Anche quest’anno è arrivata la festa dei lavoratori: è la giornata in cui la politica si cosparge il capo di cenere su quanto sia importante il lavoro (su cui, guarda caso, si fonda la nostra repubblica) e su quanto non si sia fatto abbastanza e i sindacati sono al centro dell’attenzione mediatica che massimizzano parlando di diritti negati, di precarietà, di caporalato e di gig economy.
Tra un concertone e l’altro, si finisce necessariamente per parlare di sicurezza sul lavoro e si fanno i nomi di quei poveri cristi caduti da qualche impalcatura, spiaccicati da una lastra di cemento, finiti dentro un macinarifiuti in una collezione da film dell’orrore.
La celebrazione della giornata per i diritti dei lavoratori da sempre ha quel sapore novecentesco perché sembra raccontare una storia di fabbriche e di lavori manuali che, ormai, sono sempre più un ricordo del passato.
Se guardiamo all’andamento della mortalità sui luoghi di lavoro nel corso degli ultimi 60 anni, è impossibile non notare come questa si sia ridotta in maniera sostanziale: siamo passati dai 4.644 morti sul lavoro del 1963 ai 1.208 del 2022.

Si tratta di un risultato notevole che è sicuramente figlio delle lotte sindacali, dello statuto dei lavoratori del 1970, della legge 626/94 e successive modifiche ma, soprattutto, di un altro fenomeno: la deindustrializzazione.
Nel 1963 l’Italia era in pieno boom economico, le fabbriche producevano a ritmi forsennati per alimentare la crescita e si costruiva come non ci fosse un domani.
Per capirci, a quei tempi le Acciaierie Falck di Sesto San Giovanni impiegavano 16.000 persone e, inevitabilmente, ogni tanto qualche operaio finiva tragicamente nell’altoforno.
Oggi l’economia è profondamente cambiata: dalla finestra del nostro ufficio a Sesto San Giovanni si staglia lo scheletro di quello che furono le acciaierie Falck in attesa di recuperare una propria funzione e quella che un tempo era una città di produzione e operai è diventata una città di servizi e di impiegati.
Chiudere le fabbriche e trasformare gli operai in impiegati è stato quindi il principale contributo alla riduzione delle morti sul lavoro, ma c’è ancora qualcosa che non torna.
Basta frugare un po’ meglio nei dati dell’INAIL per scoprire che la prima causa di morte sul lavoro non avviene, però sul luogo di lavoro: sono gli incidenti stradali che l’INAIL archivia come “in itinere”, cioè sulla strada da e per il lavoro. Sono il 23% del totale a cui bisogna aggiungere quelli di chi lavora SULLA strada, come gli autotrasportatori.

Le morti in itinere non fanno notizia: se un operaio viene schiacciato da un macchinario, la notizia finisce su tutti i giornali e si aprono le indagini delle autorità competenti per accertarne le ragioni e le responsabilità; se una persona viene investita e uccisa mentre va al lavoro è solo sfiga e avanti il prossimo.
Da datore di lavoro oggi sono obbligato dalla legge ad avere una cassetta di sicurezza a norma (metti caso che qualcuno si tagli con un foglio) a prestare attenzione all’ergonomia delle sedie e dei monitor, all’illuminazione e a tante cose correttissime. Peccato però che chi lavora per me corra il più grande pericolo non all’interno del luogo di lavoro ma prima e dopo: quando si trova per strada.
Io, in quanto datore di lavoro faccio la mia parte e la faccio con gioia, ma vorrei che anche la politica e i sindacati facessero la propria parte ricordandosi che le strade sono la principale causa di morte per i lavoratori.
In occasione della recente modifica al codice della strada i sindacati non hanno proferito parola, come se la cosa non li riguardasse. Oggi, in occasione della festa dei lavoratori, pregherei che qualcuno si accorgesse di questo errore di sistema che, certo, mette in crisi la narrazione binaria tra sfruttatori e sfruttati ma che ci rimetterebbe tutti quanti sulla stessa barca.
Anzi, sulla stessa strada.

Purtroppo gli infortuni in itinere sono i più difficili da dimostrare, sono a conoscenza di diversi casi di persone a cui non è stato riconosciuto.
In generale poi per garantire la sicurezza stradale non è sufficiente ricorrere a continue modifiche normative perché finché non cambierà la mentalità della gente non cambierà nulla sulle nostre strade.
L’altro giorno parlavo col Comandante della Polizia Locale del mio Comune che mi diceva di essere quotidianamente impegnato con cittadini multati che si lamentano; quelli che parcheggiano in divieto di sosta dicono di fare la multa a chi va veloce, quelli che vengono malati per eccesso di velocità dicono di dare la caccia agli spacciatori e così via, c’è sempre qualcuno che fa di peggio e loro in fondo non hanno fatto nulla di male.
Finché la gente non si renderà conto che anche le più piccole infrazioni possono portare a conseguenze gravissime purtroppo non cambierà mai nulla.
La cosa più utile che avrei potuto fare per i miei colleghi era studiare il Mobility Management. Ho cercato trarne idee utili da attuare in azienda e tentare di capire e governare gli spostamenti casa lavoro. L’ho fatto sia per la sicurezza che per l’ambiente e l’economia delle famiglie. In primis avrei dovuto iniziare io, predicando e razzolando bene. In bici scelgo strade lente, metto il casco, faccio manutenzione. Il parcheggio bici è grande, controllato e sempre pieno.
Illuminante come sempre