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Il neurochirurgo: “Ma quale casco obbligatorio? Per salvare vite bisogna ridurre le velocità”

News, Rubriche e opinioni • di 15 Luglio 2019

Sulla proposta di introdurre l’obbligo d’uso del casco nella riforma del codice della strada, riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento del neurochirurgo dott. Pasquale Donnarumma.

Rimasi colpito nel leggere la fine di Eschilo, il grande poeta tragico della Grecia antica, avvenuta in Sicilia nel V secolo aC.

La leggenda narra di un trauma cranico dalla dinamica piuttosto singolare, ovvero la precipitazione dal cielo di un oggetto contundente, nella fattispecie… una tartaruga. L’Oracolo lo aveva avvisato che sarebbe morto per “qualcosa che cade dall’alto” ma non avrebbe immaginato che, mentre passeggiava per le strade della bellissima Siracusa, un’aquila che volteggiava nel cielo soprastante lasciasse cadere la preda che stringeva tra gli artigli.

La tartaruga precipitò come un macigno sulla testa pelata del grande drammaturgo, il quale morì sul colpo.
Rileggendo questa vicenda con gli occhi di un contemporaneo ci verrebbe da chiedere: “ma se Eschilo quel giorno avesse indossato una protezione per esempio un casco, si sarebbe salvato?”.

La risposta che ci verrebbe di getto sembrerebbe pleonastica. Il casco è uno strumento utile a proteggere il cranio da traumi e urti di ogni tipo, dalla caduta oggetti nei cantieri alle cadute e agli incidenti stradali. In questi giorni in Italia (e da molto tempo nel resto del mondo) si dibatte sull’utilizzo del casco in bicicletta, sulla sua obbligatorietà e sulla sua reale efficacia.Un neurochirurgo inglese ha definito “inutili” i caschi in bici in un’intervista al The Telegraph, ma è davvero così?

Le evidenze scientifiche

cervello

Analizzando i più recenti articoli presenti in letteratura scientifica viene fuori un quadro indicativo molto interessante.
Un lavoro del 2018 di un gruppo di ingegneri meccanici giapponesi intitolato “Efficacia dell’utilizzo del casco in bicicletta per impatti frontali contro un veicolo e contro il manto stradale” conclude che indossare il casco in bicicletta riduce significativamente il numero di fratture della volta cranica per impatti frontali a 35 km/h contro un’automobile e a 20 km/h contro il manto stradale. Un gruppo di ingegneri americani invece, sempre nel 2018, ha pubblicato uno studio in cui poneva l’attenzione sulla forma e sulla tipologia dei caschi da bici, in particolare quelli “leggeri” che non proteggono accuratamente la zona temporale (Differences in Impact Performance of Bicycle Helmets During Oblique Impacts).

Come è noto da secoli agli operatori sanitari, e in particolare a noi neurochirurghi, la zona temporale è una parte molto delicata della scatola cranica ed è una delle più sensibili ai traumi laterali e obliqui, quelli cioè che più frequentemente si osservano negli incidenti stradali. Alcuni modelli di caschi per bici, quelli a forma di “scodella” per intenderci, non offrono alcuna protezione alla zona temporale. Lo studio conclude che, per migliorare la tenuta dei caschi nel contrastare gli impatti obliqui, è necessario migliorare i test anche sui margini dei caschi, di cui disponiamo di pochi dati.
È utile poi citare questo studio recentissimo del marzo 2019 in cui un gruppo di chirurghi Maxillo-Facciali in Germania ha evidenziato come, seppur il casco da bici sia utile nel prevenire le lesioni della volta cranica, non abbia alcuna efficacia nel prevenire i traumi del volto e dello scheletro facciale.

Le implicazioni

Dopo questa prima revisione della letteratura recente ci viene quindi da fermarci e fare un primo ragionamento. Se i caschi progettati per andare in bicicletta hanno una discreta utilità nel prevenire i traumi della volta cranica, una non sempre efficacia nel prevenire i danni laterali e una assoluta inefficacia nel contrastare i traumi facciali, perché sono omologati in bicicletta nell’uso urbano? Non è forse contro le automobili e contro veicoli che vanno a velocità molto maggiore della bicicletta che avvengono la maggior parte (quasi totalità) dei traumi cranici in bici? Perché non vengono omologati dei caschi integrali come quelli che si usano in moto, che sono di gran lunga più efficaci?

Proseguendo nel ragionamento e nell’analisi della letteratura scientifica, si trova questo lavoro del 2017 di un gruppo di medici del Dipartimento di Emergenza (pronto soccorso) di due grosse università statunitensi: “Fattori che influenzano la gravità dei danni riportati dai ciclisti coinvolti in incidenti stradali analizzando i seguenti fattori: piste ciclabili, consumo di alcol, luci, velocità, uso del casco”.
I ricercatori concludono che i fattori che sono maggiormente correlati con i traumi cranici dei ciclisti sono:

1. la velocità dell’automobile;

2. il consumo di alcol da parte dell’autista;

3. le condizioni di illuminazione.

Questi tre fattori sono decisamente più responsabili della gravità dei traumi cranici rispetto all’utilizzo della pista ciclabile e, controintuitivamente, dell’uso del casco.

L’esperienza personale

Nella mia esperienza di oltre 10 anni di neurochirurgo e neurotraumatologo posso confermare che il maggiore responsabile di gravi lesioni in caso di incidenti stradali è sempre la velocità. Detto in breve, non ricordo di aver mai visto sotto i ferri per emorragia cerebrale un paziente coinvolto in un incidente a bassa velocità.

Mai.

Mentre mi è capitato qualche volta di operare per emorragia pazienti che indossavano il casco, coinvolti loro malgrado in bruttissimi incidenti di cui, spesso, non avevano alcuna responsabilità.

Il casco, anche quello della migliore manifattura, integrale, infrangibile può salvare la vita, ma non sempre o meglio, non in tutti i casi. Quando la velocità e eccessiva l’energia cinetica che si scarica sull’encefalo può produrre dei danni cerebrali anche irreversibili in assenza di fratture o emorragia (danno assonale diffuso), senza considerare le lesioni cervicali e della giunzione cranio cervicale, che possono essere mortali anche in presenza del casco (e su questo punto ho ancora davanti agli occhi il terribile incidente che costò la vita in moto allo straordinario Marco Simoncelli). Questo detto senza prendere in considerazione altri tipi di danni, potenzialmente mortali o potenzialmente invalidanti (emorragie addominali, fratture vertebrali e degli arti, lesioni vascolari, lesioni polmonari ecc).

La maggior parte dei traumi cranici gravi in bicicletta avviene per investimento da parte di una automobile.

Dove intervenire?

Qualche Stato ha cominciato a pensare che, aumentando il numero di biciclette, e soprattutto destinando il traffico e la strada al solo utilizzo della bicicletta, si possa ridurre sensibilmente il numero di traumi cranici e la loro gravità. Questo è il modello adottato in primis dalla città di New York, chiamato “safety in numbers”, e seguito da moltissime città del nord Europa, capitanate da Copenaghen e Amsterdam. Aumentando il numero di ciclisti aumenta la loro sicurezza.

L’obiettivo è quello di mettere in sella più persone possibili. Gli effetti sono benefici per tutti: per il ciclista che riduce il suo rischio cardiovascolare nonostante l’inquinamento, per le emissioni di CO2, per la qualità di vita delle nostre città, per il traffico di automobili sulle nostre strade, per la riduzione di tutti i tipi di incidenti stradali.

Il casco quindi, essendo uno strumento di protezione, deve essere consigliato ai ciclisti, soprattutto ai bambini, agli anziani e ai soggetti più a rischio. Un casco che sia opportunamente protettivo, sicuro, di qualità e ben allacciato può salvare la vita in caso di incidente. Sulla sua obbligatorietà invece si deve discutere, in quanto è stato più volte notato che funge da deterrente all’utilizzo della bicicletta, in opposizione al concetto del “safety in numbers”. Se si vogliono mettere in sicurezza i ciclisti le misure più efficaci da prendere in considerazione sono:

1) Ridurre la velocità delle automobili a max 30 km/h nei centri urbani;
2) Creare piste e corsie a uso esclusivo delle biciclette;
3) Mantenere elevati gli standard di illuminazione sia del ciclista (luci, abbigliamento, ecc) che della strada (illuminazione, asfalto ad alta visibilità ecc)

Concludendo

C’è poi da considerare un’ultima evidenza clinica.

La maggior parte dei traumi cranici negli incidenti stradali non avvengono a discapito degli utenti delle due ruote, ma per i pedoni e per gli automobilisti. Seppure anche questo aspetto non sia molto intuitivo, si deve constatare che la maggior parte delle emorragie cerebrali traumatiche che vengono sottoposte a intervento chirurgico sono causate da investimento di pedoni oppure da collisione tra due veicoli. Circa il 48% degli interventi chirurgici per trauma cranico sono da imputare alla velocità delle automobili e al loro effetto distruttivo. Come rilevato dall’Osservatorio Nazionale Ambiente e Traumi (ONAT), inoltre, in Italia la causa più importante di trauma cranico è la caduta accidentale in ambiente domestico.

Se i traumi cranici sono così frequenti tra gli anziani che stanno a casa, se sono così frequenti tra i pedoni e tra gli automobilisti, non dovrebbe essere consigliato o (provocatoriamente) reso obbligatorio l’utilizzo del casco anche da parte di questi soggetti “a rischio”?

In conclusione torniamo alla vicenda del nostro Eschilo. L’Oracolo lo aveva avvisato, qualcosa lo avrebbe colpito in testa! Come ci saremmo comportati se fosse vissuto ai giorni nostri, cosa avremmo fatto? Gli avremmo suggerito di indossare il casco sempre… anche per una passeggiata?

Dott Pasquale Donnarumma
Neurochirurgo







5 Risposte a Il neurochirurgo: “Ma quale casco obbligatorio? Per salvare vite bisogna ridurre le velocità”

  1. Jean ha detto:

    Ma vi rendete conto che sono le stesse obiezioni che si sentivano per i caschi da moto e per le cinture di sicurezza. Indossiamo il casco e basta! Forse non sempre ci salva la vita ma qualche volta si è questo è più che sufficiente

    • Ciclista Sdraiato ha detto:

      O un’armatura di cartone pressato, vista l’efficacia dei caschi per ciclisti in commercio attualmente. Ricordo benissimo che quando venne introdotta l’obbligatorietà del casco per i motociclisti, molti erano tentati di acquistarli non omologati per risparmiare. Mi sa che un bel po’ di centauri lo fece e qualcosa mi dice che in ambito ciclistico succederebbe la stessa cosa, riducendo ulteriormente una protezione già di per sé risicata; tanto nessuno controlla…
      E poi scusa, ma perché non cercare di ridurre le cause degli incidenti anziché bardarci come se dovessimo andare in guerra, visto che da quel che ho dedotto leggendo questo articolo, l’unica protezione che potrebbe salvare la vita (e i connotati) sarebbe un bel casco integrale da motociclista?
      Anche per questo io sono per suggerire l’uso del casco ma non per renderlo obbligatorio

    • Giovanni ha detto:

      Jean, ridurre i limiti di velocità (e magari usare la bici al posto dell’auto) salverebbe certamente ancor più vite! Le vite di pedoni, ciclisti, motociclisti e persino degli automobilisti! Quindi rileggi l’articolo e prova a pensare qual’è la soluzione più intelligente…

  2. Ozzy ha detto:

    Ok, si puo’ discutere sulla legittimita’ dell’obbligatorieta’, pero’ l’utilita’ del casco e’ oggettivamente dimostrata.
    La bici e’ un mezzo instabile per natura, direi che le probabilita’ di urtare il pavimento con la capoccia siano piuttosto superiori di quelle che una tartaruga possa piovere dal cielo..
    Io sono contro l’obbligo del casco, ma lo indosso sempre.
    Detto questo, ben venga l’attenzione spostata sulle REALI cause di incidenti per le bici.

  3. Alex ha detto:

    Lo dice lui stesso

    Il casco, anche quello della migliore manifattura, integrale, infrangibile può salvare la vita, ma non sempre o meglio, non in tutti i casi

    Ma quei casi sono preziosi!! A me ha salvato la vita.

    Indossatelo!

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