Vita da Rider | I clienti: l’introvabile, il generoso, il pantofolaio

25 Dicembre 2020


L’introvabile

Sabato 18 aprile 2020, giorno sedici di lavoro da ciclofattorina. Se il primo cliente dimentica il numero civico – problemuccio che risolvo velocemente contattandolo -, quello dopo è puntuale: mi segnala via e civico. Peccato che davanti al portone nessun nome scritto sui citofoni corrisponda a quello dello schermo del mio telefono. Sono cauta con le imprecazioni contro il cliente (sempre tra me e me, sia chiaro), penso sia colpa della mia fretta.

Riparto con la lettura di nomi e cognomi, è un esercizio che mi manda in pappa il cervello, soprattutto quando gli interni superano la decina. Cerco di memorizzare il nome dell’imputato, ma al terzo citofono l’ho già dimenticato. Gli occhi guizzano avanti indietro dal telefono ai campanelli.

Chiamo in soccorso l’indice destro, scorre sui citofoni e mi aiuta a fare ordine; e la voce, ripete il nome del cliente manco fosse un mantra. Spesso la pratica funziona, ma questa volta no: non c’è né nome, né cognome. Devo chiamare di nuovo. Quando il cliente finalmente si affaccia al portoncino, non rinuncio a riferirgli l’intoppo. Fuori sono comprensiva e gentile, dentro devo tenere a bada la stizza.

Strada deserta consegne in bici rider

Il generoso

Torno da un cliente già visto, è la prima volta che mi capita. Mercoledì 15 aprile. Si avvicina al cancellino con una banconota da venti euro. Me la porge, sgrano gli occhi. Sono incredula, gli chiedo se vuole del resto, anche se con me non ho nemmeno una moneta: tutti i pagamenti avvengono in forma elettronica tramite applicazione. Posso tenere tutto. Lo scambio e la consegna sono veloci, non ho il tempo materiale per realizzare davvero cosa è appena successo.

Giro la bici e parto, ma cotanta generosità non finisce di convincermi, ho il sospetto che il cliente abbia sbagliato. Pochi metri e torno indietro, suono di nuovo il campanello. Presentimento confermato: il cliente era convinto di dovermi pagare l’ordine in contanti, pratica consentita nell’era pre-Covid. Scende e cambia la banconota da venti con una da cinque. Mi ringrazia di continuo, ma sono io a essergli grata: la più piccola delle banconote rimane comunque una lauta mancia.

Deliveroo zaino e bici rider

Il pantofolaio

Pizzeria e cliente vicinissimi, la consegna più veloce di sempre, mi gaso. Il cliente oltre all’indirizzo inserisce anche il piano, storco il naso: brutto presentimento. Suono. Chi è? Deliveroo. Terzo piano. Sospetto confermato. Si apre lo scenario a me più sgradevole e sì, lo ammetto, questa è la categoria di clientela che sopporto peggio. No una rampa di scale, nemmeno l’ascensore, niente: ti chiedono di salire al piano.

Dopo un paio di spiacevoli episodi mi confronto con i colleghi: alcuni salgono, altri no, altri dipende. Io contatto il team dell’azienda, voglio essere sicura di quello che dico. Testuali parole: “Ciao Raffaella, non sei mai tenuta a salire al piano se non lo desideri, in particolare poi in questo periodo”.

Provo a spiegarlo a tutti i rider. Il motivo mi sembra sufficiente: non è obbligatorio. Do forza alla mia battaglia, la butto sulla salute, non è sicuro affacciarsi agli appartamenti. Ma la verità è che anche in tempi non sospetti io non salirei, per principio. Devo parcheggiare la bici, trovare un palo, tirare fuori la chiave, aprire il lucchetto, chiudere il lucchetto, salire le scale e consegnare l’ordine. Direi che no.

Alla fine il cliente scende, è molto infastidito, dice che non gli è mai successo. Non siamo tenuti a salire, faccio io. Mi dispiace. Il giusto, non troppo.

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