Bike to work: i miei primi 30 chilometri in giornata, ecco com’è andata (e ritorno)

17 Settembre 2020

Come dicevo in conclusione del mio diario del primo giorno di bike to work, “domani parto da casa”. E così ho fatto. 

Ho messo la sveglia dieci minuti prima (perché non ho preparato vestiti e zaino la sera prima) e dopo una bella colazione sono scesa a prendere la bici, una carinissima city bike bianca e rosa muscolare. Vecchiotta, ma in forma.

Bikeitalia

Rapido check delle cose che mi servono e che ripongo comodamente nel cestino: zaino – c’è , lucchetto – preso, crema solare – eccola.

Poi indosso caschetto e guanti (ho imparato, visto?). C’è tutto. Incredibile, non ho dimenticato niente. Forse.

Guardo l’ora, è tardi. Non aver preparato le cose il giorno prima mi ha fatto perdere tempo e parto 15 minuti dopo la mia ideale tabella di marcia (basata su mere supposizioni perché – ci credete? – non ho guardato la strada neanche oggi). Saluto la ragazza che fa le pulizie nel mio condominio che mi grida un daje d’incoraggiamento e comincio a pedalare. Il primo tratto è facile, strada dritta, sette chilometri di cui uno e mezzo addirittura su una ciclabile. 

Mi sale un po’ di tensione perché si sta avvicinando il fatidico momento in cui dovrò decidere se procedere contromano e/o marciapiede per accorciare o fare un chilometro in più per comportarmi in modo irreprensibile. Ho già capito che questo sarà il mio quotidiano patema. E per oggi vi lascerò con il dubbio sulla decisione presa…

Mi sembra ci sia meno traffico, ma mi sembra anche che siano tutti molto distratti, perciò alla terza auto che esce dal parcheggio senza guardare (lo so non è l’auto che deve guardare, ma il tizio/a che la guida…), decido di infilarmi nelle viette del centro per stare più tranquilla. 

Scelta sbagliata! 

Milano pavé
Stramaledetto pavé

Nelle viuzze incontro i miei due peggiori nemici, Pavé & Rotaia! È come una profezia che si autoadempie. Per non scivolare su un blocco di pavé infilo infatti la ruota anteriore in uno stramaledetto binario morto. Sento che sto per precipitare a terra, ma sono alta e riesco a poggiare in tempo il piede. Mi scivola comunque la bicicletta e mi si stacca il cestino per il sobbalzo (sbilanciato dallo zaino. Cosa dicevamo delle inutili carabattole?).

Nell’indifferenza generale dei passanti (compiti per tutti: imparare empatia e gentilezza. O almeno l’educazione) tiro su la bici e il cestino e cerco di pedalare, ma qualcosa non va. Guardo con il mio occhio professionale ed emetto la diagnosi: è scesa la catena

Lo so che state pensando eddai è una boiata, ci vuole un minuto… E fate bene a pensarlo. Infatti il gentile meccanico dell’officina per motorini e biciclette, incontrato pochi metri dopo, ci ha messo meno di un minuto. E si è accontentato di un grazie.

L’ultimo tratto lo percorro con molta calma e con lo sguardo impegnato a cercare solo belle strade asfaltate. Arrivo in ufficio ovviamente sudata, ma questa volta posso cambiarmi! e con l’aria un po’ sfatta e i capelli… vabbè lasciamo perdere. 

Come mi sento? Un po’ stanca, non tanto per i chilometri in più, quanto per il protrarsi dello stato di allerta che mi ha irrigidito un po’ le spalle. Ci ho messo più di un’ora, compresa la sosta catena e mi chiedo se mi sento di farlo tutti i giorni.

Proseguo questa riflessione sulla strada del rientro. Anche questa volta mi diverto di più che all’andata, sono rilassata e ci metto 54 minuti per fare i miei 15,7 chilometri, ma non è una gara per me: è aria sulla faccia, è sentire le gambe che girano. Anche in questo tragitto mi sono davvero goduta il viaggio. 

Milano ciclabile del Castello
Milano ciclabile del Castello

Insomma, oggi ho percorso più di 30 chilometri in bicicletta, un discreto allenamento che mi evita di andare in palestra; ho risparmiato i soldi del parcheggio e della benzina per arrivarci; ho contribuito alla salvaguardia dell’ambiente. Ma… domani, forse, riprendo la pieghevole.

Lezioni imparate  

  • preparare vestiti e zaino la sera prima;
  • portarsi una spazzola per i capelli (perché state andando al lavoro, è meglio darsela una pettinata dopo aver portato il casco);
  • essere gentili ed educati (vale per tutti);
  • imparare ad affrontare i binari senza paura: i binari si attraversano con un angolo superiore ai 30°, meglio a 60°;
  • imparare a rimettere la catena da soli, perché non è detto che dietro l’angolo ci sia il meccanico gentile;
  • non arrendersi (vale per tutto).

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