Ciclismo urbano

Ciclabili come piste da sci: Rosse, Nere e Fuori Pista in città

Ciclabili come piste da sci: Rosse, Nere e Fuori Pista in città

Andare in bicicletta in città dovrebbe essere un’azione quotidiana, sicura e accessibile a tutti, dal bambino all’anziano. Sicuramente non dovrebbe essere considerato uno sport estremo. Eppure, sappiamo bene che molte delle infrastrutture che ci vengono presentate come “ciclabili” richiedono l’adrenalina, i riflessi e il pelo sullo stomaco di un discesista provetto.

Per denunciare questa assurda situazione, l’Associazione di ciclisti urbani Roue Libre di Chambéry (in Savoia, Francia) ha avuto un’intuizione brillante e fortemente provocatoria: classificare le corsie ciclabili e le strade della città utilizzando lo stesso sistema di colori delle piste da sci.

Un’idea originale nata per “stare al gioco” dell’amministrazione.

L’iniziativa, perfetta per un capoluogo alpino come Chambéry, è nata in realtà in risposta a una mossa dell’amministrazione locale. Qualche tempo fa, l’agglomerato urbano aveva inaugurato delle “Piste Blu” per indicare i nuovi tracciati ciclabili. Un bel richiamo al contesto montano, senza dubbio. Ma con un problema di fondo: una striscia di vernice sull’asfalto (da sola) non è un’infrastruttura sicura per tutte le persone che pedalano.

Così i cicloattivisti di Roue Libre hanno deciso di prendere in prestito l’idea del Comune, ma di completare il “comprensorio sciistico-ciclabile” per sbattere in faccia alla politica la dura realtà della strada.

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Dal Blu al “Fuori Pista”: la mappa della sopravvivenza urbana

Ecco come il collettivo savoiardo ha riadattato il livello di difficoltà sciistico alla giungla d’asfalto, creando un’azione di guerriglia comunicativa che non è passata inosservata:

  • Piste Blu | Sono i percorsi tracciati dal Comune. Teoricamente facili, ma nella pratica si tratta quasi sempre di semplice segnaletica orizzontale. Manca la separazione fisica dalle auto e solo una parte di queste può dirsi realmente sicura.
  • Piste Rosse | Riservate ai “piloti” esperti. Sono le corsie ciclabili, spesso strette, disegnate in mezzo a strade dove sfrecciano migliaia di veicoli al giorno a velocità sostenute, senza alcun cordolo di protezione. Il cartello ironico piazzato dagli attivisti parla chiaro: “Pista tecnica e impegnativa. Sconsigliata ai principianti, i bambini devono essere accompagnati da un adulto. Fortemente raccomandato l’uso di protezioni”.
  • Piste Nere | Le vie puramente insicure, i famigerati “punti neri”. Intersezioni da brivido, rotonde mal progettate e percorsi che non rispettano i minimi standard tecnici di sicurezza stradale.
  • Il Fuori Pista | Il livello di pericolo assoluto. Secondo l’associazione, ci si trova in “Fuori Pista” quando la ciclabile si interrompe bruscamente nel nulla, costringendo chi pedala a smontare di sella o a lanciarsi in attraversamenti non protetti, totalmente in balia di un traffico veloce e ostile. Un salto nel buio, ma con l’asfalto e i SUV al posto della neve fresca.

La vernice (da sola) non è infrastruttura

Dietro l’ironia e la trovata mediatica, il messaggio di Roue Libre è estremamente serio ed è una battaglia condivisa a livello internazionale: i Comuni devono smettere di accontentarsi di soluzioni di facciata per racimolare chilometri di ciclabili “sulla carta”. Le linee verniciate in mezzo al traffico motorizzato veloce, da sole non incentivano la mobilità dolce e non costituiscono infrastrutture sicure per pedalare, ma anzi possono contribuire a creare situazioni di rischio (soprattutto per gli utenti in bici meno esperti e/o più fragili, ndr).

Secondo l’Associazione servirebbero percorsi continui – separati fisicamente e ben segnalati – ma soprattutto incroci sicuri che diano priorità a chi si muove in bicicletta.

E da te? Commenta e facci sapere com’è la situazione

La genialità dei colleghi francesi ci fa sorridere amaro, ma ci fa anche riflettere sulle nostre strade di tutti i giorni. Quante volte vi siete ritrovati a pedalare su un tracciato ciclabile urbano “estremo”?

Vogliamo chiederlo direttamente a voi, community di lettrici e lettori di Bikeitalia: esistono delle vere e proprie “Piste Nere” o dei “Fuori Pista” ciclabili lungo i tragitti dove pedalate abitualmente?

Segnalateceli nei commenti qui sotto con una breve descrizione del punto critico. E vediamo in quale città italiana si trova la Pista Nera più temibile.

[Fonte]

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Commenti

  1. Nicola Paggetta ha detto:

    Alla fiera del cicloturismo svolta a Padova lo scorso weekend, c’era anche lo stand della rete ciclabile di Padova che si vantava di avere 200 km di piste ciclabili…??? MA COME SONO?
    Bene, o meglio ancora male, io come cittadino Padovano che utilizzo tutti i giorni la bicicletta per andare a lavorare (30 km/die) e anche per passione, devo dire che le ciclabili sono solamente teoriche. Ci sarà al massimo un 10% di vera pista ciclabile, il resto sono spezzoni, tratti delimitati da righe sull’asfalto consumate, buche, innesto delle ciclabili con gradini, pali illuminazione o bidoni immondizie in mezzo alle piste, e i maledetti paletti che obbligano a fare lo slalom perché subito dopo c’è un accesso carrabile (PRECEDENZA ALLE AUTO). e NON PARLIAMO DI COME STANNO DISTRUGGENDO LA SEDE STRADALE PER I LAVORI DEL TRAM. Io spero che finiti i lavori sistemino anche la sede stradale, marciapiedi e ciclabili perché adesso sono dei campi di guerra. Inoltre mi chiedo: perché dopo i lavori di un tratto stradale la ditta non rispristina correttamente la sede stradale? Ogni tratto interessato da lavori (posa di cavi, tubature, ecc) l’asfaltatura diventa una cunetta con gradino e non regolare, rendendo pericoloso il percorso in bici ma anche in sccoter. BASTA…

  2. Alessandro ha detto:

    Il mio piccolo inferno locale è la Statale 33 del Sempione tra Sesto Calende e Arona: località turistiche che annoverano decine di campeggi, amatissime e frequentatissime da tedeschi e olandesi, che vengono in camper e roulotte, pensando poi di muoversi nel circondario con la bicicletta.
    Ho girato la Germania e l’Olanda in lungo e in largo, e se parecchi tedeschi hanno almeno una vaga idea di dove sia Milano, tutti sanno esattamente dove si trovi il “Laco Macciore”, e la maggior parte ci sono stati almeno una volta nella vita. Quindi parliamo di una località che per il cittadino nordeuropeo è la copertina dell’Italia.
    Sesto Calende ha orgogliosamente eliminato i semafori, dotandosi di una serie di rotonde, disposte lungo una strada stretta tra le case, in cui il traffico è sistematicamente ingolfato, e le bici non hanno spazio per superarlo.
    Poi c’è il ponte di ferro sul Ticino: molto stretto, sempre trafficatissimo, con due marciapiedi minuscoli e accidentati, esclusivamente pedonali, uno dei quali chiuso da 4 anni per “lavori”. I ciclisti sono obbligati a stare in strada, dissestatissima, con macchine, camion e autobus, che mezzi intrappolati nel perenne ingorgo fanno sorpassi millimetrici, per poi restare bloccati pochi metri più avanti.
    Poi c’è il tratto di Castelletto Ticino, che è una lunga fila di supermercati ed esercizi commerciali vari, controviali lunghi 100m, enormi rotonde a due corsie, svincoli e immissioni a destra, e milioni di macchine che sfrecciano a 70 all’ora.
    Verso la fine di Castelletto Ticino, compare alla chetichella una “pista ciclabile” abbandonata da decenni, che serpeggia verso luoghi misteriosi, apparendo e scomparendo tra gli svincoli, solo dal lato est del Sempione, che in quel tratto è a 4 corsie e privo di attraversamenti, per cui non si capisce bene come potrebbero raggiungerla i ciclisti che provengono dalla direzione opposta. Ma essendo a tutti gli effetti una pista ciclabile, ci sarebbe l’obbligo di percorrerla, e la contropartita è circolare in bici su una strada a due carreggiate di due corsie, con le rotonde.
    Scomparsa questa evanescente “pista ciclabile”, si prosegue per diversi km fino a Dormelletto sulla Statale 33, sempre trafficatissima, con rotonde varie, finché si raggiunge un’altra pista ciclabile, sempre da un lato solo della strada, modello interruptus: ogni 5 metri la pista si interrompe, con obbligo di precedenza agli accessi privati, svincoli, parcheggi degli esercizi commerciali, uscite delle rotonde ecc. Questo tratto dura un paio di Km, dopodiché si prosegue sulla Statale 33 fino ad Arona.
    Raggiunta finalmente Arona, la prova finale: la strada si stringe, e comincia il serpentone di auto parcheggiate sulla destra. Compaiono frequenti ostacoli artificiali in centro alla carreggiata, che spingono le auto verso destra, stringendo i ciclisti nella roulette russa delle portiere. Le auto sono parcheggiate fino allo spigolo di tutte le intersezioni, per cui lungo questo tratto finale, ad ogni incrocio e passo carrabile, smarmottano cofani di automobilisti che si devono affacciare agli incroci per vedere se arriva qualcuno.
    Se si sopravvive alla prova, poi comincia una bella pista ciclabile, che consente di girare Arona decentemente.

  3. Braio ha detto:

    Provincia di Vicenza, tanti paesini e tanti pezzettini di ciclabili sparsi un po’ a caso tra centri commerciali zone industriali e rotonde varie, profluvio di paletti in ferro a segnalarle e sbarramenti vari in prossimità di strade secondarie, entrate di aziende o privati, ciclabili che in generale non hanno la precedenza sul resto della viabilità, percorsi sempre piu’ lunghi per non intralciare le vie piu’ corte per le auto, più che un sistema a colori qui si tratta di completare una mappa a punti numerati per arrivare da A a B sperando di non raddoppiare la lunghezza del percorso reale.

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