Auto impazzite, strade killer e giornali che raccontano una realtà che non esiste

24 Settembre 2018

Può un oggetto inanimato provocare morti e feriti nella vita reale? A quanto pare sì, stando alle cronache giornalistiche che ci sbattono in faccia la cruda realtà: solo in Italia i cosiddetti “incidenti stradali” – che sarebbe opportuno non chiamare così, come spiegherò in seguito – mietono ogni giorno una decina di morti e un numero ancora più alto di feriti, ma a questa mattanza quotidiana ci siamo totalmente assuefatti, tanto che viene rubricata nelle brevi, nei trafiletti di cronaca e non ci facciamo quasi più caso a meno che non siano coinvolti personaggi pubblici in vista e allora lì si va in prima pagina.

Il lessico utilizzato e il taglio che viene dato a questi fatti di cronaca ormai è diventato un genere giornalistico a parte: l’incidentismo, dove chi guida un mezzo a motore e provoca un investimento (spesso mortale) viene deresponsabilizzato fin dal titolo. “Auto investe pedone”, “Strada killer”, “Tragica fatalità”, “Terribile incidente”: e via così, da una frase fatta all’altra, in un turbinìo di espressioni trite e ritrite che non spiegano o, nel peggiore dei casi, mistificano la realtà.

Le notizie di prima mano di questi avvenimenti, di solito, vengono veicolate da chi viene chiamato a ricostruire la dinamica dei fatti per valutare danni e responsabilità: vigili urbani, polizia o carabinieri. Con il risultato che il primo lancio di agenzia e il primo articolo online che riportano la notizia spesso si limitano a copia-e-incollare lo scarno comunicato prodotto dalle fonti, senza ulteriori verifiche. Basta aggiungere l’espressione “secondo le prime ricostruzioni” assieme a “l’esatta dinamica è ancora in corso di accertamento” per cavarsi d’impaccio e non suscitare nel lettore troppe domande: poi, in caso, si vedrà.

Il problema ora è il titolo, già il titolo: di chi è la colpa? Nel dubbio – “in attesa che le indagini facciano il loro corso” – che cosa c’è di meglio che farla assumere a un oggetto inanimato come l’automobile? Magari in concorso con le cattive condizioni del manto stradale: d’altra parte “l’asfalto reso viscido dalla pioggia” è un indiziato perfetto. Ma c’è un ma: di per sé né l’automobile (che nonostante si chiami così non si muove da sé, ndr) né l’asfalto compiono azioni volontarie: è la persona alla guida che li mette in correlazione, determinando gli eventi. Troppo spesso il fattore umano viene messo in secondo piano e sminuito, quando invece è fondamentale: la distrazione al volante e la velocità eccessiva determinano la maggior parte dei cosiddetti “incidenti” forieri di investimenti mortali.

Peraltro l’alta frequenza con cui avvengono questi fenomeni – quindi tutt’altro che incidentali – ci ha ormai assuefatto alla loro presenza, fanno parte del contesto urbano ed extraurbano in cui ci muoviamo: però pensiamo che, in fondo, si tratti di un qualcosa lontano da noi, che non ci tocca da vicino. Dentro l’abitacolo – in cui si respira un’aria più inquinata di quella esterna – pensiamo di essere pressoché invulnerabili e sottostimiamo ampiamente il pericolo legato alla guida: decenni di comunicazione pubblicitaria martellante ci hanno indotto a pensarla così, tanto da autoconvincerci che non ci sia nulla di più sicuro che guidare un’automobile. Finché la suddetta non “impazzisce”, “si sfrena” e provoca incidenti.

Ci crediamo autoassolti ma siamo lo stesso coinvolti, lo constatiamo ogni giorno ed è ora di aprire gli occhi su questo. Il potenziale letale di un’automobile è davvero molto alto: basta pigiare troppo il piede sull’acceleratore e quel mezzo di trasporto si trasforma in un’arma pronta a mietere vittime. Non a caso negli ultimi anni è stata scelta dai terroristi per seminare paura e morte. I mass media tengono molto alta l’attenzione e la tensione sul tema, tanto che siamo tutti molto spaventati dalla possibilità di essere coinvolti in un attacco terroristico, perpetrato a bordo di un’auto o meno, eppure un’infografica prodotta dalla testata tedesca Süddeutsche Zeitung mostra plasticamente che nel 2017 in Europa le morti causate dal terrorismo sono state 68, quelle legate ai cosiddetti incidenti stradali 25.300. Per ogni vittima del terrorismo ci sono state 372 vittime della violenza stradale. E questo è un fatto.

Recentemente a Roma, nei pressi di San Pietro, un automobilista “per cause ancora in corso di accertamento” in Via della Conciliazione ha perso il controllo del mezzo “forse per l’asfalto reso viscido dalla pioggia” e ha centrato una famiglia che stava sul marciapiede: però “si è fermato a prestare soccorso”. Per un breve lasso di tempo, quando non si avevano notizie più dirette sull’accaduto, in molte redazioni si è accesa una spia rossa: la vicinanza con la Santa Sede e l’investimento multiplo sul marciapiede potevano far pensare a un attacco terroristico e dunque la notizia sarebbe stata da primo scroll in homepage e da prima pagina sul cartaceo del giorno dopo. Quando poi si è accertato che si trattava “solo” di un incidente stradale la notizia è stata relegata in una breve di cronaca locale e, il giorno dopo, in un trafiletto nelle ultime pagine.

Un sistema dell’informazione che non considera come emergenza il traffico motorizzato e tutti i rischi reali che si porta dietro non sta raccontando la realtà: utilizza espressioni autoassolutorie, sposta il problema sul mezzo e non su chi lo guida, opera strategie di distrazione di massa per indurre i lettori a pensare che l’automobile sia un luogo familiare, sicuro e confortevole dove basta affidarsi alla tecnologia per non correre quasi alcun pericolo.

Se cominciassimo a chiamare le cose col loro nome, forse ne avremmo una diversa percezione: anche se ci crediamo autoassolti siamo lo stesso coinvolti. E i cosiddetti “incidenti stradali” non esistono: ci sono persone che guidano senza rispettare le regole e con il loro comportamento – utilizzando un mezzo a motore come se fosse un’arma – provocano vittime innocenti. “Basta morti in strada” dovrebbe essere un obiettivo programmatico per gli amministratori a tutti i livelli: troppo spesso è solo un appello gridato dai familiari di vittime della strada, che quando riescono a far sentire la propria voce finiscono in un trafiletto di cronaca, in una breve senza foto, persi in un oceano di inchiostro e bit, naufraghi in un sistema dell’informazione che li ignora.

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