Salvaiciclisti 10 anni dopo: i numeri di un fallimento

8 Febbraio 2022

Dieci anni fa, oggi, una coalizione di blogger del mondo della bicicletta si univa per creare la campagna Salvaiciclisti: un appello rivolto alle testate giornalistiche italiane a riprendere in Italia la campagna “Cities fit for cyclists” lanciata dal Times di Londra.

logo Salvaiciclisti

Il 2 febbraio 2012, infatti, il Times pubblicò un decalogo indirizzato al governo per chiedere misura di tutela nei confronti delle utenze deboli della strada. Tra le altre cose spiccava la richiesta di introdurre il limite di 30 km/h nelle aree urbane, la nomina di un commissario per la ciclabilità in ogni città, la mappatura degli incroci più pericolosi.

Quello che balzava immediatamente agli occhi erano le cifre in campo: mentre nel Regno Unito uno dei principali quotidiani chiedeva interventi urgenti per porre fine alla strage di ciclisti (1.275 ciclisti uccisi sulle strade in 10 anni), in Italia tutto taceva, nonostante il numero di ciclisti uccisi nello stesso lasso di tempo fosse più del doppio (2.556 in 10 anni) a pressoché parità di popolazione.

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A rompere il silenzio fu una cordata di 38 blogger che ebbi il piacere e la disavventura di attivare sul tema. L’8 febbraio 2012 i lettori di quei blog furono esortati a scrivere alle redazioni per chiedere di sostenere la campagna: fu una critical mass digitale che intasò le mail delle principali testate giornalistiche e che ebbe immediato responso mediatico.

Di lì a poco fu creata una proposta di legge (mai discussa in aula, però), una manifestazione a Roma che coinvolse oltre 50.000 persone e una serie infinita di pronunciamenti e promesse da parte dei sindaci di ogni colore politico.

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Da quel momento storico che oggi compie dieci anni sono nate le associazioni Salvaiciclisti Bologna e Salvaiciclisti Roma, altre associazioni e altri gruppi informali in giro per l’Italia.

Di quei giorni a me rimane il ricordo delle giornate e nottate trascorse a cercare con entusiasmo e adrenalina uno spiraglio al muro di gomma dell’indifferenza collettiva nei confronti del problema dell’insicurezza stradale e della tutela delle vite dei soggetti più fragili. Mi rimane il ricordo della speranza che nutrivo in quei giorni in cui sembrava che le cose stessero cambiando.

Oggi, con dieci anni in più e molti capelli in meno in testa, mi sento obbligato a fare un piccolo bilancio di quella stagione e di come siano andate le cose.

Al di là delle mie opinioni personali, credo che a parlare debbano essere i numeri: nel decennio 2001-2010 hanno perso la vita sulle strade italiane 2.556 ciclisti. Nel decennio 2011-2020 i ciclisti morti sono stati 2.519. Tecnicamente si tratta di una riduzione dell’1,4%, ma il 2020 non è stato un anno normale a causa dei mesi trascorsi a casa. Se il 2020 fosse stato un anno normale la conta dei ciclisti morti nel decennio si sarebbe aggirata attorno alle 2.603 unità, quindi in aumento dell’1,8%.

Giusto per la cronaca, nell’ultimo decennio nel Regno Unito la conta dei morti in bicicletta si è fermata a quota 1.090, quindi con una riduzione del 14% rispetto al decennio precedente.

E questa è la differenza tra un paese in cui la gente “si indigna, si impegna e poi getta la spugna con gran dignità” e un paese in cui alle parole seguono i fatti e le politiche conseguenti.

Questi sono i fatti, e poi ci sono le opinioni.

Nelle opinioni la colpa è sempre di qualcun altro e l’autoassoluzione è la strada più facile.

Ma io sono perseguitato da una domanda: perché non abbiamo fatto di più? Cosa ci ha impedito di fare di meglio?

Commenti

20 Commenti su "Salvaiciclisti 10 anni dopo: i numeri di un fallimento"

  1. Luigi ha detto:

    Il popolo italiano è in maggioranza incivile (nel senso letterale del termine) e il paese va in malora.
    Basta confrontare lo stato della maggioranza delle strade con quelle spagnole (le migliori), ma anche francesi o svizzere o tedesche o austriache o slovene o ecc.
    E l’inciviltà è trasversale su tutte le categorie degli utenti stradali. I pedoni che attraversano con il rosso o fuori dalle strisce, i ciclisti in gruppo che pensano di avere il diritto di fare quello che vogliono, gli automobilisti che non li rispettano, che non usano gli indicatori di direzione, che stanno incollati al veicolo che precede.
    E non ci sono quasi mai controlli. È semplicemente ridicolo. Parafrasando Flaiano “la situazione è grave ma non è seria”.
    Lo stesso ciclista che si indigna con gli automobilisti, quando è dietro il volante si comporta pure lui con arroganza e maleducazione.

  2. Fabrizio ha detto:

    I numeri sono traditori e forse la tua analisi non è corretta. Se il numero delle vittime è rimasto uguale, il numero dei ciclisti in circolazione in Italia è di sicuro aumentato e credo anche di parecchio negli ultimi 10 anni. Purtroppo non trovo numeri ufficiali sugli spostamenti in bici, ma le vendite sono aumentate vertiginosamente sia per le bici tradizionali alle quali si aggiungono le e-bike. Quindi probabilmente qualche passo avanti sulla sicurezza c’è stato….

    1. Paolo Pinzuti ha detto:

      Ciao Fabrizio,
      dieci anni fa prendevamo come benchmark il Regno Unito e così oggi.
      Se c’è stato un aumento nell’uso della bicicletta in Italia c’è stato anche in UK.
      In Uk c’è stata un riduzione nel numero dei morti in bicicletta. In Italia no.

  3. Valter ha detto:

    È un problema legato al senso civico, nonché del grado di civilizzazione degli italiani, ovviamente in mezzo ci sono anche le istruzioni che a quanto sembra, di questi morti non sono interessati. Comunque, basterebbe poco per cominciare il cambiamento, prima di tutto è doveroso che tutti, ciclisti, automobilisti, camionisti e quant’altro, osservino il codice della strada!

  4. Giovanni ha detto:

    Condivido l’analisi.
    Non so trovare la causa e di conseguenza neanche la soluzione, di fatto però noto che le associazioni pro-ciclisti, nel dialogo/ lotta con i decisori politici, ottengano molte pacche sulle spalle ma pochi risultati concreti: finché si tratta di appoggiare iniziative “innocue” che non rompono troppo le scatole sono tutti contenti, vedi ad esempio le iniziative che promuovono le gite in bici…ma se proponi cambiamenti un po’ più “radicali”, vedi ad esempio le strade scolastiche o la cancellazione di parcheggi auto per far posto a ciclabili, allora trovi dei gran muri di gomma sul tuo percorso…anche interni alle associazioni stesse.
    Voglio anch’io essere ottimista e non rinuncio alla “battaglia” cercando nuovi modi , strumenti …ma non so più dove cercare…

  5. Fabio ha detto:

    Lo Stato e le Istituzioni devono avere il coraggio di avere una visione chiara e imporre anche cambiamenti forti. Parigi, città caoticissima, ha imposto il limite dei 30kmh, punto. Se invece vogliamo farci amici gli elettori, di maggioranza automobilisti, allora non ci resta che aspettare pazienti che i comuni, bontà loro, facciano di più.. e magari alla soglia dei 90 anni vedrò città più sicure… forse. Se aspettiamo di educare i bambini, campacavallo.

  6. Francesco ha detto:

    Personsonalmente da ciclista, automobilista e camionista sono fermamente convinto che servirebbe una cultura e una educazione sia dell’autista sia del ciclista. Pazzi che corrono in strada e ciclisti che prendono sensi unici, percorrono marciapiedi e invadono intere corsie. Si guida da tutte e due le parti, pensando di essere i padroni della strada, senza rispetto per gli altri utenti della strada

    1. Paolo Pinzuti ha detto:

      Se chi guida un SUV si crede padrone della strada e provoca un incidente i risultati sono di un certo tipo. Se chi guida una bicicletta si crede padrone della strada e provoca un incidente i risultati sono di un tipo diverso.

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