Allenarsi con semplicità per allenarsi bene

18 Dicembre 2020

Minimalista [mi-ni-ma-li-sta], sm: “persona che utilizza un approccio estremamente semplice”.

Quando ho iniziato ad appassionarmi alla bici, sino a farlo diventare un lavoro a tempo pieno, sono stato preso (come tutti) dalla mania di acquistare tutto il necessario per allenarmi. Una bici su misura, con un gruppo moderno. E poi una mtb, per andare fuoristrada. E poi una gravel, per non farmi mancare nulla. E in aggiunta abbigliamento adeguato e tecnico. Un cardiofrequenzimetro collegato a un ciclocomputer con navigatore. Un telefono pieno di app su chilometri percorsi, velocità mantenute, calorie bruciate. E il mio allenamento si è strutturato sulla base di condivisioni di percorsi, caricamento dei dati e analisi conseguenti. Esattamente come tutti.

Ma poi qualcosa è cambiato.

Togliere ciò che non è necessario

“È futile fare con più mezzi ciò che si può fare con meno” (Guglielmo di Occam).

Allenarsi

Dal 2015 svolgo visite biomeccaniche presso il Bikeitalia LAB di Monza e ho avuto l’opportunità di lavorare con più di 800 ciclisti. Dai miei clienti ho potuto apprendere molto. Ho visto ciclisti alle prime armi letteralmente sbarellare per un sensore di potenza che segna un’asimmetria di spinta di 49-51. Ho messo in sella atleti che seguivano piani di allenamento talmente rigidi da provocarsi fratture da stress o atlete con l’amenorrea (mancanza di ciclo mestruale). Mi sono confrontato con ciclisti che maledicevanoi vecchi con le ebike perché avevano rubato loro il KOM su Strava sulla loro salita preferita.

E, come sempre, ho iniziato a farmi delle domande. Una delle quali mi ronzava sempre nella testa: quanto di questo è davvero utile a ciò che sto facendo? Serve davvero tutta quella mole di dati, di app, di strumenti, per fare quello che mi serve: restare in forma e mantenere la mia salute?

Nel mentre, circa un anno fa, ho aggiunto la corsa al mio allenamento. E anche in questo ambito ho iniziato con il medesimo approccio, solo che, diversamente da quanto mi accadeva in bici, ho iniziato ad avere dolori alle ginocchia e alle caviglie. Così (la mia forma mentis su questo è irrefrenabile) ho iniziato a studiare e ho scoperto che forse quei dolori erano dovuti alle scarpe supertecnologiche che avevo comprato e che scegliere scarpe più minimaliste, leggere e prive di ammortizzazione mi avrebbe aiutato a risolvere i miei problemi. E così ho fatto: ho comprato un paio di scarpe drop zero e ho iniziato a correre. I dolori sono spariti.

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E così mi sono domandato: se l’approccio minimalista funziona con le scarpe, perché non può funzionare per tutto l’allenamento?

E allora ho iniziato a semplificare. Per prima cosa ho ridotto al minimo l’allenamento della forza, scegliendo esclusivamente esercizi multiarticolari con i kettlebell e del corpo libero della ginnastica. Ho preso 10 esercizi e ho iniziato a eseguire sempre quelli, mescolandoli fra loro e modificando volume, serie, ripetizioni e carico applicato al mio corpo.

E man mano che semplificavo, ho notato che diventavo più aderente (termine tecnico nel mondo dell’allenamento che indica la capacità di restare costante al programma) al mio piano di allenamento. Dovevo pensare sempre meno, occuparmi sempre di meno cose, progettare meno sedute. Avevo più tempo da dedicare all’attività fisica vera e propria.

Non perdere di vista l’essenziale

Dopo qualche mese ho deciso di eliminare Strava, Garmin Connect e tutte le app di allenamento. Utilizzo sono uno smartwatch per tenere il conto del tempo che passo ad allenarmi, carica in automatico gli allenamenti ma non lo guardo nemmeno. All’inizio mi capitava qualcosa di strano: non vedendo gli allenamenti caricati, la sensazione era quella di non averli fatti. Sapevo di averli eseguiti ma era come se li avessi percepiti di meno. Questa dismetria cognitiva mi ha fatto capire quanto fossi diventato dipendente da quelle app per monitorare il mio allenamento.

Così ho comprato un quaderno dove segno i chilometri corsi, i pesi sollevati, i kata eseguiti e tutto quello che riguarda il mio muovermi nel modo più generalista possibile. E ho scoperto una cosa: in modo naturale ho iniziato a scrivere, vicino ai dati, anche sensazioni avute durante l’esercizio, le idee o i pensieri che mi sono balenati in testa, le percezioni e quant’altro riguardo a qualunque cosa mi sia venuta in mente durante l’allenamento. Lentamente allenarmi é passato dall’essere un’attività fatta di dati da rispettare a un’opportunità per pensare, conoscermi e pulire i pensieri e, sono sincero, mi piace molto, molto di più adesso.

Il rasoio di Occam e la scienza dell’allenamento

Guglielmo di Occam era un monaco medioevale che, stufo delle astrazioni della filosofia scolastica dell’epoca, sostenne un metodo immediato per valutare le teorie: tagliare ciò che non serve, tenendo solo la soluzione più semplice possibile. Tale metodo è stato definito “il rasoio di Occam”.

Nel mio caso la soluzione più semplice possibile era la seguente: pochissimi dati, pochi attrezzi, nessun supporto multimediale.

Non sto dicendo che i dati siano inutili (se il vostro obiettivo è la prestazione, servono eccome e vi serve anche un preparatore che li sappia leggere).

Però, per averlo vissuto in prima persona, posso dire che nel marasma dei dati, delle app e delle soluzioni per allenarsi, perdiamo per strada la domanda fondamentale: perché lo facciamo?

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Cosa ci spinge a usare la bici, a fare piegamenti sulle braccia, a sollevare pesi, a restare fisicamente attivi quando il resto del mondo si crogiola sul divano a guardare “Temptation Island”? È questa la domanda a cui dobbiamo sempre avere una risposta pronta: perché lo facciamo? Troppo spesso siamo concentrati sul come farlo, sul con cosa farlo, sul quanto farlo che perdiamo di vista l’essenziale. E da lì nascono le frustrazioni, i confronti sui social, le ansie da prestazione, che trasformano un’attività benefica in uno stress aggiuntivo a quello della vita moderna.

Semplificare non significa banalizzare bensì eliminare il superfluo, tenendo solo ciò che serve. Se dovete allenarvi per una gara, allora il misuratore di potenza è ciò che vi serve. Se volete stare in forma, allora forse basterà il cardiofrequenzimetro. Eliminando il superfluo accade una cosa bellissima: che si fa più spazio a ciò che conta, che in questo caso è la bellezza del sentire il proprio corpo diventare forte, resistente, agile.

Ed è una sensazione bellissima.

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