MENU
viaggi girolibero

Il Guatemala in bici e una sosta forzata nella capitale

Diari, News • di 19 Aprile 2019

E così alla fine è successo anche a noi. Dopo quasi 5 anni, 1735 giorni, di vita in strada esposti a qualsiasi tipo di intemperia o situazione possibilmente pericolosa, uno di noi due si è ammalato e siamo dovuti andare in ospedale. A Daniele è stata diagnosticata una polmonite atipica, la tesi dei medici è che con le difese immunitarie basse causa mononucleosi, le spore di un fungo siano entrate attraverso le vie respiratorie, annidandosi nei polmoni e causando una grave polmonite. 8 giorni di ospedale, sottoposto a tanti esami e medicamenti pesanti.

Sono già due settimane che è stato dimesso ma il nostro viaggio dovrà fermarsi per un po’, almeno un mese, per essere certi che Daniele abbia recuperato al meglio e possa tornare a pedalare. La fortuna ha voluto che tutto ciò accadesse proprio mentre eravamo qualche giorno nella capitale del Guatemala, Nuova Guatemala dell’Assunzione, così pare si chiami ufficialmente. Fortuna, perché almeno qui in città ci sono diverse strutture sanitarie decenti, tutte private ma con standard decisamente europei. In questi giorni spesso mi sono fermata ad immaginare cosa sarebbe accaduto se ciò fosse successo mentre eravamo in una delle tante zone remote che ci siamo trovati ad attraversare. E quando dico attraversare, non intendo per un centinaio di chilometri, ma per giorni e giorni. Zone dove la struttura sanitaria più vicina si trova a giorni di macchina. Beh probabilmente se fosse successo in quel contesto oggi non sarei qui a scrivere di un recupero, ma di un ricordo. Meglio non pensarci allora

Certo Città di Guatemala non è forse la città più attraente dove spendere del tempo. Martoriata dal traffico e dalla delinquenza. Il solo tratto di strada da casa al supermercato, 800 metri, è un avventura. Niente borse a vista o cellulari in mano, potresti attirare l’attenzione di qualche delinquente, e per attraversare la grande “avenida” bisogna aspettare minuti a lato delle strisce pedonali, aspettare che qualche buon’anima decida di rallentare dai suoi 80 km/h e farti passare. Certo, dovrei sentirmi come a casa, Roma, ma quella città ormai dopo 5 anni è un lontano ricordo, nel mezzo ci sono state tante troppe esperienze. Città del Guatemala non è però tutto il Guatemala. L’impressione che abbiamo avuto nelle due settimane che abbiamo impiegato per pedalare dal confine con il Messico alla capitale, sono in netto contrasto con il clima di terrore che si vive in città e attraverso i telegiornali. Forse perché, come sempre, abbiamo scelto un percorso lontano dai grandi centri urbani e turistici, un percorso attraverso le piccole realtà contadine sperdute raggiungibili solo con strade e sentieri sterrati, impolverati e sassosi.

Era da tanto tempo che la curiosità della gente non scandiva le nostre giornate. Siamo entrati in Guatemala dal confine con il Chiapas, una zona particolarmente difficile del Messico. Stupenda ma difficile. Difficile a causa della diffidenza delle persone, soprattutto nelle zone rurali ed isolate. Non passava giorno in cui non dovessimo spiegare alle autorità locali cosa stessimo facendo e perché volessimo passare proprio attraverso quel paese su quella strada. Le mille domande che ci venivano rivolte non erano di curiosità ma di accertamento. Volevano essere certi che non fossimo dei ladri di bestiame, degli agenti del governo o qualsiasi altro tipo di minaccia per la comunità. Passata la tensione scattava poi, in pochi casi, anche la curiosità.

Entrati in Guatemala invece la curiosità morbosa delle persone, che non vivevamo dall’Asia, ha portato noi ad essere diffidenti, forse perché non più abituati! Diffidenza verso il signore motociclista che ci vede riposare lungo la strada e decide di tornare indietro e farsi due chiacchiere con noi. Vuole sapere di dove siamo, dove andiamo, non ha mai visto due ciclisti su quella strada ed è davvero contento che stiamo attraversando il suo paese. Diffidenza che finalmente si estingue grazie ad Ed, giovane poeta e fotografo guatemalteco, che ci ferma lungo la strada per invitarci a casa sua, nel piccolo paese di Inchehuech, sperduto lungo una sterrata in salita che ci ha messo a dura prova. Il suo entusiasmo è così forte quasi da sembrare irreale, invece è proprio vero! Sogna un viaggio in moto dal Guatemala verso il Sud America e vuole conoscere tutti i nostri “segreti”.

Passiamo una notte con la sua famiglia, una tipica famiglia rurale guatemalteca: 3 figli, 2 maschi ed una femmina, 2 genitori. La figlia femmina, forse sui vent’anni, già sposata con un figlio di circa 3 anni che vive a casa con i genitori e si occupa di tutte le faccende domestiche. È lei che cucina, lava, pulisce, accende il fuoco (già il fuoco, non esiste il gas, ma un focolare che ogni santa mattina lei deve avviare lottando con la legna umida). I due genitori entrambi pastori per la chiesa cristiano evangelica del paese. La prima religione del paese è ufficialmente la Cattolica, ma da qualche anno c’è stato un boom dei cristiano evangelici. Non mi stupisce affatto scoprire che tra gli uomini più abbienti del Guatemala c’è un tale Cash Luna, primo pastore del paese per il quale è stata costruita una delle “chiese” evangeliche più grandi al mondo. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo ad Ed e alla sua famiglia. Il fratello più piccolo di Ed, 16 anni, è emigrato clandestinamente negli USA ed ora cerca di ottenere lo stato di rifugiato, data l’età (minorenne) e la provenienza. No, non è una storia isolata. Potrei scrivere migliaia di pagine di racconti sulle persone che abbiamo incontrato tra Messico e Guatemala che hanno vissuto negli USA illegalmente, partite pagando ingenti somme di denaro ai trafficanti che chiamano coyotes o polleros. Poi c’è Ed, lavora come guardia in una banca e nel tempo libero gestisce una pagina Facebook dove pubblica poesie e foto del suo meraviglioso paese. E c’è la zia di Ed, che non parla spagnolo ma solo jacalteco, la lingua indigena di questa area. In Guatemala vivono circa 16 milioni di persone il 40% delle quali appartiene a diverse etnie, ognuna con una propria lingua e cultura.

Già perché nonostante la fama di violenza, il Guatemala è davvero stupendo e gran parte della sua bellezza è proprio la forte identità etnica dei suoi abitanti. Noi abbiamo attraversato le zone dei Mam, dei Kiché e Jacaltechi, pedalando prevalentemente nella Sierra dei Cuchumatanes, il tratto più elevato del Guatemala, un altopiano posto a 3000 metri di quota. Ci siamo goduti i colori sgargianti degli abiti tipici di Todos Santos e siamo rimasti ammaliati dalle donne che ancora oggi tessono i propri vestiti con rudimentali telai.

Abbiamo anche provato a visitare le zone più turistiche, come il Lago di Atitlan, e come sempre ci siamo sentiti pesci fuor d’acqua. Circondati da giovani backpackers alla ricerca del paradiso perduto, completamente ignari della realtà di questo paese fuori dalle ricche zone turistiche. Posti dove i locali giustamente cercano di trarre profitto da qualsiasi cosa e così se vuoi godere del panorama sul lago devi pagare una quota al proprietario del belvedere, se vuoi salire sulla montagna più vicina, devi pagare una quota per ogni terreno che attraversi lungo il sentiero. Insomma, non il nostro posto ideale e non tanto per i soldi, ma per il rapporto che si crea tra locali e stranieri.

Non c’è più la curiosità di Ed, il suo genuino voler condividere il suo tempo con chi viene da lontano, ma c’è solo lo sterile rapporto tra venditore di esperienze e compratore. Sono posti dai quali cerchiamo di scappare il più velocemente possibile. Questa volta però non riusciamo. Per arrivare ad Atitlan abbiamo percorso una serie di sterrati e sentieri degni di una gara downhill, proprio sull’ultimo tratto di discesa al lago Daniele cade, stampandosi brutalmente a terra in una nuvola di polvere e molto probabilmente spore di funghi.

È proprio qui, in questo punto che comincia il declino della sua salute che culminerà un paio di settimane dopo nel ricovero per polmonite. Tutto avremmo pensato, mentre scendevamo lungo quei sentieri sgarrupati, tranne che sarebbe stata una polmonite a fermarci. E così ci ritroviamo in questa città da milioni di abitanti e milioni di macchine, in attesa di poter tornare in sella, direzione ostinatamente verso sud.






5 Risposte a Il Guatemala in bici e una sosta forzata nella capitale

  1. stefano ha detto:

    diciamo che è un modo di intendere il cicloturismo leggerissimamente differente dal mio…

  2. Simona ha detto:

    Ciao Stefano, in effetti è difficile definire il nostro viaggio. Dopo tutto questo tempo, nemmeno viaggio sembra più la definizione adatta. Certamente ci sono molti modi per intendere il cicloturismo, modi definiti da come ci piace fare cicloturismo. A te come piace? Qual è il tuo modo di intendere il cicloturismo? Ci piace conoscere le diverse possibilità ^_^

  3. Luca [email protected] ha detto:

    Bellissimo racconto e avventura stupenda, complimenti! Ma chi siete? Avete una pagina social sulla quale vi si puo seguire? Buona pasqua e soprattutto tanti cari auguri di pronta guarigione!

  4. Simona ha detto:

    Ciao Luca, puoi seguirci alla pagina BeCycling.net
    https://m.facebook.com/becycling.net/
    Siamo Simona e Daniele, due “ragazzi” di Roma partiti qualche anno fa ^_^
    Trovi altre informazioni anche sul sito http://www.becycling.net
    Un caro saluto

  5. ginello ha detto:

    Ciao ragazzi, vi seguo da quando siete partiti. Buone pedalate e buon recupero!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *