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Un fiume di biciclette

Rubriche e opinioni • di 19 ottobre 2017

Anche quella mattina, Riccardo Del Turco, fu interrotto al primo Yayayayaya… Franco, come ogni mattina, riuscì con una parabola ben rodata, a stendere il braccio e con il dito indice sfiorare il display del suo smartphone, esattamente dove compariva la parola posponi. A quel punto “Luglio” si congelava e ripreparava l’intro per l’esibizione successiva. Questo rito si ripeteva più volte, prima che Franco si svegliasse; si svolgeva nel buio più totale, con estrema precisione nei gesti, ogni giorno feriale. In condizioni normali la sveglia veniva rimandata dalle 4 alle 5 volte, prima di raggiungere l’obbiettivo.Una doccia rapida con acqua bollente, un caffè e due fette di pane con marmellata  alle ciliegie e Franco era già in cantina a liberare la bici, da quelle umide stanze sottoterra. Se ne rendeva conto solo ora, mentre senza pensare troppo, saliva le scale con la canna della bici poggiata sulla spalla destra. Non si sentiva nessun rumore di traffico provenire dalla strada!

Franco aveva da poco preso in affitto quel piccolo appartamento, l’aveva scelto perché era vicino all’azienda in cui lavorava e finalmente, anche se gli pesava molto, poteva provare a fare a meno della  macchina, ed andare a lavorare in bici. Le finestre davano su di una strada molto trafficata; alle volte dove non riusciva la sveglia, erano i clacson inferociti del traffico ad avere la meglio sul tenace sonno di Franco.
Ma quella mattina nulla. Solo qualche timido campanello. “Che fosse domenica?” pensò Franco mentre girava la chiave del portoncino e si preparava a conoscere la sua giornata. Una volta aperta la porta si trovò di fronte ad una visione che lo lasciò interdetto per almeno due interminabili minuti.  L’enorme striscia di asfalto a due corsie, che quotidianamente ospitava i più “evoluti” motori a scoppio, era  invasa, in entrambi i sensi di marcia, da un silenzioso fiume di biciclette! Davanti ai suoi occhi transitava una  variegata umanità a pedali: moderne bici da corsa, tandem, bici con seggiolini piene di marmocchi, professionisti con bici personalizzate che trainavano carrellini con i ferri del mestiere, impiegati con luccicanti bici d’epoca.

Un’infinità di muscoli si muoveva in silenzio, pedalando. Si sentiva solo qualche ingranaggio poco ingrassato e qualche chiacchiericcio mattutino. Non era una festa, sembrava più una processione felice. L’aria era piacevole. Franco si liberò dell’incredulità con una profonda boccata d’aria. Gli venne in mente  quel sabato pomeriggio in gita al passo Crocedomini, la stessa aria libera da nauseanti odori petroliferi. Franco si puntò con il piede sinistro sul pedale, ottenendo con un solo movimento il balzo in sella e l’innesco della pedalata. La prima reazione del fiume di bici al suo ingresso fu una vigorosa scampannellata, era uno spettacolo che andava assolutamente fotografato. Senza smettere di pedalare, cercò il telefono nella tasca dei pantaloni. L’aveva dimenticato. Peccato.

Ogni strada che imboccava brulicava di biciclette. Qualsiasi attività che iniziava la giornata lavorativa su strada, aveva un mezzo a pedali. Dai corrieri ai traslocatori, c’erano perfino dei pullman‐risciò, che portavano assonnati bambini a scuola. A proprio agio, in tutto quel caos lento, Franco chiuse gli occhi e liberò il manubrio dalla presa delle mani. Le alzò in aria, come un ciclista al traguardo del Plan di  Montecampione, nel suo giorno più felice.

Occhi chiusi e gioia in gola, “Luglio col bene che ti voglio”, Del Turco, implacabile, dopo nove esatti minuti d’attesa, riproponeva il suo intramontabile successo nella sveglia di Franco. Yayayayaya…era solo un sogno. Svanito, come l’aria che aveva creduto di respirare. A confermargli la cosa, i pesanti rumori del traffico, che vibravano sulle finestre. Non c’era però delusione, in quella faccia stropicciata sul cuscino, c’era ancora quella gioia in gola, quella che ti lasciano i sogni belli, la mattina quando ti svegli. Si preparò di corsa, scese in cantina, la bici era lì, fedele, ad attenderlo. Franco le fece una carezza, la prese a spalle e cominciò a risalire le scale, felice di farsi del bene anche quel giorno. Per completezza.

Da quel giorno a Franco non pesò più andare in bici al lavoro. Oggi percorre la distanza tra casa e lavoro, di chilometri totali diciotto, ogni giorno. Se uno ci pensa, grazie a Franco, ogni anno più di 5 quintali di CO2 non sono emesse rispetto ad un’automobile. Forse, mentre Franco saliva le scale con la bici a spalle anche a te stava facendo del bene.

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