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Mestieri in bicicletta – Prima parte

News, Storia • di 29 Luglio 2013

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C’è modo e modo di fare un museo. A volte in certi musei respiriamo la morte degli oggetti ivi esposti. Questa è anche una delle ragioni del mio scarso amore per i musei in genere. Gli oggetti, a volte, vengono esposti con il desiderio di suscitare curiosità senza la possibilità che essi trasmettano alcun ricordo o memoria delle persone che con questi oggetti hanno interagito: il soggetto della mostra assai spesso è l’oggetto in sé, come se fosse cascato dalle nuvole. Proprio per questo, in certi musei, accade anche oggi che si possa barare: si ricostruiscono gli oggetti mettendone insieme le parti trovate in diversi luoghi e mercatini, tanto nessuno s’accorge di nulla. Succede spesso anche per i musei che riguardano le biciclette. Non è il caso di questa splendida raccolta di un privato. Le biciclette, in ogni loro parte, hanno avuto un possessore vero e sono complete delle attrezzature del possessore, a volte inventate, a volte modificate. Ogni bicicletta è conservata allo stato in cui cessò il suo servizio, ruggine ed ammaccature comprese: è una differenza che fa la differenza con quello che spesso si vede in giro. E’ come se si fosse fermato il fotogramma del tempo in quel momento e continuassero, in qualche modo, a vivere e a parlarci.

Nello Sandrinelli, il collezionista, mi ha fatto entrare, non in un museo ma, per me, in un autentico parco giochi. E’ un artista, pittore e scultore che da anni raccoglie queste biciclette in giro per l’Italia e ne parla come se fossero delle figlie. Tutto è iniziato quando piccolo vedeva entrare ed uscire in continuazione dalla ditta paterna, specializzata in frigoriferi industriali, il triciclo della foto iniziale e anche biciclette di altri fornitori che offrivano le loro competenze alla Ditta paterna “Daniele Sandrinelli frigoriferi”, come si vede dal cartello pubblicitario. Le prime biciclette che ha raccolto, infatti, sono quelle che arrivavano nella ditta del papà.

Triciclo da frigorista

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mestieri_frigoristaQuesto triciclo veniva usato prevalentemente per riparazioni di emergenza su impianti frigoriferi guasti. Nel cassone trovano posto un gruppo refrigerante dell’epoca completo di motore elettrico, condensatore, basamento, bombola a serbatoio per gas e relativi rubinetti.
Non poteva mancare una maschera antigas in quanto venivano usati anidride solforosa, anidride carbonica, ammoniaca, cloruro di metile e cloruro di etile. Tra gli altri attrezzi si intravedono tubi in rame, martello, trapano a mano, morsetti e cinghia in cuoio chiodata e un apparecchio per le saldature.

A causa del peso veramente elevato di una bicicletta così, il freno era unico ma a pedale ed imprimeva una grandissima forza alle ganasce. Un grosso cavalletto posteriore ne garantiva la stabilità durante la sosta. Era provvista di parafango alla ruota posteriore completo di gemma. Sul cassone in posizione anteriore era montata una lampada a pila, mentre posteriormente era montata una luce a dinamo a caricamento manuale, vera chicca tecnologica oggi dimenticata. La bicicletta non aveva manubrio e veniva direzionata semplicemente spostando il cassone. Vi erano marchiate a fuoco le iniziali della ditta “SD”: Il marketing c’era già allora.

Bicicletta da lucidatore di mobili (“Lustrun”)

Siccome nella ditta Daniele Sandrinelli, oltre ai frigoriferi si cominciò anche a produrre banchi frigo, si presentò la necessità di far intervenire anche il lucidatore di mobili, in dialetto “lustrun”. Si chiamava Buondio e questa è la sua bicicletta:

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mestieri-lucidatoreIl lucidatore di mobili arrivava con pochissimi attrezzi, perché tutto il lavoro consisteva nella forza delle sue braccia. Andava dai falegnami con le sue valigette colme di boccette, scatolette con lacche, cere, terre in polvere, pomici, pagliette di ferro, carte vetrate, mordenti, coloranti, aniline, alcool, stucchi, ovatte. Ogni lustrun aveva le sue ricette segrete che custodiva gelosamente. Richiedeva molta fatica e sudore. Il sig. Buondio era sordomuto, e il sig. Nello lo ricorda mentre passava ore ed ore a braccia sui mobili con un sorriso sereno.

Ogni tanto non disdegnava un bicchiere di vino annacquato. La bicicletta era normalissima per l’epoca, ma non mancava la comodissima sella in pelle con le molle davanti e dietro. I portapacchi anteriore e posteriore sono artigianali e robustissimi. Bastava una corda o una cinghia per consentire il fissaggio del bagaglio. Ho trovato geniale la fessura ricavata nella cassetta anteriore. Facendoci passare un filo otteneva due risultati: quello di legare in modo sicuro la cassetta, ma anche di creare un punto di appoggio e quindi di fissaggio delle varie scatole e boccette che doveva trasportare. Sul manubrio non manca un vezzosissimo porta giornale, oltre al campanello.

Bicicletta della vivandiera (il catering ante litteram)

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All’epoca non esistevano le mense all’interno di una fabbrica. Accadeva così che erano mogli e fidanzate che portavano il pranzo ai vari mariti e fidanzati. Ma a volte una signora faceva da mangiare per tanti come accadeva nella ditta Sandrinelli. Era chiamata “la Toscanina”.

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Ecco la sua bici. Il portapacchi posteriore con ringhierina sostiene una pentola normale e una pentola a pressione della Butangas. La chicca è il portafiasco, da copiare! E’ fatto con dei lamierini piegati e legati con dei ribattini, il tutto fissato alla ringhierina del portapacchi. Il cesto davanti contiene 4 gavette probabilmente personali di qualche dipendente, i portauova in alluminio, la boccetta dell’olio, l’apriscatole, la macchinetta per il caffè, la grattugia e dietro al cesto è posizionato un cestello in ferro con bottiglie e termos. Vi sono appesi anche due mestoli. La “Toscanina” aveva il marito dipendente della ditta Sandrinelli. Ad un certo punto decise di aprire una trattoria e fece fare il banco frigo alla Sandrinelli. Lo pagò con il suo lavoro in azienda: il baratto è una delle forme più intelligenti per arricchire noi e chi ci rifornisce, invece che le banche. È una bella bici con freni a bacchetta e cavalletto robusto per poter lavorare direttamente dalla bicicletta. Non manca la retina per la gonna, il campanello, una gemma posteriore sul parafango e un bel faro davanti.

Bicicletta da pittore lariano

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Questa era la bicicletta del sig. Franco. Anche lui frequentava la ditta dove decorava i mobili e le facciate frontali dei banchi per i negozi. E quando le commesse mancavano era in giro per il lago di Lecco dove stazionava attirando la curiosità dei passanti. Mi ha colpito subito la sella Brooks con molle davanti e dietro ancora in perfetta forma. Il porta giornale sul manubrio con tanto di rivista. È attrezzatissima e con intelligenza creativa. Come sempre non manca il supercavalletto che fa appoggiare la ruota anteriore in modo che non sbandi da ferma. Si trovano sulla bicicletta due cavalletti per dipingere, un ombrello e il cilindro in ferro fatto a mano anteriormente era il contenitore della bottiglia. La cassetta anteriore serviva per contenere il cibo del giorno. Un farone anteriore alimentato a dinamo dava le dovute garanzie anche di notte. Posteriormente, inoltre, c’erano le tele, i colori e la tavolozza speciale per gli esterni, tutti in ripiani scorrevoli. Ovviamente questa bicicletta è una delle più amate dal sig. Nello.

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Bicicletta da venditore di lampade e fornelli a petrolio

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Prima, durante e dopo la guerra le lampade e i gas a petrolio erano oggetti presenti in tutte le case. Erano oggetti molto ambiti e quindi c’era anche chi girava paese per paese a vendere questi prodotti. La gente non aveva l’auto per andare al supermercato ed era abbastanza normale che girando in bicicletta nei paesi, uno dopo l’altro, si potesse andare incontro all’esigenze dei clienti. La capacità del possessore di questa bicicletta è stato l’aver trasformato la cassetta per portare le merci in un espositore che funzionava semplicemente abbassando un lato della cassetta posteriore. Vi si trovano ancora oggi i recipienti in latta unti di petrolio.

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La bicicletta si presenta ancora oggi con il supercavalletto che consente l’appoggio della ruota anteriore nonostante il peso sia tutto sulla parte posteriore. Una piccola annotazione. Molti potrebbero chiedersi come mai sono quasi tutte bici da donna essendo senza tubo orizzontale. La risposta è assai semplice: proviamo a pensare cosa significhi saltare in bicicletta e dover superare con la gamba il mucchio di roba che si trova sul portapacchi posteriore. Questa bici proviene da Firenze. La cassetta anteriore era stata ricavata da una cassetta militare, è a chiusura ermetica per impedire alla pioggia di bagnare gli stoppini e altri oggetti delicati.

Bicicletta da arrotatore di roncole

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Questa bicicletta proviene dalle Marche. Serviva per recarsi dove si radunavano i boscaioli per l’inizio del taglio di qualche bosco. Tutti i boscaioli arrivavano con le loro asci, seghe, roncole di varie forme e dimensioni. Il compito dell’affilatore era di tenere perfettamente efficace il filo degli attrezzi in qualunque posto si trovassero. Nel grande zaino posizionato anteriormente vi erano tutti gli attrezzi necessari: lime, triangoli, vari tipi di cote (pietra per affilare in foto sopra la sella) particolari pinze per l’inclinazione dei denti delle seghe, martelli, tenditori ecc. Nella parte posteriore c’era invece la mola in pietra a manovella. Era in una scatola di legno con il fondo riempito con una zolla di muschio che impregnandosi permetteva una tenuta all’acqua. La parte posteriore aveva inoltre un sistema per ancorare il tutto ad un albero in modo da poter tener ben ferma la bicicletta e lavorare con precisione.

mestieri_arrotatoreCome tutte le altre la bicicletta si presenta molto robusta e pesante, con il tubo orizzontale non essendoci un ingombro oltre la sella. Ci sono i classici freni a bacchetta, nessuna luce, portapacchi larghi ed artigianali. Nello zaino si trova una romantica armonica a bocca. Conoscendo per esperienza personale la vita dei boscaioli, credo che dopo una giornata di duro lavoro abbia rallegrato le loro serate stanche dal lavoro sotto il sole cocente o la pioggia insistente, soli lontano dalle loro mogli e dai loro figli: assai spesso questa era la vita del boscaiolo.

Questa raccolta merita l’attenzione di tutti. Il sig. Nello pensa a queste biciclette come un padre pensa ai suoi figli quando non ci sarà più. Rischiano veramente di venir abbandonate. Occorre conservare queste storie senza barare con effetti scenografici ma lasciando vedere le cose come erano in quei tempi non lontanissimi da noi.

Trovare una sede che mantenga questo spirito per quanto riguarda la bicicletta in sé, non le restauri ma le renda semplicemente funzionanti con qualche piccolo intervento meccanico sarebbe il massimo per tutti data la singolarità del criterio con cui è avvenuta la raccolta.
Con il sig. Nello l’incontro è durato a lungo e abbiamo appena iniziato il racconto della vita di queste biciclette. Ce ne sono un’altra ventina circa. Ci siamo dati appuntamento nei prossimi giorni di agosto. Saranno presentate in un secondo e terzo report.







2 Risposte a Mestieri in bicicletta – Prima parte

  1. Sandra ha detto:

    Stupendo! Vi segnalo il Carnevale del Quinto Quarto a Isola Dovarese a febbraio (si mangia benissimo). Un appassionato restaura ed espone bici d’epoca usate per i mestieri. Quest’inverno gli ho donato una bici con carrettino (simile al triciclo da frigorista) usata da mio nonno per portare le damigiane. Penso che lui intendesse riadattarla a carrettino per i gelati, il risultato sarà comunque fantastico. Se siete in zona ne vale la pena. Ciao.

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