serie di questi, circondato da simpatiche marmotte che spuntano in ogni dove, si arriva al borgo abbandonato di Camp des Fourches a 2289 metri di quota. L’atmosfera in questo luogo è spettrale!

Da qui un tratto anche in leggera discesa mi porta fino all’ultimo tratto di salita. Inizia a comparire un po’ di traffico, composto per lo più da motociclisti. Un ultimo sforzo e, dopo questa lunga risalita in costa, arrivo finalmente al valico del Col de la Bonette a 2715 metri; di certo ora non posso assolutamente scendere a valle senza non aver prima compiuto il giro della Bonette, dal valico infatti si dirama un tratto di strada, a senso unico, che permette di aggirare la sommità della montagna, la Cime de la Bonette, in un paio di chilometri.

Quindi imbocco la breve variante denominata C1 e percorro l’ultimo tratto in salita, lungo circa un chilometro e con pendenze molto severe, una lingua di asfalto che si inerpica sul fianco destro della montagna fino ad arrivare ad una stele posta a quota 2802 metri.

Nemmeno in macchina ero mai arrivato ad un’altitudine simile, dalla piazzola dove è posta la stele è anche possibile salire a piedi fino alla Cima della Bonette a quota 2860 metri. Dopo aver fatto la solita foto di rito, mi concedo una meritata pausa per contemplare l’immenso panorama che mi si para davanti agli occhi; mentre mi gusto lo spettacolo scambio due chiacchiere con un motociclista italiano molto simpatico. Mentre indosso la mantellina ci salutiamo e riscendo il breve segmento della variante fino al Col de la Bonette e poi via giù verso la valle dell’Ubaye.
Mi aspetta una lunga discesa di ventiquattro chilometri fino al centro di Jausiers dal quale si risale lungo il fiume Ubaye, fino al bivio tra il Col de Vars e il Col de Larche. Arrivato a valle mi fermo un minuto giusto il tempo di togliermi la mantellina.

Costeggiando il fiume si incontra il centro abitato di La Condamine Châtelard e, poco dopo averlo superato, si può ammirare, in alto sulla sinistra, il forte di Tournoux, collocato in una posizione strategica, nel punto di incontro tra le valli Ubayette e Ubaye: si sviluppa per centinaia di metri tra la roccia, davvero spettacolare, meriterebbe sicuramente più tempo ed una bella visita, ma ora non sono qui per questo.
Subito dopo si arriva all’incrocio che a sinistra porta al Col de Vars, mentre svoltando a destra si risale verso il Col de Larche o Colle della Maddalena.
Da qui inizia la mia seconda salita di giornata con un primo tratto in forte pendenza che mi fa guadagnare subito quota. Dopo il primo tornante dalla strada si può godere di una splendida visuale sulla valle.
D’ora in poi la salita scorre tranquilla, non ci sono pendenze rilevanti, raramente si sale sopra il cinque percento. Il traffico in alcuni momenti è un po’ sostenuto, ma tutto sommato tranquillo.

Si attraversano i piccoli centri di Meyronnes e Larche che insieme, dal 2016, formano il comune di Val-d’Oronaye.
Sono quasi le tredici quando finalmente arrivo su, al colle della Maddalena, la solita foto e parcheggio la bici sotto al ristorante che si trova di fronte al cartello, metto la mantellina, poiché c’è un vento abbastanza fastidioso, e salgo a mangiare un boccone.
Ordino subito un bel panino, birra media e una Coca-Cola. Mentre aspetto che sia pronto il panino scambio due chiacchiere con il tipo al bancone, gli spiego al volo l’itinerario della tappa di oggi e, con un’espressione interrogativa, mi chiede “ma sei con il rampichino?”.
Comunque mi fa una stima approssimativa su quanto possa mancare ancora fino a Castelmagno e, secondo lui, ci vorranno almeno due ore e mezza tre prima di arrivare.
Non conosco né la strada né la salita ma di istinto mi sembra molto ottimistica come stima, secondo me ce ne vorranno almeno quattro anche in virtù delle mie condizioni fisiche, la stanchezza comincerà a farsi sentire sempre di più nel pomeriggio.

Mangio e mi rilasso un po’, seduto su di uno sgabello, in mezz’ora sono di nuovo pronto per riscendere la Valle Stura fino a Demonte, da dove inizierò la mia ascesa al Colle dei Morti… solo il nome è tutto un programma.
Dal colle della Maddalena si affronta una lunghissima discesa di quasi 42 chilometri, anche abbastanza trafficata, per di più ci sono anche diverse gallerie non illuminate. Risulta comunque essere una bella volata panoramica verso il fondovalle. All’altezza di Vinadio incontro lo svincolo che porta al colle della Lombarda, dal versante italiano, un po’ si ravviva la delusione per non averlo scalato ieri, ma pazienza, non mancherà di certo occasione in un futuro, che spero prossimo.
Arrivo a Demonte, aspettando in coda al semaforo insieme alle auto mi giro e vedo, dall’altra parte della strada, il cartello che indica la salita al Colle dei Morti, nome che racchiude tutta la drammaticità degli eventi di cui è stato incolpevole teatro.

I chilometri che mi separano dal valico sono poco meno di venticinque, e di passione aggiungerei.
Attraverso la strada e imbocco la salita. Subito le prime rampe all’undici percento mi fanno capire che aria tira, inizialmente non era previsto un passaggio attraverso il Vallone dell’Arma, l’ho incluso proprio poco prima di partire. Non lo conoscevo, se non per sentito dire, e, nonostante la sua durezza, sono felice di averlo fatto entrare a far parte del mio viaggio. Penso che tornerò di nuovo, per affrontarlo dall’altro versante.
L’ascesa procede lenta e un po’ sofferta, il peso delle borse si fa sentire tutto, le pendenze non aiutano per niente ed è anche abbastanza caldo; unica nota positiva il traffico quasi nullo da queste parti e la presenza di diverse fontane.

La salita è ripida e molto dura, di contro offre un bellissimo paesaggio quasi incontaminato. Dopo circa quindici chilometri arrivo finalmente al rifugio del Carbonetto; fin qui non è stata una passeggiata e mi concedo una breve sosta per recuperare un po’ di forze per affrontare la parte finale del vallone, la più impietosa, così prendo una birra ed una Coca-Cola.
Il tempo inizia a cambiare rapidamente e si sta alzando un forte vento. Riprendo la salita con tutta calma, oramai sono vicino, mancheranno una decina di chilometri e sto rispettando i tempi.

Dopo circa sei chilometri di dura salita immerso in un austero scenario, inizio finalmente a vederne la parte finale, salgo ancora e arrivo in prossimità degli ultimi due tornanti mentre inizia a scendere una leggera pioggia, che nemmeno mi dispiace. Affronto il primo a sinistra con un successivo breve tratto in moderata pendenza, poi un ultimo a destra e sono arrivato al bivio con il colle di Valcavera, da qui finalmente l’ultimo pezzo con pendenze decisamente più dolci che portano al valico del colle dei Morti.
Dopo questa lunga salita conquistata a fatica un metro dopo l’altro, mettendoci corpo e, soprattutto, anima, sono finalmente in cima e posso godermi la gioia del momento. La soddisfazione è davvero tanta per aver raggiunto anche questo traguardo e nei tempi prefissati; nonostante il peso e il dispendio di energie necessario, inserire questo passaggio si è rivelata un’ottima scelta, ne è valsa assolutamente la pena.

Ora mi trovo qui a 2481 metri di altitudine, lontano da tutto e tutti, tra queste enormi guglie rocciose, il cielo nuvoloso così vicino, il vento e la pioggia leggera che cade. Ci sono solo io a contemplare questo scenario stupefacente, che meraviglia!
Mentre con un sorriso compiaciuto scatto due foto, mi copro bene e, prestando molta attenzione, mi avvio per questo stretto e ripido discesone verso Chiappi, nel comune di Castelmagno, dove passerò la notte. Adesso fa anche un gran freddo, la strada non è il massimo e ci sono una ventina di mucche ad ostacolare il mio passaggio. Poco male, oramai sono quasi arrivato a destinazione e mi sento abbastanza tranquillo, nonostante inizi a far buio.

Finalmente raggiungo l’hotel “La Meiro”, una bella struttura incastonata in questo splendido paesaggio di alta montagna, si respira un’aria genuina da queste parti, lo consiglio vivamente a chi dovesse trovarsi a visitare questo spettacolare angolo di montagna.
Salgo in camera, sono molto stanco e non vedo l’ora di fare una bella doccia calda e rilassarmi una mezzoretta prima della cena. La stanza è molto accogliente ed ha una splendida vista sulle vette che circondano il paese.
Scendo per la cena e questa sera la musica è decisamente diversa, non solo il cibo è squisito ma c’è anche un’ottima compagnia in sala; oltre ai proprietari, persone davvero piacevoli, c’è anche un gruppetto di simpatici motociclisti pugliesi; la serata scorre piacevole mentre racconto un po’ la mia avventura ai presenti. Sono tutti molto incuriositi da questo mio viaggio.

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